Adozioni ai gay: cosa dicono scienza e statistica

Pubblicato il 14/10/2020 Autore/Fonte: M. De Franceschi Visite: 102
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Uno dei luoghi comuni nella normalizzazione del pensiero per cui due omosessuali sarebbero di per sé dei genitori a cui andrebbe preferita una coppia formata da uomo e donna vuole che gli orfanotrofi sarebbero pieni di bambini in attesa di qualcuno che li voglia con sé. Vediamo come i dati dicano ben altro e comprendiamo che la questione dell’utero in affitto sia solo un versante (certo il più redditizio) del mercato di esseri umani che torna ad aprirsi.

Tempo fa la vita mi ha ‘obbligato’ ad osservare da vicino il fenomeno dell’adozione. Ne ho studiato dati, caratteristiche psicologiche e giuridiche. Tali apprendimenti mi hanno permesso di attivare, nel corso degli anni, diversi corsi rivolti agli insegnanti sull’argomento. Un dato di ricerca che trovavo frequentemente erano le maggiori difficoltà comportamentali, psicologiche e scolastiche che statisticamente i bambini e ragazzi adottati evidenziavano.

Quando poi nella cultura italiana il tema dell’adozione a coppie omosessuali cominciava a comparire in dibattiti televisivi e sulle riviste non specializzate, il dato che sempre si citava, e che è ormai entrato nella ‘cultura’ comune, era che “le ricerche non evidenziavano differenze tra bambini figli di coppie eterosessuali e bambini figli di coppie omosessuali”. Anche numerosi colleghi recitavano questa frase, come se fosse un mantra, con il solo sostegno che “l’APA lo aveva chiarito una volta per tutte in un suo documento”. Se poi si cercava di approfondire con il collega il tema in questione emergeva in tutta la sua chiarezza che mai ci si era presa la briga di approfondire l’argomento oltre i ‘si dice’.

Ma come? I bambini adottati da coppie eterosessuali mostravano fragilità che quelli allevati da coppie omosessuali (dove il tema dell’adozione verso uno o entrambi i genitori era sempre prersente) non mostravano? Il dato era quantomeno sorprendentemente controtendenza. E infatti.. Andando ad esaminare i 59 articoli che l’APA ha utilizzato per arrivare alle conclusioni riportate in diversi documenti Loren Marks sulla rivista ‘Social Science Research’, n. 3 dell’ottobre 2011, arriva alla conclusione che la tesi della ‘nessuna differenza’ non ha validità scientifica per diversi e vari motivi che lei nella ricerca descrive puntualmente e che hanno a che fare con ‘errori’ metodologici generali e di campionamento quali: mancanza di anonimato tra i partecipanti alla ricerca, campione di controllo non rappresentativo o assente come pari (es. genitori etero single o non specificate le caratteristiche), adesione volontaria da parte dei genitori omosessuali, la dizione coppia omosessuale generica (dietro tale termine abbiamo situazioni molto differenti quali: coppie gay o lesbiche, coppie con figlio nato da una relazione precedente eterosessuale, genitore unico, per inseminazione artificiale, utero in affitto, adozione, ecc), campioni gay/lesbiche composti da affiliati e attivisti con un lato livello d’istruzione (che come sa la ricerca e sociologica incidono sull’attendibilità dei dati. Aggiungiamo, inoltre che le ricerche in questione riportano risultati su bambini pre-puberi (nessuna ricerca ha ancora potuto rilevarne su adulti).
Anche gli strumenti utilizzati sono passibili di critica: numerose ricerche hanno, infatti, utilizzato strumenti self-report (quindi espliciti nelle loro richieste) applicati ai genitori come indicazioni del benessere dei bambini. Va da sé che attivisti gay con cultura medio-alta, magari inconsapevolmente, avrebbero potuto sottovalutare alcuni indicatori di disagio. È da segnalare anche che nessuna ricerca attinge informazioni da fonti esterne (es. insegnanti o gruppo dei pari).

