Dove il suicidio assistito frutta #organi “donati”

Pubblicato il 20/01/2020 Autore/Fonte: D. Valrani Visite: 115
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Il quotidiano canadese Ottawa Citizen annunciava con entusiasta enfasi  negli scorsi giorni  la  stretta   correlazione tra medici che praticano il suicidio assistito e l’improvvisa pletora di parti del corpo umano di riserva per coloro che necessitano di trapianti di organi.

Il annunciava scorsi quotidiano giornicon la canadese stretta entusiasta correlazione Ottawa enfasi Citizen negli tra medici che praticano il suicidio assistito e l’improvvisa pletora di parti del corpo umano di riserva per coloro che necessita- no di trapianti di organi. Il titolo dice tutto: “Medically assisted deaths prove a growing boon to organ donation in Ontario”, letteralmente traducibile come “i decessi medicalmente assistiti mostrano un crescente vantaggio per la donazione di organi in Ontario”.

L’articolo inizia con quanto sono virtuosi i canadesi che scelgono il suicidio assistito da soli con l’aiuto di un medico: “Gli abitanti dell’Ontario che optano per l’assistenza medica al suicidio (Medical Assistance in Dying - MAiD) stanno salvando o migliorando sempre di più la vita degli altri, includendo anche la donazione di organi e tessuti nelle loro ultime volontà.

Nei primi 11 mesi del 2019, tra i pazienti che hanno fatto ricorso al MAiD nella provincia di Ontario si contano 18 donatori di organi e 95 donatori di tessuti, con un aumento del 14% rispetto al 2018 e un aumento del 109% rispetto al 2017”. I dati relativi a dicembre 2019 non sono ancora disponibili. Il portavoce del Trillium Gift of Life - l’organizzazione responsabile della donazione di organi in Canada - , Ronnie Gavsie, mette le mani avanti: nessuno costringe nessuno a donare gli organi. “La decisione di ricorrere al MAiD è totalmente separata dalla decisione di donare organi, but we do want patients to have their last will carried out, ma vogliamo che le ultime volontà dei pazienti vengano eseguite”. Indubbiamente.

In effetti, i pazienti terminali stanno effettivamente cambiando la propria vita andando a cercare la morte in ospedale. Secondo il dott. Andrew Healey, capo medico responsabile delle donazioni di Trillium, “molti pazienti che scelgono il MAiD ritengono la donazione di organi una priorità maggiore rispetto alla scelta del luogo della loro morte. La cosa sorprendente è il fatto che abbiano una visione molto chiara di ciò che vogliono e hanno la capacità di prendere le proprie decisioni.
Vogliamo che le persone sentano parlare delle opportunità che hanno e quindi facciano la scelta giusta per loro”. E aggiunge: “Ci sono diversi pazienti con cui abbiamo parlato che avevano inizialmente pianificato di morire a casa propria, ma per loro questo non era così importante quanto aiutare altre persone”.

Morire in ospedale, invece di essere circondato dalla famiglia a casa - cavallo di battaglia utilizzato per vendere bene la “death with dignity”, la morte compassionevole e dignitosa -, sta ora lasciando il posto a “lasciare in eredità” parti di ricambio del corpo con un chirurgo a pochi passi. Da quando, nel 2016, il Canada ha depenalizzato il suicidio medicalmente assistito equiparandolo a un atto medico pari a quello di fornire terapie o cure palliative, l’Ontario è diventato la provincia più attiva nel contattare chiunque venga ammesso al protocollo MAiD per discutere la possibilità di donare gli organi: quando una morte è imminente o programmata, per legge bisogna informare Trillium.

E il governo canadese ha eliminato qualsiasi impedimento legale che potesse impedire alla persona morente di donare organi, come fastidiose obiezioni da parte della famiglia: “Il dottor Sam Shemie, consulente medico della Canadian Blood Services per le donazioni di organi da parte di persone decedute, osserva che i donatori MAiD portano il consenso informato in prima persona, liberando le loro famiglie dal dover prendere tali decisioni forse nel peggior momento emotivo, quando una persona cara potrebbe essere in coma dopo una tragica malattia o incidente”. Indubbiamente.

