Aborto: un medico dice perché no

06/07/2020 - A. De Magistris
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Le ragioni per opporsi alla pratica inumana dell’interruzione volontaria di gravidanza sono innumerevoli. Ci sono però delle considerazioni che si richiamano strettamente alla deontologia professionale medica, e raramente queste vengono messe in luce. Ippocrate a parte, la 194 è disattesa nella sua parte preventiva, così con le pillole i medici si lavano le mani del sangue versato.

Sono contraria all aborto. Lo sono sempre stata. Per ragioni di fede, di morale, di psicologia.... e adesso per ragioni mediche e sociali. Sono contraria all’aborto perché è un fallimento di una società intera, che non trova in sé spazio per quelli che non sono abbastanza. Abbastanza ricchi da tirare su un bambino, abbastanza sani da poter competere con gli altri, abbastanza forti da andare avanti nella scelta che salva.

Sono contraria all’aborto perché viene propinato come una soluzione di un male, e la scelta per questa soluzione, l’ultima possibile la prende la madre. A volte con una inconsapevolezza sconvolgente, che deriva dalla giovane età, dalla prima esperienza, dal terrore...

A volte sapendo a cosa va incontro, e piangendo tutte le sue lacrime, di consapevolezza e di incapacità di andare avanti.

Quanti sono?

Quante persone che sarebbero dovute nascere in Italia, non passeggiano su questa terra, perché soppresse per scelta prima della nascita?

Mettendo insieme i dati Istat, si arriva, nel 2009, alla spaventosa cifra di 5.102.543. Significa che ci sono bambini, più di 5 milioni di bambini, che non sono nati, non sono cresciuti, non hanno studiato, lavorato, amato e non hanno avuto a loro volta una famiglia.

Vogliamo pensare da economisti? Significa che con questa denatalità folle, ci sarebbero un tot di contribuenti in più (2 milioni come minimo) a sostenere il peso delle pensioni.

Ok, lo so anche io che sostenere il peso delle pensioni non è un pensiero che ti sfiora quando nel tuo grembo si tesse una vita nuova, e quella vita è conseguenza di amore, tuttavia il legislatore che promuove le leggi dovrebbe considerare anche questo.

Significa che ci sono un numero imprecisato di madri (che hanno fatto magari più di un aborto) che si sono portate dietro per la vita questo peso, o magari ne sono morte, perché c’è un link forte, riconosciuto nella (scarsa) letteratura disponibile con il suicidio. Con il “non voglio sapere”.

Uno studio malese riporta che “la stragrande maggioranza delle donne che hanno abortito non sa, o non vuole sapere, ne vuole parlare di quanto è accaduto.” Ma noi, siamo veramente in grado di sostenere questo peso? Noi medici siamo dei secchioni per definizione, studiamo ogni singola cosa. Ci sono delle patologie, quelle più comuni nei paesi occidentalizzati, su cui esistono milioni di articoli che spaziano dai dettagli più insignificanti al quadro generale. È molto comodo trincerarsi dietro l’ignoranza sulle conseguenze fisiche e psichiche di quello che è, a tutti gli effetti, un gesto medico e chirurgico.

Noi classe medica a volte, rischiamo di confrontarci con l’embrione come con una cosa. Un escrescenza. Un problema.

Ti faccio un intervento, medico o chirurgico che sia, e ti tolgo il problema.

Sono andata su pubmed, e ho digitato “induced abortion physical consequences”. Mi sono comparse 74 voci bibliografiche, che in 30 anni da che l’aborto è prassi in diversi paesi occidentali, sono molte poche. Ho tolto “induced” e le voci sono diventate 130, sempre pochissime. Ho letto la lista sino in fondo e ho selezionato 5 articoli, che realmente rispondevano al mio quesito.

Allora ho messo “abortion complications” Le cose li sono migliorate di molto: 19.000 articoli, tuttavia sono studi sulle “complicanze” e non sulle “conseguenze” dell’aborto. La differenza semantica è sottile, ma rassicurante per un medico, le complicanze sono cose che potevano succedere o meno, le conseguenze sono storia naturale di una patologia. In altri termini, se noi induciamo una patologia avremo delle conseguenze, se invece la curiamo avremo delle complicanze. E preferiamo pensare di curare qualcosa . Quindi stiamo affermando che in realtà a noi medici, fare aborti non piace. Non ci piace e non ne vogliamo sapere nulla. Meglio la pillola di uno due, cinque, dieci giorni dopo che saperne qualcosa. E allora ci incartiamo nelle menzogne. “l’aborto, donna, è un tuo diritto”.

