Aborto: Abby Johnson, una prolife sulla via di Damasco.

04/06/2020 - F. Paparelli
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Abby Johnson è una bella signora del Texas, sulla trentina, un bel viso rotondo e un sorriso accogliente. Laprima volta che l’ho vista è stato qualche anno fa su Fox News, il canale che fa da contraltare all’informazione liberal della CNN.

Era lì per raccontare la sua storia, iniziata una decina d’anni prima, quando aveva varcato la soglia di una clinica di Planned Parenthood, il gigante americano degli aborti (o della genitorialità pianificata, stando al loro nome). Aveva cominciato a lavorare lì prima come volontaria, poi in qualità di dipendente, animata da grande desiderio di aiutare le donne: in fondo, come Abby ha dichiarato al National Catholic Register, chi l’aveva assunta le aveva detto che la loro missione era quella di salvare le donne dagli aborti clandestini e che, come obiettivo finale, volevano arrivare a ridurre il numero degli aborti. Era in gamba, Abby, e credeva in quello che faceva, e quelli di Planned Parenthood dovevano essersene accorti, se nel giro di poco tempo era arrivata a occupare il posto di direttore di una clinica. Andava dritta per la sua strada, nonostante ogni mattina dovesse imbattersi nei gruppi di attivisti pro-life, che la aspettavano puntuali davanti alla clinica, con i loro cartelli e le loro preghiere. Era brava, Abby Johnson, tanto da essere nominata “dipendente dell’anno” per il 2008. La migliore dipendente di Planned Parenthood di tutti gli Stati Uniti.

Poi un giorno il destino ha bussato alla sua porta. Erano a corto di personale. La macchina degli aborti non poteva fermarsi e così Abby, che normalmente lavorava con i numeri dietro a una scrivania, ha dovuto fare di necessità virtù e andare a prestare assistenza durante un aborto guidato dall’ecografo. Mentre la intervisto, capisco che richiamare il ricordo di quell’esperienza è ancora difficile: «Ho visto un bambino di 13 settimane nel grembo che lottava e cercava di sopravvivere. In quel momento ho avuto la consapevolezza che nel grembo c’è una vita umana, che lì c’era un bambino, vivo, che c’era un essere umano.

E poiché ho visto questo, ho capito che meritava la stessa protezione e gli stessi diritti che avevo io. E così ho capito che dovevo cominciare a combattere per proteggere i bambini non ancora nati, e non solo loro. Durante tutto il corso della vita, dal concepimento fino alla morte naturale. Quando neghiamo l’umanità di chi non è ancora nato, è molto facile arrivare a negare la vita umana dei disabili, degli anziani, di diversi gruppi di persone fra noi. È così che mi sono sentita chiamata a fare qualcosa di più grande, a proteggere un gruppo ancora più ampio di persone, chiunque sia vulnerabile nella nostra società.”

È così che Abby si è rivolta proprio a quei fastidiosi antiabortisti che stazionavano fuori dalla clinica ed ha deciso di mollare tutto, otto anni di sfolgorante carriera all’interno di una delle aziende più solide del paese, per dedicarsi anima e corpo alla causa prolife. Nasce così “And then there were none”, un’associazione costituita interamente da volontari che si propone di aiutare chi, come Abby, vuole appendere al chiodo il camice da abortista e cambiare vita.

La decisione di Abby non è stata un fulmine a ciel sereno, chiaramente. Essere presente a quell’aborto è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso del crescente disagio che provava, pur restandosene nel suo ufficio. Il primo scossone certamente devono averglielo dato le abortion quotas (oggetto delle prime denunce pubbliche di Abby), il numero di aborti che Planned Parenthood avrebbe dovuto effettuare per poter raggiungere i propri obiettivi di bilancio. Strano per un’azienda che lei credeva dovesse mirare a ridurre il numero degli aborti. Lasciare Planned Parenthood, tuttavia, non si è rivelata una passeggiata: ne è seguita, infatti, un’aspra rappresaglia legale, con tanto di diffide a lei e all’associazione pro-life a cui si era rivolta.
Per questo la prima domanda che le ho voluto rivolgere, quando l’ho incontrata alla March for Life, è stata in parole povere “Ma chi te lo fa fare”. E confesso che mi aspettavo una risposta laica. Ma Abby è un’anima candida: «Tutto quello che facciamo, provare ad aiutare i dipendenti delle cliniche ad andarsene, pregare davanti alle cliniche, tutto questo è davvero solo per salvare anime, per salvare vite eterne e vite “fisiche”, dei bambini non nati.