Uccidersi al momento giusto consente a Trillium di avere a disposizione una quantità di organi umani inaspettata e pronta per il trapianto. Niente problemi legali e meggiori possibilità di salvare vite umane. Oh, certo, possono sorgere questioni etiche, ma a chiederlo a gran voce sono gli stessi pazienti, prima di essere eutanizzati in ospedale, di farsi espiantare gli organi, dunque niente inutili possibili obiezioni dei bioeticisti: “Ci siamo detti: ‘Ragazzi, mescolare la donazione di organi in questo campo è molto delicato. Dovremmo davvero starne alla larga’, ricorda.

Ma il problema era che i pazienti lo chiedevano. E così ci siamo detti che, se questo è quello che i pazienti vogliono, se è quello che stanno chiedendo, in particolare nella situazione in cui stanno prendendo decisioni indipendenti e autonome sul proprio futuro, allora dobbiamo fornire una guida alla comunità su come farlo correttamente: dal punto di vista medico, legale, etico”. Decisioni assunte in maniera “independent” e “autonomous”? Questo mi ricorda qualcosa d’altro, come la vendita di parti del corpo degli undesireables.

Qualcuno potrebbe pensare trattasi di un articolo giornalistico di dubbia veridicità, come se ne leggono tanti. Non è così. È tutto vero. E c’è anche di più. I bioeticisti più rispettati del mondo hanno pubblicato articoli seri su riviste mediche blasonate nei quali sollecitano i medici a raccogliere il consenso di pazienti con disabilità cognitiva mentre sono ancora in vita - protocollo ODE, “organ donation euthanasia” - come mezzo per ridurre i tempi di attesa dei trapianti. Non siamo in un romanzo distopico, è la realtà. Il Journal of Heart and Lung Transplantation, ad esempio, - rispettabile rivista medica, non un blog marginale su iternet - ha recentemente pubblicato un articolo che propone il beating–heart harvesting come una forma di eutanasia in cui l’omicidio medicalizzato è legale. Avete letto bene. In “Euthanasia Through Living Organ Donation” si legge: “Le attuali linee guida [nei Paesi Bassi] affermano che solo il paziente dovrebbe porre la questione della donazione di organi e solo dopo una risposta positiva alla domanda di eutanasia, mantenendo così entrambe le procedure strettamente separate. Tuttavia, riteniamo che un medico debba sempre informare un paziente che sia idoneo dal punto di vista medico sulla possibilità di donazione di organi, anche se ciò potrebbe interrompere la relazione di fiducia, poiché molti pazienti potrebbero scegliere di non chiedere la donazione perché ritengono che non sia possibile in questo contesto. Non è necessario il consenso dei parenti del paziente per la donazione di organi dopo l’eutanasia”. Le persone alle quali engono espiantati gli organi dopo l’eutanasia oggi sono talvolta malati di mente, senza altre compromissioni di salute. Perché? Perché questo invito pressante alla donazione degli organi? Perchè hanno organi in salute. Altre persone sono disabili da condizioni neuromuscolari, che possono anche essere espiantate per gli stessi motivi. Ma perché aspettare che i pazienti siano morti? Permettiamo l’ODE, compresa la raccolta del cuore vivo! “Poiché la procedura proposta non coinvolge pazienti con morte cerebrale, ‘living donation’(donazione vivente) è il termine corretto da usare per queste situazioni, anche se normalmente viene utilizzato per le persone che donano il loro rene e non muoiono a causa della donazione”.

