Eutanasia: Come si vive dove si può decidere di morire?

09/07/2020 - M. Conti
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Si dice spesso, in ambiti svariati, che “la legge fa costume”. Se questo è corretto, le legislazioni su divorzio e aborto possono restituire solo un po’ l’idea del clima che l’eutanasia crea nei Paesi dov’è legale. Un’intervista

Marina Lotti, italiana che vive in Belgio da 38 anni, racconta in un’intervista l’impatto della legge sull’eutanasia dalla prospettiva della vita di ogni giorno.

Per capire il peso fisico di una legge, la ricaduta sul popolo che l’ha approvata attraverso i suoi rappresentanti, non basta scorrerne il testo astratto redatto dal legislatore. Va osservata nel suo incontro con i corpi reali, nel punto di collisione con la storia, nella forma di rapporti tra persone che descrive legittimi. Va proiettata nelle conseguenze che potrebbe produrre, generazione dopo generazione. La bravura dei politici dovrebbe essere anche questa: la capacità di una visione in prospettiva. La possibilità di scegliere e rispondere a necessità contingenti senza perdere di vista la comunità, un’idea di società che si sta costruendo e che si vorrebbe costruire, anche per chi verrà dopo. Un’attitudine a intessere e valutare il diritto non solo in termini astratti ma anche materici, trasversali e longitudinali. In Italia si parla pubblicamente di eutanasia soprattutto quando ci sono casi eclatanti, come l’Englaro o Welby, accompagnati da un clamore mediatico quasi assordante.

Ma per acquisire una visione tridimensionale per valutare un’eventuale legge sull’eutanasia in Italia, bisogna entrare nel tema anche dal lato della vita quotidiana, quella di Paesi che hanno già legiferato da oltre un decennio in favore dell’eutanasia. Ci aiuta a farlo Marina Lotti Bramé, italiana che vive a Bruxelles da oltre 38 anni e che racconta le sue storie, accanto a quelle di figli ed amici, raccolte soprattutto in Belgio e Olanda. Marina ha lavorato per anni all’Unione Europea, a Bruxelles, dove ha comprato la casa in cui desidera continuare a vivere ancora oggi. Lì ha vissuto con il marito e i figli, che sono andati a scuola e cresciuti in quel contesto. È lì che ha frequentato un cammino di fede, in una parrocchia, con italiani, belgi ed altri stranieri. Lì ha vissuto feste e amicizie, ma anche malattie e qualche morte. La vita che scorre in 38 ani.

Marina, tu sei italiana ma vivi in Belgio da quasi quarant’anni. L’eutanasia in Belgio è stata approvata nel 2002.  In questi anni, hai visto sorgere effetti non descritti dal testo normativo, nella vita reale intorno a te, dopo l’approvazione della legge? Come si materializza, la norma astratta, nella quotidianità?

Ho vissuto a Bruxelles dal 1977, dove la mia famiglia è progressivamente cresciuta, ed a me e mio marito si sono aggiunti i nostri sei figli, più uno che è in cielo. Per 35 anni ho lavorato all’Unione Europea come traduttrice, ora sono in pensione. Quindi la mia risposta non ha un valore sociologico, né parlo a titolo di esperta, mentre posso attingere autenticamente dal mio contatto con persone e storie, soprattutto dalle vicende dei figli che sono nati e cresciuti qui e di molti colleghi, amici o fratelli di fede che ho avuto accanto in questi anni e di cui ho condiviso le esperienze nel tempo.

Con uno sguardo retrospettivo, dal 2002 ad oggi, la prima osservazione che mi viene da fare è che c’è stato un errore di fondo, di valutazione a monte. L’eutanasia, veniva praticata in qualche caso anche prima della legge, sotto banco. Come ci sono stati da sempre anche gli aborti clandestini e non è certo stata la legge sull’aborto, in Italia come in Belgio, a dare inizio al fenomeno.