Questa è la nostra missione, il nostro obiettivo, ci focalizziamo su questo. Finché teniamo gli occhi puntati su questa intenzione, e continuiamo a pregare per essa, possiamo restare focalizzati su questo, cioè che un giorno vedremo questa vittoria». Anche quando mi spiega gli obiettivi della sua associazione, è la sua fede che parla: «Qui siamo tutti volontari, non abbiamo personale pagato. Noi crediamo solo nella nostra missione: crediamo che la conversione sia una cosa reale, che non ci sia nessuno a cui non sia data la possibilità di convertirsi e che non esista alcuno che sia al di là del potere di Cristo».

Mi parla della misericordia infinita di Gesù, che definisce “di scandalo” per le persone. Mi dice che è soprattutto questo il messaggio che lei e gli altri volontari cercano di far arrivare ai dipendenti delle cliniche. «Finora abbiamo ottenuto che 139 persone lasciassero questo settore e ciò che Dio ha fatto è fenomenale. Noi ci sentiamo non fortunati, ma benedetti».

Abby Johnson è cattolica, nata in una famiglia protestante, è sposata e mamma di due bambini, di cui l’ultimo nato da poco e battezzato qualche settimana fa. Quando parla non ha la minima esitazione, ma non condanna chi abortisce: mentre le chiedo delle ragioni dell’aborto, non si nasconde dietro a un dito e ammette senza pudore di avervi fatto ricorso anche lei.

«Possiamo dire con una certa sicurezza che la maggioranza delle persone che sceglie l’aborto lo fa perché il bambino viene a disturbare il loro stile di vita. Io stessa ho avuto due aborti e di certo l’ho fatto non perché avessi subito un’aggressione sessuale o qualcosa di simile, ho solo preso una decisione sbagliata. Ho avuto rapporti sessuali fuori dal matrimonio, fuori dal disegno che Dio ha su un marito e una moglie, e sono rimasta incinta. Così per nascondere quel peccato ne ho scelto un altro».

Ma come la mettiamo con le donne vittime di violenza sessuale? «Non importa come un bambino è stato concepito – è la sua risposta –, da una violenza o da rapporto sessuale consensuale (anche le coppie sposate fanno ricorso all’aborto, sai?), questo non lo priva della sua umanità.

O credi che un bambino è un bambino sempre, dal concepimento fino alla morte naturale, oppure puoi credere che un bambino è tale solo qualche volta, ma questo vuol dire che non sei proprio pro-life. Non puoi credere nell’aborto a volte sì e a volte no. Direi che noi non forziamo una donna a far nulla, la incoraggiamo solo a prendersi delle responsabilità per le scelte che ha fatto.

Non deve per forza diventare un genitore, ci sono varie possibilità di scelta: può dare il bambino in adozione, che è una bella opzione, adesso ci sono le open adoption, in cui puoi scegliere tu stessa la famiglia con cui vuoi che tuo figlio viva, puoi essere parte dell’itinerario che il tuo bambino percorre lungo tutta la sua vita.

L’adozione non è quello stereotipo che abbiamo in mente, come succedeva un tempo, in cui mandavi una donna da una famiglia e poi non rivedeva più suo figlio. Non è così, è molto diverso. Quindi ci sono altre opzioni per le donne e sono opzioni che ti fanno sentire bene, non devi per forza vivere una vita nel rimpianto. E queste sono le scelte verso cui cerchiamo di indirizzare le donne».

La saluto perché è impegnatissima, sono emozionata dopo questo incontro e mi dimentico di scattarle una foto. Scambio due parole con le ragazze che la aiutano allo stand, non avranno più di venticinque anni e sono tutte cariche di entusiasmo, con le loro magliette “Keep calm and quit” (sta’ calmo e licenziati).

Appena sanno che sono italiana, una di loro mi dice che deve assolutamente dirmi una cosa in italiano: «Buongiorno, principessa!». Ma io non ho visto principesse lì. Solo angeli.

Fonte: La Croce Quotidiano - Gennaio 2015