Sì, davvero: eliminare un cuore pulsante sarà fatale al 100%. “Living donation in combination with euthanasia does not harm the patient more than organ donation after euthanasia does, or euthanasia without organ donation for that matter. Making ODE possible, compared with neglecting the patient’s wish and not facilitating this procedure, respects the Hippo- cratic Oath, which mandates taking care of the organ donor and the recipient in the best possible way”. “La ‘donazione vivente’ in combinazione con l’eutanasia non danneggia il paziente più della donazione di organi dopo l’eutanasia o l’eutanasia senza donazione di organi per quella materia. Rendere possibile l’ODE, rispetto a trascurare il desiderio del paziente e non facilitare questa procedura, rispetta il giuramento di Ippocrate, che impone di prendersi cura del donatore di organi e del ricevente nel miglior modo possibile”. Il giuramento di Ippocrate proibisce espli- citamente l’eutanasia, ma non importa. Gli autori concludono: “The right of self-determination of the patient who meets the due diligence requirements for euthanasia should ideally give such a patient the possibility of also donating his heart, so that others can be helped and/or saved by as many donated organs as possible. Implementing ODE into practice should be approached with caution, however, as public perception may not yet be ready for this combination of procedures”. “Il diritto all’auto-determinazione del paziente che soddisfa i requisiti di dovuta diligenza per l’eutanasia dovrebbe idealmente dare a tale paziente la possibilità di donare anche il suo cuore, in modo che altri possano essere aiutati e / o salvati da quanti più organi donati possibile.

L’implementazione pratica di ODE dovrebbe essere affrontata con cautela, tuttavia, poiché la percezione pubblica potrebbe non essere ancora pronta per questa combinazione di procedure”. Possa il pubblico non essere mai pronto ad accettare il fatto che i dottori possano portare un paziente vivente - che potrebbe anche non essere fisicamente malato - in una sala operatoria, anestetizzarlo e poi estrargli il cuore pulsante. Qualcuno potrebbe obiettare che trattasi di dibattiti e discussioni tecniche, affinchè la scienza e la medicina possano progredire sempre di più nel futuro con l’ausilio delle biotecnologie; che non siamo auto- rizzati a dipingere il progresso come una lugubre sequenza di sperimentazioni fina- lizzato ad un sadico e masochistico dise- gno transumanista di trasformazione post umana. Qualcun’altro potrebbe osservare ancora che tutti gli esempi e le citazioni contenute in queste nostre righe fanno riferimento a Canada, Belgio ed Olanda, paesi con tradizioni e storie culturali profondamente differenti dalle nostre, che stiamo in fondo mischiando suicidio assistito ed eutanasia come fossero la stessa cosa e che, in ogni caso, stiamo disegnando scenari viziati da posizioni ideologiche pregiudiziali, che poco hanno a che fare con il nostro amato Paese.

Le due possibili obiezioni - tra loro correlate - non osservano con realismo ciò che negli ultimi anni sta avvenendo in Italia. Non siamo più da tempo quella “felice eccezione” sui temi ad alto impatto etico, come il fine vita. Con l’approvazione del testo di legge n. 219/2017 sul biotestamento e la recente sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale, a integrazione della ordinanza 207/2018 - solo per citare le ultime decisioni -, il modello culturale ed antropologico imperniato sull’idea di persona e di communitas ha lasciato il passo ad una visione dell’umano sempre più individualista imperniato sull’auto-determinazione senza limiti. Vi è stato un riconoscimento diffuso sul fatto che la Corte abbia cercato di delineare una sentenza “su misura” per il caso specifico di Dj Fabo, e quindi, almeno per il momento, vi sia stato un tentativo di limitare la casistica oggetto del provvedimento.

Inoltre, per la Corte, l’aiuto al suicidio rimane comunque un reato, anche se non perseguibile penalmente in quelle precise condizioni di malattia. È vero. Ma è indubbio che ci troviamo di fronte ad un piano inclinato, molto scivoloso. In quest’ottica è importante leggere con attenzione ciò che è accaduto ed accade oggi in quei paesi nei quali si è iniziato prima a legiferare attorno a suicidio assistito ed eutanasia, come appunto Olanda, Belgio e Canada. La propaganda funziona sempre allo stesso modo in ogni latitudine del pianeta. Si parte da un caso estremo (o presunto tale), lo si costruisce per bene ad ad arte per colpire l’emotività e la sensibilità dell’opinione pubblica, per arrivare progressivamente a far accettare un’idea che istintivamente ogni persona rifiutava in precedenza.

