Che cosa resta della paternità all’epoca della fecondazione assistita?

18/06/2020 - E. Fumaneri
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In pochi decenni si è passati dalla sessualità sganciata dalla riproduzione alla riproduzione sganciata dalla sessualità: per il potere che vuole assoggettare gli individui in quanto tali un mezzo edonista equivale a uno tecnicista. Susanna Manzin, però, indica uno spiraglio ne “Il destino del fuco” suo romanzo di esordio.

La vita umana al tempo della sua riproducibilità tecnica. Di questo parla il primo romanzo della milanese SusannaManzin, Il destino del fuco (D’Ettoris Editori, Crotone 2014).

Il racconto, godibile e di facile lettura, si rivela presto un ingegnoso espediente per sviscerare le implicazioni antropologiche e le ricadute esistenziali della fecondazione artificiale – o Procreazione Medicalmente Assistita, per dirla col linguaggio falsamente neutro dell’antilingua (reso ancor più asettico dal semplice uso della sigla Pma). Dà forma, la penna della Manzin, alla storia di una ordinaria famiglia italiana: quella di Marianna e Riccardo, sposati e con due figli, gestori di un agriturismo ben avviato. Il ménage familare si svolge nel segno di una parca e serena cultura della convivialità, in cui la stretta comunione coi ritmi della natura si coniuga con gli impegni del focolare e quelli dell’impresa domestica. La cura con cui Marianna, autentica cultrice della buona cucina, riesce a unire sobrietà e raffinatezza contribuisce ad alimentare un clima di ospitalità ed accoglienza.

Esiste un’analogia, osserva l’autrice nella presentazione del libro, tra il rapporto dei personaggi col cibo e la maniera che hanno di relazionarsi con gli altri. L’atto del mangiare è ricco di significati profondi: il cibo consumato insieme, verità ben nota, è simbolo di pace. È il modo privilegiato di amare la vita e gli amici. Partecipare ai riti della tavola, in fin dei conti, non è che la via più semplice di essere in comunione con l’altro. Nell’agriturismo a conduzione familiare si riflette dunque l’immagine realizzata dell’ideale della “buona vita”: un’esistenza carica di calore umano, equilibrio e armonia, immersa nella bontà e nella bellezza. Questo microcosmo è atteso però da una svolta cruciale.
 
Decisiva è l’entrata in scena di quattro nuovi ospiti. Si tratta di una madre single, Anita, di sua figlia Greta e di un padre divorziato, Carlo, con il figlio Ludovico. L’arrivo dei quattro reca con sé una inaspettata rivelazione destinata a sconvolgere la vita quotidiana di Riccardo e Marianna. In maniera alquanto casuale si scopre che i diciannovenni Greta e Ludovico sono figli della provetta: entrambi infatti sono nati mediante una fecondazione eterologa resa possibile da uno sconosciuto donatore.

Nel corso della permanenza all’agriturismo gli interrogativi irrisolti sull’identità del padre biologico finiscono per imporsi con brutalità, facendo deflagrare con violenza le contraddizioni che fino ad allora avevano pesantemente segnato le esistenze dei due ragazzi. I risvolti di un passato inconfessato affiorano con prepotenza: si dispiega in tal modo un complesso intreccio di relazioni familiari e drammi individuali. Nulla sarà più come prima.

Sono molteplici le suggestioni offerte dal romanzo. Fra tutte primeggia la riflessione sulla destrutturazione della figura del padre, la cui funzione appare tanto più irrilevante nella misura in cui viene spersonalizzata. Il padre al tempo della Fivet rischia, come confessa uno dei protagonisti del libro, di fare la fine del fuco, che feconda l’ape regina e poi muore, o del maschio della mantide religiosa, liquidato dalla femmina dopo l’accoppiamento. Con la Fivet si produce una parentalità settoriale. Si innesca una radicale scorporazione della figura paterna, dissolta in un reticolo di funzioni (padre sociale, biologico, legale, simbolico, immaginario). Inutile dire che la stessa disgregazione procacciata dalla PMA colpisce, in misura non minore, anche la figura materna (avremo così una madre gestazionale, una madre genetica, legale, sociale o committente).