Alcune ricerche recenti, inoltre, hanno evidenziato differenze significative in diversi ambiti psico-sociali tra figli di coppie eterosessuali e figli di coppie omosessuali.
La prima pubblicata su Social Science Research, Volume 41, Issue 4, luglio 2012 (pagg. 752–770) ha cercato di attenuare le storture metodologiche evidenziate nelle ricerche precedenti. È stata compiuta su un gruppo molto numeroso di figli di coppie omosessuali. L’autore, Mark Mark Regnerus, professore di sociologia e metodologia della ricerca presso l’Università di Austin (USA), ha riscontrato una maggiore problematicità (anche decine di volte maggiore) dei figli di coppie omosessuali in diversi campi che vanno dalla salute mentale e fisica alla ricerca e al mantenimento di un lavoro. La seconda pubblicata sul British Journal of Education, Society and Behavioural Science 7(2) (pagg.99-120) nel 2015 ad opera di Donald Paul Sullins (che ha la ‘grave colpa’ di essere un prete cattolico, oltre che ricercatore), riporta tassi di problematicità emotiva da 2 a 4 volte quelli riscontrati nei figli delle coppie eterosessuali (quest’ultima è reperibile ‘in chiaro’ sul sito della rivista).
E allora allo stato attuale delle ricerche un osservatore sereno e pacato non può non rilevare che la scienza certa non è sulle conseguenze dell’omogenitorialità; forse la cautela dovrebbe suggerire a tutti (anche agli omosessuali) che è meglio aspettare a proclamare supposti diritti di uguaglianza (non esiste il diritto alla genitorialità, il bambino è lui stesso portatore di diritti, oggetto, altrimenti si tornerebbe ai tempi in cui gli adulti avevano il pieno potere sui figli: con l’esposizione alla morte come limite estremo). Non credo che si possa negare che non è giusto fare esperimenti sociali o rivendicazioni culturali sulla pelle dei bambini. Fin qui la riflessione teorica-scientifica, ma possiamo anche affrontare un altro aspetto, prettamente concreto.

Pensiamo ad un ipotetico (ma neanche troppo) caso realistico. Supponiamo ad una bambina di 5 anni abusata dal patrigno appena e non adeguatamente tutelata dalla madre biologica e che, dopo un’adeguata fase di valutazione dei servizi sociali, il tribunale dei minori ne decreti l’adottabilità (come si sa i bambini adottabili in Italia sono soprattutto grandicelli, l’dea che “gli orfanotrofi sono pieni di bambini piccoli che hanno bisogno di genitori” non corrisponde alla realtà dei dati).
Questa bambina proviene da una situazione di confusione relazionale prima e di violenza poi: prima è ‘tenuta’, ma poi i genitori non se ne curano veramente, sperimenta la confusione generazionale e sessuale, e poi le emozioni caotiche, potenti e destrutturanti dell’abuso in sé. Supponiamo che in virtù di una legge per la bambina vengono selezionate, insieme a coppie eterosessuali, anche coppie omosessuali: davvero pensiamo che la riparazione della ferita dell’abbandono e dell’abuso è ugualmente possibile se ci sono due genitori di sesso diverso o identico? La bambina abusata dal patrigno da quale coppia omosessuale sarà adottata? Da due omosessuali femmine o maschi? Nel primo caso si confermerebbe la cattiveria dei maschi, nel secondo si può pensare al terrore della bambina... Ma questo non potrebbe essere vero per tutti i tipi di violenza? Per essere più chiari: il delicatissimo processo di riparazione e di attribuzione di senso al trauma infantile non deve sempre implicare una coppia di sesso diverso? E se l’adozione significa accogliere le differenze nel rispetto della storia del bambino allora accoglie maggiormente le differenze la coppia eterosessuale o omosessuale? E come confermare l’aspetto della storia della bambina che ha fatto esperienza di una famiglia eterosessuale fino all’adottabilità (certo una famiglia gravemente disfunzionale, ma pur sempre la sua famiglia che farà parte per sempre della sua storia) se non confermandola con l’adozione ad una coppia eterosessuale? In altre parole: come può accogliere la storia del bambino fatta inevitabilmente dall’unione di un uomo e di una donna la coppia omosessuale? Non la nega automaticamente di fatto? Anche questa riflessione potrebbe essere estesa a tutti i bambini adottabili...

In precedenza la nostra coppia omosessuale, come tutte quelle che si rendono disponibili all’adozione, sarebbe stata valutata da un’equipe psicosociale che ha il mandato sociale di rilevare eventuali ostacoli personali e di coppia al pieno sviluppo psicofisico di un eventuale figlio. L’equipe in questione avrebbe indagato, come avviene sempre, il motivo per cui tale coppia aspira ad essere genitore. Si può, credo, affermare che esiste una corrispondente spinta biologica ed esistenziale alla genitorialità anche in tali coppie, però non esiste allora una contraddizione di fondo tra l’omosessualità e tale spinta? Da una parte si dicono attratti da persone dello stesso sesso, con cui la generazione biologica è impossibile, dall’altro desiderano esattamente ciò che tale desiderio rende impossibile (la soluzione legislativa e la legittimazione sociale che ne consegue non sarebbe un escamotage per non affrontare tale contraddizione insanabile?) Tale contraddizione non può generare di per sé un disagio prima di tutto nelle persone omosessuali, poi forse nel figlio adottato? La bambina in questione non ha già un gravoso compito di integrazioni di parti di sé (che dura tutta la vita) da portare avanti? Davvero gliene vogliamo affidare un altro (che non è suo)?

Fonte: La Croce Quotidiano - Dicembre 2015