Quando poi si è passati dal rendere accettabile alle masse l’inaccettabile, si può cercare di renderlo legale. La legge cambia la mentalità comune e quando una cosa diventa legale, diventa insieme anche una delle possibilità: e anche se la legge non dice così, nel sentire comune è passata l’idea. Per essere chiari, sappiamo bene che eutanasia significa somministrazione da parte di un medico di una pozione letale ad un paziente che lo richiede, finalizzata a provocarne la morte. Come altrettanto bene sappiamo che per suicidio assistito intendiamo l’azione da parte di terzi (un medico, un infermiere, un’equipe medica) che prepara la pozione letale, ma è il paziente stesso che se la somministra. “Personalmente lo ritengo uno stratagemma abbastanza ipocrita e pilatesco per mettersi a posto la coscienza, soprattutto la coscienza di chi ha giurato di difendere sempre la vita e non farsi mai colluso con azioni di morte”, annotava qualche tempo fa’ il Prof. Massimo Gandolfini.

Se mettiamo da parte gli aspetti giuridici e legali, ne condivido pienamente il senso del ragionare. “Dunque, l’atto finale di un’azione eutanasica e di un’azione di aiuto al suicidio è esattamente lo stesso: la morte della persona”, aggiungeva. “E la responsabilità morale è esattamente la stessa: aver posto fine alla vita di una persona. Cercare dei distinguo è un esercizio di ‘azzeccagarbugli’ che non cambia in nulla la sostanza dell’azione malvagia”. La propaganda gioca sull’utilizzo delle parole più utili da usare in quel determinato frangente, per confondere e tirare l’acqua al proprio mulino. Restano, tuttavia i fatti, i dati e le analisi.

In un articolo - “Physician-Assisted Suicide and Euthanasia: Emerging Issues From a Global Perspective”-, pubblicato nel 2018 nella rivista scientifica Journal of Palliative Care, si evince che in Paesi come Olanda e Belgio le regole riguardanti il suicidio assistito possono essere violate, forse non intenzionalmente, portando in alcuni casi alla somministrazione di un farmaco letale senza un chiaro consenso del paziente che si trova in fase terminale. In Belgio e in Olanda anche l’eutanasia è legalizzata, ed i report pubblicati in letteratura hanno evidenziato casi di violazio- ne delle regole di salvaguardia. Nel 2011 sono stati somministrati farmaci letali senza un vero e proprio consenso del paziente nell’1,7% dei casi delle morti verificatesi nella regione fiamminga del Belgio e nello 0,2% di tutte le morti in Olanda.

Dati preoccupanti, non possiamo non tenerne conto. Quali sono i rischi per i pazienti in Italia, oggi? “Potrebbe esserci un rischio per le persone che sono in condizioni di maggiore fragilità - sostiene il Professor Massimo Antonelli, direttore del Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica e del Dipartimento di Scienze dell’emergenza anestesiologiche e della rianimazione della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS di Roma -. Consideriamo che la maggior parte delle richieste di suicidio assistito sono soprattutto riferite a pazienti con tumori terminali. Tali richieste sono dalle 4 alle 7 volte più frequenti tra coloro che hanno una diagnosi di cancro e manifestano una sindrome depressiva, rispetto ai pazienti ugualmente terminali ma senza questa sindrome. La metà dei casi di pazienti ammalati gravemente e irreversibilmente che richiedono inizialmente il suicidio assistito cambia parere, quando il controllo dei sintomi migliora attraverso le cure palliative e il supporto psicologico è adeguato”. Quali sarebbero le implicazioni economiche di un’eventuale approvazione di una legge in Italia sul suicidio assistito? “La legalizzazione può offrire un abbrivio per una alternativa economica nei confronti della possibilità di cure palliative e compassionevoli che hanno inevitabilmente un costo” - aggiungeva in una intervista pubblicata on-line sul sito web dell’Università Cattolica del Sacro Cuore -.