Nulla vieta perciò di prefigurare uno scenario prossimo venturo in cui la paternità e la maternità, ormai divenute funzioni impersonali, risulteranno assolvibili – di diritto e di fatto – anche da una collettività anonima e, perché no?, persino da un’intelligenza artificiale. Si annuncia il tempo in cui una astratta funzione di “genitorialità”, precipitato della disumanizzazione, potrà surrogare il ruolo del padre e della madre con un volto, un nome, un sesso biologico.

La scrittura agile di Susanna Manzin ci introduce così nel ginepraio degli infiniti paradossi della fecondazione eterologa. La Pma, che presuppone un quadro culturale dove il corpo umano è assimilato a prodotto, si può considerare a tutti gli effetti una risultante dell’antiumanesimo contemporaneo.

«Fin dalla sua comparsa – scrive lo storico Emmanuel Betta – la riproduzione artificiale fu percepita come un’azione che andava contro la natura. Perché creava qualcosa che la natura non aveva previsto, perché interveniva per modificare, correggere, indirizzare» (E. Betta, L’altra genesi. Storia della fecondazione artificiale, Carocci, Roma 2012, p. 15). Collocare l’artificio nel dominio della generazione, atto naturale per eccellenza, non poteva che suscitare perturbanti interrogativi sulla genesi stessa della natura umana.

È alquanto istruttiva la storia di questa tecnologia, ricca di intrecci tra riduzionismo materialistico, utopismo e efficientismo. Nata e  sviluppatasi inizialmente nell’ristretto alveo delle sperimentazioni naturalistiche di fine Settecento, quando scienziati come Lazzaro Spallanzani tentano di riprodurre specie animali, la fecondazione artificiale conosce i primi momenti di gloria col biologo russo Il’ja Ivanov, che a inizio Novecento fa uso delle tecniche di riproduzione artificiale in campo zootecnico. I suoi successi e il notevole incremento del bestiame spingeranno medici e fisiologi a tentare l’applicazione sugli esseri umani. Negli anni Trenta entra esplicitamente in gioco anche la questione eugenetica, soprattutto negli Stati Uniti.

Secondo il filosofo Hervé Pasqua la forza propulsiva di queste tecniche di autoproduzione dell’uomo è da rintracciarsi nell’idea che nulla esista all’infuori dello spirito umano. È il sogno faustiano dell’uomo che, elevatosi a principio della realtà, si vuol misura di tutte le cose. Tutto è costruito a partire dal raziocinio umano. Ogni realtà è, dunque, fabbricata. Una volta abbattuta la frontiera tra reale e artificiale, l’esistente diviene una proiezione dello spirito.

Per lo spirito umano che si vuole sostanza, principio costitutivo della materia, i corpi sono solo apparenza sensibile. Prende piede una visione dell’essere umano come macchina vivente, come insieme di organi. È questa confusione estrema di reale e razionale, di identità tra naturale e artificiale a portare a un’autentica de-realizzazione della realtà.

L’uomo così autodivinizzato si assume il compito di realizzare la creazione al punto da avviare un processo di autoproduzione umana. La manipolazione della vita trova nell’ingegneria biologica una delle sue principali risorse. Suscitare una neo-vita esige di strappare ogni segreto alla natura umana che, in tal caso, non racchiuderà più alcun mistero. Non si tratterà più di conoscere l’uomo, ma di ricostruirlo.

Qui si innesta il fascino – esemplificato dal mito di Frankenstein – esercitato dal mostruoso nel mondo contemporaneo. Cos’è infatti il mostro se non una reinvenzione dell’uomo, un composto artificiale di elementi estratti dalla natura? Perseguire questo desiderio allucinato impone di scomporre l’uomo vecchio per comporre un uomo nuovo. Il comando che si impone sarà allora quello di frantumare la persona per assemblarla ex novo secondo un progetto ingegneristico, dissolvere l’io individuale per poi realizzare un’alchimia della vita per via genetica e molecolare. Disintegrare per reintegrare: la ricostruzione dell’essere passa attraverso la sua distruzione.

