Caterina, il suo aborto e la sua risurrezione

05/10/2020 - G. Focone
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Dal pozzo dei begli occhi di una donna – pozzo già essiccato e ora di nuovo dissetante – abbiamo raccolto tutto d’un fiato il racconto di una disavventura che si è volta in misericordia e pace: un’infatuazione giovanile, la gravidanza, la paura e l’aborto. Il tentativo di riempire il vuoto e il fallimento. Poi la grazia, il pianto, la verità, il perdono, la gioia e la testimonianza.

Nel mondo intero vengono uccisi nel grembo materno tre bambini ogni due secondi, 450 ogni cinque minuti, oltre 130.000 ogni giorno, circa 50 milioni ogni anno. In Italia, uno ogni cinque minuti, quasi 300 al giorno, oltre centomila bambini ogni anno.

Questi numeri, per quanto impressionanti, non riescono da soli a trasmettere tutto l’orrore. Perché i numeri, soprattutto quando si riferiscono alle persone, rimangono freddi e impersonali come idee astratte. I numeri vanno bene per le cose, per gli oggetti e per le statistiche, ma non servono quando bisogna parlare della vita delle persone.

Chi parla di aborto riducendolo a numeri e statistiche, o non sa cosa sia l’aborto oppure non vuole che si sappia cosa sia. Un aborto non è mai semplicemente un numero né un’idea astratta.

I numeri non soffrono, le persone sì. Prima e dopo ogni decisione di abortire c’è una storia di persone, reale e unica, scritta con la carne e il sangue di donne e bambini. Ecco perché, per capire fino in fondo cos’è l’aborto, si è pensato di farlo raccontare da persone vere che durante il cammino si sono trovate al fatidico bivio e hanno dovuto decidere: di qua o di là.
Alcune hanno preso una strada, altre quella opposta. Tutte, però, sono state incise profondamente da questa esperienza che, in un modo o in un altro, ha cambiato la loro vita per sempre. Queste sono le storie di chi ha voluto darne testimonianza.

Caterina

Caterina è una donna sulla quarantina, nei grandi occhi verdi la vena malinconica di chi ha conosciuto l’inferno e sul viso rotondo il sorriso di chi ne è uscito.

Ha deciso di raccontare la sua storia perché crede che nessuno meriti di vivere ciò che ha vissuto lei.

Caterina è un nome di fantasia, preferisce così; sono accadimenti della sua vita che quasi nessuno conosce e non vuole turbare persone a cui vuole bene.

La incontro sul divano del salotto di casa sua, fotografie ovunque in bella mostra raccontano della sua famiglia e parlano di ordinaria straordinarietà. Con il marito il giorno del matrimonio, a Venezia in luna di miele, in chiesa al battesimo della loro bambina.

Mi sorprende una sua foto in particolare. Piccola, al centro della scena, in una semplice cornice di legno grezzo. La ritrae di profilo, le mani unite sulla pancia in segno di protezione. Avrei saputo poi che fu scattata da suo marito qualche istante dopo aver appreso di aspettare Maria.

Non era là per caso quella foto, lo avrei capito in seguito; era là perché in quell’immagine c’era tutta la sua vita.

È in quel momento che prende a raccontare la sua storia, tutta d’un fiato.

Si può solo ascoltare, senza interrompere né fare domande.

Caterina aveva quasi 19 anni e tanti sogni da realizzare quando rimase incinta la prima volta.

Gli esami di maturità l’avevano impegnata fino a Luglio inoltrato e quell’estate al mare aveva conosciuto un ragazzo e se ne era innamorata, una passione tanto forte quanto fuggevole, consumata nel giro di qualche settimana.

Al rientro si era concentrata sull’inizio degli studi universitari, corso di laurea in giurisprudenza, e quando iniziarono le prime nausee, al suo amore estivo non ci pensava proprio più. All’inizio non ci fece caso, passeranno come sono venute, pensava.

Ma non passavano, anzi, cominciavano anche frequenti, inspiegabili attacchi di vomito; fu allora che la paura di essere incinta prese dimora nella sua mente.

Il test di gravidanza positivo, ripetuto più e più volte, confermò i suoi timori: era già al secondo mese di gravidanza e la sua paura si trasformò in terrore.

In preda al panico si risolse a telefonare al ragazzo che solo due mesi prima aveva creduto di amare; bastarono due minuti di silenzi imbarazzati e le frasi “... come fai a essere sicura che è proprio mio?...” e “... perché non te ne sbarazzi?...” a farle comprendere che l’estate era ormai lontana così come la sua giovinezza.

