Eutanasia, a che punto siamo?

15/09/2019 - Popolo della Famiglia (317 visite)


In questi ultimi anni abbiamo assistito in Europa allo svolgersi di episodi inquietanti, in cui erano protagonisti da un lato bambini e persone malate (Charlie Gard, Alfie Evans, Vincent Lambert) e dall'altro il potere giudiziario di paesi come Inghilterra e Francia che ha deciso la sospensione del sostegno vitale: ossigeno, acqua, alimentazione.

A nulla ? valsa l'opposizione tenace dei parenti, ai quali è stata negata persino la possibilità di trasferire il malato in altra struttura. Ancora più inquietante e stato l'episodio di Noa Pothoven, la diciassettenne olandese che ha ottenuto di essere accompagnata nel suicidio mediante privazione di acqua e cibo.

Questi sono stati casi emblematici, che mostrano la deriva eutanasica in atto in Europa. Tuttavia, per il momento solo in tre paesi europei l'eutanasia è legale: in Olanda dal 2002, dove due anni più tardi è stato approvato anche il "protocollo di Groningen" sull'eutanasia infantile.

I casi di eutanasia in Olanda, (popolazione 17.000.000) nel 2002 sono stati 1.886, nel 2018 sono stati 6.126, quindi un incremento in poco più di vent'anni del 250%. La legge non prevede, per il medico che acconsente a praticarla, l’obbligo di comunicare la decisione alle autorità. Per questo il numero ufficiale corrisponde solo ai casi che sono stati volontariamente comunicati dai medici. In Belgio l'eutanasia è legale dal 2003 e in Lussemburgo dal 2008.

In Svizzera ? invece legale anche il suicidio assistito che non comprende solo i casi di malattie inguaribili, ma anche semplicemente situazioni di sofferenza psicologica. In Italia si è regolamentata la possibilità di autodeterminazione approvando nel 2017 la legge 219 sulle DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), al fine di esprimere anticipatamente il rifiuto a terapie ed accertamenti mediante un atto scritto, vincolante per i sanitari (attenzione che in questa legge l’alimentazione e l’idratazione sono considerate “terapia”).

Essa non soddisfa ovviamente le associazioni a favore dell'eutanasia e del suicidio assistito, che in questi ultimi mesi hanno cercato di forzare il nostro ordinamento attraverso scorciatoie giudiziarie.

È nota la vicenda del processo a Marco Cappato, esponente radicale, in cui il Tribunale ha sollevato la questione dell'illegittimità costituzionale dell'articolo 580 del nostro codice penale che riguarda l'aiuto e l'istigazione al suicidio.La Corte Costituzionale ha rimandato la questione al Parlamento, indicando il 24 settembre prossimo come termine entro il quale lo stesso dovrà esprimersi relativamente all'articolo in questione o legiferare.

Nell'attuale situazione politica è evidente la volontà di non opporsi alla Corte Costituzionale, che introdurrà così in Italia il suicidio assistito per sentenza, sostituendosi al legislatore.

In Europa sono ormai molte le testimonianze di operatori sanitari "pentiti "che denunciano le derive delle leggi della cosiddetta "buona morte".

Aprire le porte all'eutanasia e ancor di più al suicidio assistito conduce alla prassi ospedaliera della morte come forma di "terapia" e determina l'eliminazione di malati gravi anche per decisione da parte di terze persone (familiari, giudici e operatori sanitari).

Questo avviene in base al giudizio, di per sé soggettivo e quindi difficilmente definibile, sulla qualità e dignità della vita. I criteri inizialmente riservati a casi estremi diventano nella pratica clinica e giudiziaria sempre più ampi e determinano l'eliminazione più o meno sistematica delle persone più fragili, come sta accadendo in Olanda e Belgio.

L'articolo 580 del nostro ordinamento giuridico penale garantisce il rispetto della vita dichiarando reato, e sanzionando, ogni aiuto al suicidio. Nel momento in cui verrà accettata la possibilità di scavalcarlo ci troveremo su un piano inclinato che consoliderà nell'opinione pubblica l'accettazione del principio per il quale i deboli e gli indifesi rappresentano un peso sociale da eliminare, principio che abbiamo visto ormai concretizzarsi nei paesi ove l'eutanasia è legale.

La vita, in quanto tale è degna di essere vissuta fino alla fine I nostri malati, i nostri depressi, qualunque sia il grado di sofferenza, meritano impegno e assistenza, eventualmente con una adeguata terapia del dolore nei casi in cui fosse necessaria. L'alternativa è l'applicazione sbrigativa di protocolli che “eliminano il problema" insieme al valore della vita. Riflettiamo sul fatto che negli occhi di chi ci ama noi ci specchiamo e troviamo il senso della nostra esistenza.

Sono moltissime le testimonianze di coloro che accompagnano il fine vita negli hospice e riscontrano la mancanza di volontà di morte in tutti coloro che ricevono adeguata assistenza sanitaria ed umana.

Tutti prima o poi dovremo fare i conti con la malattia e la vecchiaia. Dipenderà molto dalle scelte culturali e politiche che si stanno attuando in questi mesi nel nostro paese, se ci troveremo di fianco amore vero che rende vivibile anche la sofferenza più grande oppure l'apparente solidarietà, che dichiara essere un bene per noi il procurarci la morte.

Per il Popolo della Famiglia la vita è un bene NON disponibile

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