L’utopia del controllo totale del vivente rende necessario spezzare la nozione stessa di continuità generazionale. Si vanno ad intaccare i fondamenti più profondi dell’umano: le matrici sessuate del pensiero simbolico che permettono di pensare l’identità, l’alterità, la relazione. Va aggredito quindi tanto l’ordine del padre quanto quello della madre. Se il padre indica un fine superiore, la madre è la testimone di un’origine anteriore. Occorre eliminare ogni presenza che dica all’uomo di non essere un prodotto, conculcare ogni realtà che gli racconti di non essere una fabbricazione. È possibile dominare l’uomo solo fabbricandolo. È l’idea stessa di natalità ad essere osteggiata. L’aleatorio va bandito. Ciò richiede la preparazione, per dirla con le parole di Luigi Lombardi Vallauri, di «uomini senza radici nel passato e senza ramificazioni nell’avvenire».

Plasmare l’individuo nella sua forma più pura vuol dire privarlo di ogni relazione. A tal fine bisogna creare la vita in un ambiente asettico e anaffettivo. Si rende necessario scavare un vuoto di appartenenze intorno al bambino, preludio del vuoto totale del laboratorio. Diventa perciò tassativo separare la nascita da ogni rapporto di relazione, perfino dal corpo materno. È facile prevedere quali potenzialità verranno messe a disposizione di questo progetto da una tecnologia in via di perfezionamento come quella dell’utero artificiale (il prototipo risale al 2008, quando alcuni scienziati australiani riuscirono a riprodurre in laboratorio l’utero di uno squalo toro).

Disancorare dalla comunità umana, tramite il concepimento in vitro, alimenta una società di solitari caratterizzata dalla progressiva espulsione della persona umana con la sua presenza concreta e viva. La genetica selvaggia potenzia il processo di “morte del prossimo” denunciato dallo psicoanalista Luigi Zoja, accresce la perdita di intimità, dei vicinati. Reca l’impronta di un mondo ad alto tasso di artificialità, sempre più immerso nel virtuale.

L’umanità senza filiazione si priva di ogni possibilità di comunione. Una società senza verticalità, composta di soli legami orizzontali, è destinata alla disgregazione. La tecnoscienza in questo modo non si mette più al servizio dell’uomo. Si manifesta, piuttosto, come la sua negazione. L’illimitata manipolazione della natura umana contiene in sé un attentato alla condizione umana.

Sempre Hervé Pasqua provvede a ricordare che il nostro è il tempo della rivolta di Frankenstein contro Faust. Due idoli, il generato e il genitore, si divorano a vicenda. Assoluto arbitrario che dispone dell’assolutamente assoggettato, l’antiumanesimo oscilla pertanto tra l’esaltazione del superuomo (Übermensch) e l’aggressione al sottouomo (Untermensch). In un caso come nell’altro è mosso dall’avversione per l’uomo reale e concreto, in carne ed ossa.

Nella nota finale del racconto l’autrice provvede ad avvertirci: il confine tra immaginazione letteraria e realtà va sempre più assottigliandosi. Stanno lì a testimoniarlo vicende ancora attuali come lo “scambio di embrioni” avvenuto la scorsa estate presso un ospedale romano e la sentenza della Corte Costituzionale che ha stralciato il divieto di fecondazione eterologa sancito dalla legge 40. Si approssima quanto già trova realizzazione in Gran Bretagna, la terra promessa della fabbricazione dell’uomo dove la procreazione artificiale è divenuta oggetto di marketing. Nei manifesti pubblicitari della City campeggiano già le banche del seme. Non senza coerenza, la commercializzazione dell’uomo-embrione va di pari passo con l’ascesa di nuove figure professionali come i broker procreativi, nuovi professionisti dell’intermediazione biotecnologica. Il romanzo della Manzin – e anche di questo bisogna esserle grati – si sottrae tuttavia ai canoni di tanta letteratura distopica rifiutando di essere solo la disperata narrazione di una catastrofe inevitabile. Non c’è desolazione in grado di sopprimere la speranza, sembra volerci dire. È sempre possibile raccogliersi, nella condivisione dello stesso destino, in una comunità di uomini e donne liberi.

La natura umana si appella a risorse sconosciute. Affonda le proprie radici in profondità abissali. Si raduna attorno alla tavola preparata da una madre capace di trasmettere, ancora una volta, i sapori antichi e sempre nuovi della tradizione. Oppure la vediamo riaffiorare in un uomo deciso a farsi carico delle proprie responsabilità che ritorna dal Telemaco che continua, generazione dopo generazione, ad attendere il verbo che sfida la morte: la parola di speranza del padre.

Fonte: La Croce Quotidiano - Marzo 2015