“Come ho fatto a essere così idiota? Come potrò dirlo ai miei genitori? Che ne sarà dei miei studi e dei miei progetti?” Non lo disse mai ai suoi genitori, forse per paura, forse per vergogna.

Fu un errore? Chi può dirlo! Potesse tornare indietro lo direbbe a sua madre, ma non si può giudicare il passato con il vissuto del presente.

Fu un’amica a suggerirle di rivolgersi a un consultorio per informarsi sul da farsi.

La donna con il camice che l’accolse nella stanza aveva l’aria annoiata di chi, giorno dopo giorno, gestisce pratiche sempre uguali. Il suo compito era quello di informarla sui suoi diritti, quelli previsti dalla legge; interruzione volontaria della gravidanza entro 90 giorni dal concepimento, ragioni economiche e sociali e via elencando. Caterina aveva invece bisogno di altre informazioni, di risposte tranquillizzanti a domande tormentate.

Se avesse abortito, cosa avrebbe eliminato, un grumo di sangue e tessuto o un bambino? Un ammasso informe di cellule o suo figlio?

Le domande le uscivano così, confuse tra singhiozzi e lacrime.

La donna con il camice, però, non era pagata per avventurarsi in complicati discorsi sui massimi sistemi biologici. La legge non specifica la natura di ciò che si abortisce, prevede semplicemente la possibilità di interrompere la gravidanza entro un certo periodo e in alcuni casi anche oltre, fu la risposta. “Torni qui se avrà deciso di praticare l’IVG!”

Non fu in quei giorni che Caterina trovò le risposte a quelle domande, ma solo molti anni dopo.

Decise di abortire perché non desiderava diventare madre in quella situazione e per la paura di dover cambiare i programmi che aveva immaginato per la sua vita.

Caterina abortì in una fredda giornata di autunno inoltrato. Tre giorni dopo l’intervento aveva già recuperato forze ed energie. Sapeva cosa doveva fare per dimenticare in fretta. Studio, amici, nuovi amori. Era di nuovo in pista, libera e senza pesi. Ma non andò così.

A volte la vita è strana, per trovare la tua strada devi perderti.

E Caterina si perse. Ben presto l’apparente nuovo entusiasmo si convertì in apatia, poco alla volta le sue energie lasciarono il posto a un torpore stagnante.

I giorni si inseguivano grigi, l’uno dietro l’altro. Non studiava più, usciva di casa raramente, gli amici pian piano si dissolsero come neve al sole.

A farle compagnia rimase però un vago e ostinato senso di vuoto, come di rimpianto. Pensava e ripensava a ciò che era successo e non smetteva di immaginare come sarebbe stato suo figlio se fosse nato, immaginava i suoi lineamenti, la sua voce. Il disagio più grande glielo provocava il vedere mamme della sua età sorridere, giocare e parlare ai loro bambini.

Il momento peggiore era di notte, quando nel buio e nel silenzio della sua stanza, i suoi pensieri diventavano ancora più ingombranti al punto che credeva potessero improvvisamente addirittura prendere corpo e il tormento si acuiva.

A nulla servivano, a lungo andare, i farmaci vieppiù potenti che avrebbero dovuto aiutarla a dormire.

Le sembrava di vivere in un perenne, inarginabile senso di colpa.

I suoi genitori ai quali non riuscì a nascondere a lungo il suo star male, le procurarono un appuntamento da uno psicologo; ma al medico, come del resto al padre e alla madre, Caterina non trovò la forza di confessare il motivo del suo malessere e ben presto rinunciò alle sedute.

Sola e depressa, viveva in compagnia della perdita, in una continua rielaborazione del suo lutto, senza sbocchi, senza fine, senza speranza.

E così passarono i mesi e poi anche gli anni. Caterina scivolava sempre più giù, lentamente, ineluttabilmente, come in un gigantesco imbuto.

Poi, così come proprio l’ora più buia della notte coincide con l’inizio dell’aurora, proprio in quella che sembrava l’ora più buia della sua vita, accadde qualcosa che ricominciò inaspettatamente a far luce dentro di lei.

Erano anni che non entrava in una Chiesa, la sua era una famiglia, come si dice, credente ma non praticante. Battesimo, prima Comunione, insomma ciò che si fa normalmente per tradizione sociale, non per vera fede. In quella fredda giornata d’inverno, Caterina era uscita di casa per andare in farmacia, infagottata nel suo giaccone e nei soliti pensieri. Quante volte era passata davanti a quella Chiesa senza neanche farci caso? Quella sera, però, proprio davanti all’ingresso, fu attratta da un delicato suono di organo proveniente dall’interno, da dove una luce calda e soffusa si spandeva fin sul sagrato esterno. Caterina esitò, poi entrò.