Ma è qui che viene fatto un passaggio, una valutazione che appare logicamente conseguente, mentre produce un salto pericolosissimo sul piano concreto: se il fenomeno esiste, più che chiedersi se sia giusto o sbagliato di per sé, ci si chiede come vada gestito, come si possano garantire le condizioni più “protette”, per evitare abusi. Su questa scia di pensiero, anche l’eutanasia è stata legalizzata. Ma il problema è che se apri un fronte, anche una fessura, poi non puoi evitare che venga giù l’acqua. Perché quando si traduce sul piano pratico, la questione diventa molto più grave e complessa. Se vai a leggere il testo della legge sull’eutanasia, dovrebbero esserci circa 5 morti all’anno. Ha un campo d’applicazione molto ristretto in teoria, previsto solo in casi di estrema gravità fisica e psichica e con una lunga serie vincoli. Ma poi la prassi è diversa, non solo per il rischio di abusi, ma perché genera un orizzonte, che prima semplicemente non esisteva. E questo lo dico di primissima mano, perché la mia figlia maggiore è stata infermiera in terapia intensiva, specializzata in medicina d’urgenza e le è capitato direttamente. Lavorava in uno degli ospedali universitari di Bruxelles, un ospedale pubblico, di notevolissimo livello. E le è capitato che un medico, una sera, le abbia detto semplicemente: “Liberatemi questo letto per domani mattina”. E il significato era chiaro. Senza che la persona avesse espresso il consenso informato e tutti gli altri infiniti cavilli che impone la legge. Si trattava di una malata grave, incosciente, terminale. Probabilmente non aveva con sé la “carta di vigilanza di fine vita” che devi portare sempre in tasca. Ma la sua vita avrebbe potuto durare ancora un tempo non precisabile e non parliamo di minuti. E non è un caso isolato. È accaduto che in circostanze simili non siano stati interpellati neanche i parenti. Naturalmente, parliamo di azioni, rispetto a quanto prevede la legge belga. Ma si tratta di forme d’illegalità, entro certi parametri, considerate da molti, medici e non, “eticamente” accettabili. E il punto centrale è proprio questo: che diviene giustificabile, proprio nella prospettiva di pensiero e azione, generata dall’eutanasia. Mi spiego: quel medico in quel momento era probabilmente convinto di fare la cosa più “giusta”, liberando il letto per un altro, che in quel momento aveva più speranze di quella donna di essere curato. Questa è una delle valutazioni che può esserci dietro. Un’idea di bene come efficienza, come servizio produttivo, come sensatezza delle scelte. Come rapporto costi/tempi/benefici. Non più la vita umana di per sé. La legge parla di casi estremi, sofferenze indicibili e tutele di ogni tipo. Ma nel momento in cui atterra, si trasformano inesorabilmente tutte le cose che tocca: come il parametro con cui diventa possibile ponderare il valore della vita umana.

Ricordi dei casi noti di eutanasia che secondo te hanno influenzato l’opinione pubblica in questo senso?

Ci sono stati casi emblematici, che sono finiti sui giornali, che poi fanno costume. Casi in cui è evidente che l’idea della malattia incurabile e sofferenza estrema, non sempre trovano riscontro. Come si dice a Roma, fatta la legge trovato l’inganno. Si, ci sono dei criteri, ma poi se tu dimostri che per te è una cosa psicologicamente insostenibile e che tu non riesci a reggere questa cosa, la fessura si apre e la diga cede. Quindi chiedono l’eutanasia persone che stanno, non ti dico normalmente, ma che possono campare tranquille, come una coppia di sposi, sugli ottanta, per cui l’idea che uno dei due rimanesse solo era insopportabile ed hanno chiesto l’eutanasia. Hanno riunito la famiglia, baci e abbracci a tutti e poi arrivederci a tutti. Che detta così sembra una soluzione quasi romantica, ma in realtà ha un altro lato più tagliente della medaglia: dietro alla scelta di poter scegliere senza vincoli esterni fino alla fine, si apre il fronte all’idea di un individuo sereno e produttivo, come l’unico moralmente degno di vivere, che poi diventa un boomerang. Un altro caso noto, è stato quello di un famoso atleta molto anziano, Emiel Pauwels, che per non assistere al definitivo decadimento del proprio organismo, ha fatto una grande festa d’addio con tanto di amici, conoscenti e stampa (che l’ha pubblicizzato per tre giorni sui giornali in prima pagina), con tanto di musica e champagne. Il giorno dopo eutanasia.

Le leggi sull’eutanasia hanno dietro una specifica concezione di libertà individuale come autodeterminazione. Ma come la mettiamo con la libertà del personale sanitario? Esiste in Belgio l’obiezione di coscienza?