Sì, ma sono io medico che te lo devo fare “l’aborto è un gesto medico” Sì ma allora è il medico che decide come e quando farlo, in scienza e coscienza. “tu medico non puoi (in Italia ancora no, in altri paesi europei ci siamo) rifiutarti di praticare un aborto”. Ma come, non è un gesto medico? Non lo abbiamo fatto entrare in ospedale per tenerlo sotto controllo? Se è un gesto medico, e sotto la responsabilità medica, allora il medico decide quando proporlo, a chi, e perché. “Adesso ti do le pillole per l’aborto chimico” Me ne sto lavando le mani… II gesto lo farai lontano da me e lo farai tu, non io. Io non ne so niente, e niente ne voglio sapere.

Per quale motivo, se io non posso costringere nessuno a farsi curare, devo essere costretta a fare qualcosa che non è una cura, e che non porta bene a nessuno, perché a seconda di come lo guardo quelle complicanze sono conseguenze? L’aborto non risolve nessun problema, perché una persona non è mai un problema. Una persona è una risorsa.

L’aborto non cura nulla. Lascia cicatrici nell’anima che si traducono in depressione, rischio suicidario, disturbi del comportamento, e nel corpo, con aumento del rischio di avere aborti spontanei, gravidanze pretermine, placenta previa, tumore al seno… Allora perché lo facciamo? Perché lo incoraggiamo?

Alla fine della fiera, con tante sfaccettature, l’aborto è una scelta di profonda solitudine.

Sono contraria alle crociate antipersonalistiche contro l’aborto: non servono a nulla. La libertà di una persona è sacra, anche quando viene usata per ledere se stessi e gli altri. Puoi consigliare, accompagnare, riprendere. Non costringere. Ma potresti condurre le cose a norma di legge, provare a rendere prassi i vari passaggi della 194 scritti “a tutela della maternità” Tuttavia sul tema c’è in giro un ignoranza inquietante. Se la legge venisse realmente applicata, non dico che salverebbe vite, perché questo non è vero, comunque rende lecita la pratica abortiva, con ampi margini di discrezionalità. Tuttavia, se si volesse esaltare ciò che di buono dice la legge, seguirlo alla lettera, sarebbero limitati di molto i morti che essa causa.

Chi sostiene che l’aborto sia una libera scelta che va data a tutte le donne per conquista democratica, dovrebbe intanto iniziare a conoscere cosa la legislazione italiana dice in proposito. Dice il contrario di molti modi in cui viene usata....

Ad esempio che gli aborti per cause economiche devono essere sfavoriti, e che si devono proporre alle donne alternative per non ricorrervi. È molto molto comodo fare i finti compassionevoli. Dire “l’aborto è un dramma sociale, ma povere donne” e non aprire mai una seconda possibilità per queste povere donne.

Come diciamo nei CAV “nessuna delle donne che abbiamo aiutato a portare avanti la gravidanza ci ha fatto causa.” Eppure molte vivono nell’indigenza, a volte non sanno bene come mettere insieme pranzo e cena, fanno degli enormi sacrifici per portare avanti la famiglia.. Noi non forniamo “come”.

Cioè possiamo fornire dei piccoli “come” per periodi di tempo limitati, possiamo fornire sorrisi, ascolto, amicizia, un po di denaro, la coordinazione con i servizi sociali, corredini… Ma non risolviamo il problema.

Sono le persone stesse che trovano il modo di risolvere i loro problemi o di conviverci, e quello che sembrava “IL problema” diventa il motivo per il quale i problemi si superano. Tanti anni fa, qualcuno mi ha detto “le persone sono doni”. Se rifiuti un dono, la tua vita non va nel senso della gratitudine.

Lo puoi fare? Certo che puoi. Ma ti chiedo, se lo vuoi veramente fare, che direzione vuoi dare alla tua vita. Ti chiedo se hai riflettuto su tutte le possibilità. Se sei sicura del fardello che ti carichi sulle spalle.

E ti dico, da donna a donna, da medico a paziente: per favore, àmati. Ama te stessa tanto da non farlo, da non sacrificare le vite che sono in te.

Fonte: La Croce Quotidiano - giugno 2015