La Chiesa era quasi vuota; poche persone sparse tra le fila dei banchi, quasi tutti anziani, in piedi o in ginocchio.

Non c’era Messa, ma lo sguardo di ognuno era rivolto verso l’altare. Anche lei guardò e vide uno strano vaso mai visto prima, del colore dell’oro, con una serie di raggi di varia lunghezza che si diramavano in ogni direzione partendo come da un sole centrale, una rotonda teca di cristallo dov’era incastonata un’ostia grandissima che le parve un’enorme frittata.

Si avvicinò per vedere meglio e quando fu più vicina, d’un tratto capì e cadde sulle ginocchia. Le venne da piangere e cercò di controllarsi, ma non ci riuscì. Allora chiuse gli occhi e si arrese al pianto. E pianse Caterina, pianse come non ricordava mai di aver pianto prima, e si sentì sollevata, come una liberazione.

Non ricordò per quanto tempo era rimasta ferma in ginocchio, prima di sentire una voce educata che le diceva “Tutto bene?”. Alzò la testa e levando lo sguardo incrociò due grandi occhi castani e un sorriso garbato. Un prete, giovane e dall’aspetto gentile, si era chinato su di lei e stava aiutandola a mettersi in piedi.

Annuì, come quando si vuole rassicurare il proprio soccorritore. “Vuoi confessarti?” si sentì chiedere. Rimase interdetta, non ricordava l’ultima volta che si era confessata, forse era stato il giorno precedente la prima Comunione.

Annuì di nuovo e, come un cucciolo segue la sua mamma, seguì docilmente il sacerdote fino al confessionale.

Di quella confessione Caterina ne serba un ricordo dolcissimo. Prese il suo pesante fardello, lo aprì e lo vuotò di ogni cosa, come una bambina che svuota le tasche e consegna le caramelle rubate nelle mani del papà. Davanti al prete che la ascoltava in silenzio, depose ben riordinate le sue azioni, insieme ai dubbi, alle ansie, ai rimpianti, ai sensi di colpa, alla nuova consapevolezza. Poi abbassò il capo e tacque.

“Non c’è peccato così tanto grave da non poter essere perdonato. Il Signore ti ha perdonato da tempo. Ora è tempo che anche tu ti perdoni.” si sentì dire.

“Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. ”, le mani del sacerdote disegnarono davanti ai suoi occhi un segno di croce e lei, un po’ goffamente ripetè quel gesto automaticamente. Prima di andar via sedette in un banco, provò a recitare quelle preghiere che le avevano insegnato da piccola e sorrise del fatto che non era certa di averle ben ricordate. Poi uscì.

Non era certo in quel momento che pensava alla sua vita futura . Ma proprio fuori la Chiesa, inciampando sui gradini esterni, semplicemente ci sbatté contro.

Non poteva immaginare che il ragazzo che aveva appena travolto sarebbe poi diventato suo marito, il primo a parte Dio, al quale Caterina avrebbe mai confidato il suo segreto e con il quale avrebbe costruito la sua famiglia e al quale avrebbe regalato una splendida bambina.

Caterina si sta ancora perdonando, come dice lei, “ogni giorno un po’ di più nell’amore e nella verità!” “Nell’amore della mia famiglia, prendendomene cura quotidianamente e nell’Amore del Padre, presente da quel giorno con potenza nella mia vita!” “Nella verità riguardo al gesto compiuto, l’eliminazione del mio bambino e delle sue inevitabili conseguenze!”

La più terribile viene oggi indicata come Sindrome post-aborto.

L’ha sperimentata sulla sua pelle e ha dovuto imparare a riconoscerla e a vincerla. Tirando fuori dalla borsa un foglio ciclostilato che conserva scrupolosamente come si può conservare un biglietto da visita di un medico, Caterina mi riferisce delle parole di Theresa Burke, fondatrice di Rachel’s Vineyard Ministries, un’organizzazione americana no-profit nata per aiutare donne e uomini a superare le conseguenze di un aborto, nelle quali si riconosce alla perfezione:

“Quando una madre viene bruscamente e violentemente staccata dal figlio, si verifica un trauma. La sua è un’esperienza di morte innaturale, quasi sempre sente di aver violato la propria etica morale e i propri istinti naturali. La sua immagine di madre che nutre, protegge e sostiene la vita subisce un colpo devastante. Abortendo si sperimenta il tramonto del potenziale umano, del rapporto umano, della responsabilità, del senso materno, della relazione con l’altro e dell’innocenza. Una perdita di questo tipo raramente viene vissuta senza conflitto e contrasto interiore. È un’illusione pensare di poterla superare senza danni collaterali. L’agonia psicologica e spirituale conseguente all’aborto viene soffocata dalla società, ignorata dai mezzi di comunicazione, rifiutata dagli psicologi e disprezzata dai movimenti femminili. La sindrome post-aborto è una malattia grave e devastante che non dispone di testimonial celebri, che non è oggetto di film né di talk show!” Ecco, oggi le ha davvero tutte le risposte a quelle domande che, tra singhiozzi e lacrime, aveva rivolto alla donna del consultorio tanti anni prima.