Questo è un punto assolutamente fondamentale: non esiste l’obiezione di coscienza. Più passa il tempo e meno possibilità si ha di avere una sensibilità autonoma, rispetto a quella garantita dalla legge, che diventa l’unica praticabile. L’ha ancora potuto fare il re Baldovino, lo zio dell’attuale re belga, quando nel 1990 fu presentato il disegno di Legge sull’aborto e lui si rifiutò di firmarlo. Naturalmente in Belgio, come in tutti i Paesi a monarchia costituzionale, il re non può far altro che approvare le decisioni del Parlamento. Infatti l’art. 69 della Costituzione belga specifica che «il re ratifica e promulga le leggi». Tuttavia quando il re ratifica una legge, esprime implicitamente il suo consenso. Ma Baldovino era contrario ad una legge sull’aborto. Per far passare la legge dovettero allora escogitare una scappatoia giuridica, appellandosi all’art. 82 della Costituzione, che afferma che «se il re si trova nell’impossibilità di assolvere alle sue funzioni di Capo dello Stato», può subentrarvi il governo stesso. Fino a quel momento l’articolo era stato applicato solo a casi di malattia grave o prigionia. Nel caso di Baldovino il governo, interpretò in modo estensivo l’art. 82, poiché la sua coscienza gli impediva di compiere l’impegno di accettare le decisioni del Parlamento. Il re venne quindi sospeso dalle sue funzioni per un giorno fino al primo pomeriggio del giorno successivo. In questo modo, mentre il trono era vacante per un giorno, il governo belga fece passare la legge sull’aborto. Ma ha voluto rendere conto pubblicamente dei motivi della sua decisione con una lettera, in cui tra le altre cose mostrava grande lungimiranza proprio considerando i rischi di poter stabilire una misurabilità di una vita degna di essere vissuta. Baldovino scriveva di nutrire “anche una serie di preoccupazioni circa la disposizione secondo la quale l’aborto potrà essere praticato al di là delle dodici settimane se il nascituro è affetto -da una menomazione di particolare gravita e riconosciuta come incurabile al momento della diagnosi-. Si è meditato come tale messaggio sarebbe avvertito dagli handicappati e dalle loro famiglie?

In sintesi, temo che questo progetto porti a una sensibile diminuzione del rispetto della vita nei confronti dei più deboli”… La legge fu approvata ma senza il suo consenso. Una fermezza evidentemente non trasmissibile, come dimostra la firma del fratello sulla legge sull’eutanasia e quella del nipote addirittura sull’eutanasia infantile. Sono leggi che impongono una sola visione: un paradosso, che per affermare il diritto del paziente di credere ciò che vuole, venga negato il diritto dell’operatore sanitario di poter fare altrettanto. E anche questa volta non paro per sentito dire, tornando a mia figlia infermiera, che non ha potuto fare obiezione di coscienza, perché non era previsto. Mentre studiava uno dei tirocini che doveva fare era ostetricia e le avevano assegnato una signora, che aveva rotto le acque intorno alla ventesima settimana. I medici avevano deciso collegialmente che l’avrebbero fatta abortire. Mia figlia proponeva: «Facciamo delle amnio infusioni, tentiamo almeno di salvare il bambino. Ogni giorno in più che il bimbo sta in pancia può voler dire molto». Ma i medici dissero di no, che non intendevano neanche proporlo alla signora, per il “principio di precauzione” cioè per una serie di valutazioni sulla base di rischi statistici: «Potrebbe nascere non sano, perché perdendo le acque l’utero potrebbe collassare sul bambino, in quel caso gli arti potrebbero non acquisire la corretta motilità, etc.». Più che il principio di precauzione mi sembra che applicassero quello di crepazione. Lei allora comunicò ai medici che non avrebbe potuto, in coscienza, occuparsi di quel caso. A quel punto fu bollata come “non collaborativa”. Le fu detto: «Mi dispiace cara, non hai spirito di équipe». E tu capisci che se lavori in ospedale e segnalano sul tuo profilo, che non hai spirito di equipe è come se scrivessero che svieni quando vede il sangue. La non collaborazione all’aborto, segnò la sua fine in quell’ospedale. Si rifiutarono di farle prendere il diploma, perché sostenevano che “l’aborto rientra nelle mansioni di un’ostetrica, oggigiorno in Belgio”. Per prenderlo dovettero passare due anni, numerosi problemi personali ed un cambio d’Università. Che poi il problema sollevato da mia figlia non è molto sentito. Perché dopo un po’ quello diventa l’unico modo di pensare, la forma dell’istituzione e dell’istruzione sanitaria, per cui nel giro di qualche generazione anche il problema dell’obiezione di coscienza non esiste più. In Italia quando vanno a fare le statistiche scoprono che ci sono moltissimi medici obiettori. Ma lì, anche se ci fosse questa possibilità, non lo farebbe nessuno. Perché i medici vengono educati a questa concezione della medicina per cui difficilmente valutano opzioni diverse.

Per cui la legge diventa progressivamente la forma delle cose?