Ci sarebbe dunque un evidente risparmio economico. Uno studio canadese ha calcolato che la legalizzazione del suicidio assistito del paziente morente potrebbe ridurre le spese sanitarie fino a 138 milioni di dollari. Questa deriva economicistica con una monetizzazione della sofferenza è una follia che non dovrebbe proprio essere presa in considerazione”. “Al di là della capacità di autodeterminazione del paziente la possibilità che questo si estenda alle persone più fragili è elevata e spesso basata sulla incapacità o inadeguatezza delle cure palliative erogate. Il suicidio assistito trasgredisce quella regola che noi medici nell’arco dei secoli abbiamo sempre considerato inviolabile: guarire e palliare coloro che sono sofferenti ma mai dare o infliggere intenzionalmente la morte sia pure richiesta dal paziente. Dobbiamo muoverci nella direzione di tutelare il malato dalla sofferenza e offrire migliori cure palliative laddove necessario, piuttosto che assecondare le richieste disperate di chi non ha potuto ricevuto un supporto adeguato. Sempre considerando, ovviamente, la facoltà del rifiuto delle cure quando siano sproporzionate. Si tratta di investire e ottimizzare le risorse nel percorso della palliazione e del supporto psicologico e sociale del malato e dei suoi familiari, migliorando ciò che già ci si sforza di fare ogni giorno”, concludeva. Una serie di dati evidenziano come nei paesi in cui eutanasia e suicidio assistito sono legalizzati, si assiste a un superamento delle salvaguardie inizialmente delineate per mantenere limitate le procedure, e a un conseguente aumento delle indicazioni cliniche.

I report olandesi e belgi depongono per un incremento variabile negli anni da un 250 per cento a un 1.000 per cento, con allargamento delle tipologie: da pazienti oncologici a pazienti non oncologici, da situazioni di terminalità a situazioni di cronicità e disabilità, da sofferenze fisiche a sofferenze psicologiche e cognitive, frequenti in età avanzata, con le problematiche proprie tipiche di tali fasce di età (depressione, demenza). Inoltre, si è assistito in Olanda alla proliferazione di “cliniche del fine-vita”, ovvero di strutture ove l’unica prestazione effettuata è quella eutanasica o di suicidio assistito.

Altri numeri esprimono, in quei paesi ove eutanasia e suicidio assistito sono legalizzati, anche una progressiva maggiore diffusione dei cosiddetti “suicidi razionali”, ossia dei suicidi di persone in benessere fisico, motivati da una scelta di tipo esistenziale, non innestati su una situazione di particolare disabilità o malattia. Questo aumento, da prima della legislazione a dopo, è stato riportato dell’ordine del 6 per cento per tutte le età, e del 14 per cento per gli ultrasessantacinquenni. La dinamica che si viene a creare nei paesi in cui i grandi problemi di disabilità sono affrontati con suicidio assistito o eutanasia è stata definita da alcuni come un pro-esso di “contagio suicidiario”, come se il suicidio progressivamente divenisse una ipotesi positiva di affronto della sofferenza, fisica e/o psico-esistenziale.

Ci hanno detto che la morte compessionevole è il modo più dignitoso di morire, per una persona in fine vita. Ci hanno detto che suicidarsi o lasciare che qualcuno lo faccia per te è un atto di libertà e di dignità. Ci hanno detto che dovevamo accettarlo, per il loro bene, e che dovevamo smetterla di difendere la vita ad oltranza, quando di vita degna di essere vissuta non ce n’è più neanche un soffio. Ci hanno detto che non abbiamo alcuna pietà e compassione in ciò che sosteniamo, che siamo dei custodi delle regole e che la vita reale è altro, che siamo avari di umanità. Sorrisero nel dirci queste cose e ci mentirono. Non sapevamo quanto sarebbe stata veloce la disumanità. Eccoci qui, nella nuova frontiera culturale per tutti gli undesiderables: la morte necessaria come dono. La pressione pubblica sarà esercitata sulle persone che potrebbero essere terminali - ma che vogliono egoisticamente vivere più a lungo - per affrettarsi nel farsi uccidersi, per fornire pezzi di ricambio a qualcuno che ha più valore per la società. Come afferma il portavoce canadese di Trillium: “Non solo stanno morendo con dignità e in un momento a loro scelta, ma stanno lasciando un’eredità”.

Fonte: La Croce Quotidiano