Oggi conosce la verità e l’ha accettata. Abortire vuol dire uccidere il proprio figlio nelle prime fasi della sua vita e nessuna legge potrà mai cambiare lo stato di cose predisposte dalla natura. Il corpo di ogni donna si predispone, attraverso cambiamenti fisiologici automatici e naturali, all’accoglienza della nuova vita sbocciata nel suo grembo, indipendentemente dalla volontà della stessa donna. Proprio come il cuore che, battendo indipendentemente dalla nostra volontà, pompa il sangue necessario alla nostra sopravvivenza.

Così, quando la mente convince il resto del corpo a interrompere la gravidanza, il cuore, l’essenza stessa della donna già divenuta madre nello spirito non la segue nel ragionamento di convenienza e di paura e reagisce allo stress della perdita innaturale, ribellandosi a volte in maniera violenta. “Ci sono amiche che sono state malissimo per degli aborti spontanei, quando l’interruzione di gravidanza non è voluta, figuriamoci quando la donna realizza inconsciamente di essere stata proprio lei, volontariamente, a scegliere di eliminare suo figlio!” mi dice emozionandosi.

E per la prima volta da quando ha iniziato a parlare, gli occhi di Caterina si riempiono di lacrime.

“La maggior parte delle donne che come me hanno abortito sono state ingannate. Sarebbe giusto che le donne fossero informate su cosa vuol dire realmente abortire e sulle sue conseguenze, bisognerebbe che a una donna che sta pensando all’aborto fosse detta la verità su chi viene abortito, un bambino e non un grumo di sangue e cellule, e sulle inevitabili conseguenze psicologiche e fisiche che l’eliminazione volontaria del proprio figlio comporta. Fino a quando ciò non avverrà, come è successo a me, le donne saranno sempre defraudate della vera possibilità di scegliere, ammesso che sia giusto poter scegliere di stroncare un’altra vita, e io credo che non lo sia. Finché non verrà detta la verità sull’aborto non ci potrà mai essere una libera scelta consapevole.”

Prende fiato per un attimo, poi continua: “Ecco, io mi sento come se fossi stata usata, come la testimonial di un diritto che credo che non avrei dovuto avere. Io avrei avuto bisogno di essere aiutata a risolvere i miei problemi, ma non era mio figlio il problema come poteva sembrarmi nella concitazione del momento, ma piuttosto lo era il mio ignorare verità e conseguentemente, i miei problemi non li ho risolti con l’eliminazione fisica del bambino!”

“Se mi fosse stata detta la verità su chi stavo per abortire, oggi dico che non avrei abortito e se l’avessi fatto almeno avrei potuto scegliere nella verità. È la sensazione di essere stata ingannata, la cosa che mi fa star male quando ne parlo, ancora oggi.” “Io sono stata fortunata, ne sono uscita perché il Signore mi ha cercata e io mi sono lasciata trovare, e per questo non mi attribuisco alcun merito, anzi mi ritengo una privilegiata e ho accettato di raccontare la mia storia, proprio perché so che per milioni di donne e di uomini non va così e allora, magari la mia esperienza potrà servire a qualcun altro per non caderci come ci sono caduta io!”

L’irruzione nel salotto di un uragano, biondo e con gli occhi azzurri, armato di libri, quaderni e penna al grido di “ Mamma, domani italiano, matematica e inglese!” fu per me il segnale di dover immediatamente abbandonare il tempio sacro di quella straordinaria quotidianità familiare.

Maria necessitava immediatamente della completa attenzione della sua mamma. Allontanandomi da casa di Caterina ripensai alle parole di Edith Stein, uccisa nel campo di concentramento di Auschwitz nel 1942: Non accettate nulla come verità che sia privo di amore. E non accettate nulla come amore che sia privo di verità! L’uno senza l’altra diventa una menzogna distruttiva. Sembravano pronunciate proprio per Caterina e per tutte le donne alle prese con un gravidanza non desiderata.
Non mi sorprese l’accorgermi di avere gli occhi umidi.

Fonte: La Croce Quotidiano - Novembre 2015