Si, ma senza che le persone se ne accorgano. Mi viene in mente una raccomandazione dell’ultimo rapporto della “Commissione federale di controllo e di valutazione” dell’applicazione della legge sull’eutanasia che propone di includere negli studi dei futuri medici una preparazione alla “pratica corretta dell’eutanasia”. È un modo di pensare che diventa la forma delle cose. Ma questa forma necessaria spezza il fondamento della medicina che è proprio il legame di fiducia tra medico e paziente. Tante volte si continua ad andare dal proprio medico, invece che dal luminare, perché ci si fida, perché ti conosce, perché si interessa di “te”. È questo “tu” che si perde. Una volta portai mio figlio ad un controllo e il medico chiese ad alta voce, a noi e agli assistenti: “Ah, lui è il duplicato sinistro?” “Si, gli ho risposto “Lui ha una duplicazione al rene sinistro”.

Ci sono altri ambiti che ti sembra che la legge sull’eutanasia abbia modificato?

Si secondo me la ricerca, o meglio l’impulso alla ricerca. Quello che ha fatto scoprire e sperimentare tanti farmaci è stato i fatto che tu non riesci a guardare un altro essere umano che soffre, senza provare l’impulso di fare qualcosa. Se di fronte a certe patologie mortali fino al secolo scorso, i tumori ad esempio, si fosse intervenuto sistematicamente con l’eutanasia, probabilmente oggi molti farmaci non esisterebbero. Eutanasiare quando hai deciso che non puoi o vuoi fare più nulla disinnesca il ricercatore che potrebbe scoprire nuovi farmaci, terapie, anestetici o tecniche d’intervento.
È così anche per i familiari: la sofferenza di chi ami è un motore enorme. C’è quel film tratto da una storia vera:“L’olio di Lorenzo” che rende molto l’idea. Ovviamente è molto romanzato rispetto alla realtà. Ma la storia rende benissimo l’idea di ciò che voglio dire. Racconta questa storia di un bimbo di 5 anni, Lorenzo, che scopre improvvisamente di essere affetto da una terribile e rarissima malattia degenerativa, l’Adrenoleucodistrofia. La malattia colpisce le cellule cerebrali e i medici danno al bambino un massimo di due anni di vita. I genitori di Lorenzo, un economista italiano, e una glottologa statunitense, non si arrendono e cominciano a studiare la malattia, diventando esperti della patologia del figlio a livello mondiale.

Dopo anni i genitori scoprono l’Olio di Lorenzo, una miscela composta da olio d’oliva (acido oleico) e olio di colza (acido erucico), in grado di bloccare l’avanzamento della malattia. Ma la miscela non ha più la possibilità di porre rimedio ai gravi danni che ormai la malattia aveva procurato in Lorenzo, che muore a 14 anni. La storia reale è un po’ diversa ma secondo me è un paradigma molto bello. Se tu hai un figlio malato e noi l’abbiamo visto personalmente con uno dei nostri figli, tiri fuori delle risorse incredibili e smuovi mari e monti.

Ma le prospettive cambiano, si allargano o si restringono, come risulta evidente pensando all’aborto terapeutico. Qui in Italia c’è, per esempio, il prof. Noia che per certe patologie molto gravi addirittura arriva ad operare il bambino quando è ancora nell’utero della madre. Sono tecniche raffinatissime, futuristiche. Ma se tu la patologia grave la risolvi sistematicamente con l’aborto terapeutico, neanche ci investi nelle ricerche di altro tipo che non vanno avanti, non si diffondono e non si conoscono, quindi quando la persona si trova in una situazione difficile quella dell’eutanasia diventa l’unica forma e soluzione che gli compare davanti.

Spesso, nel dibattito sull’eutanasia, la questione viene posta nei termini se sia giusto o meno interferire con le scelte relative alla vita d’un altro, giungendo poi ad affermare che si debba sospendere la valutazione di fronte ad ogni singolo letto d’ospedale o sull’uscio delle case. Ma una riflessione che voglia tener conto di tutte le dimensioni coinvolte, per poi scegliere liberamente un agire politico, non può esaurirsi qui. Non si può considerare il cubo un quadrato, se non si vogliono effettuare inevitabili errori di calcolo. L’eutanasia infatti, non implica solo la libertà di agire su se stessi, ma anche un’idea di norma di rapporti tra persone e di come possano lecitamente agire le une verso le altre. E la relazione tra confini morali e politica è molto più complessa di quanto sembri di primo impatto. Un rapporto che, nel caso dell’eutanasia, giunge a definire il limite tra confini morali e confini mortali.

Ma andiamo per gradi. Joan Tronto insegna all’Università del Minnesota, è una filosofa e una teorica politica , che si muove nell’ambito di un certo femminismo radicale, lesbico e nero. Nel suo libro “Confini morali” sottolinea la necessità di reintrodurre “l’etica della cura” (un’idea di bene che include anche il “prendersi cura di” e “l’aver bisogno di” qualcun’altro) all’interno della politica contemporanea, intendendolo come bene comune e non solo come valore privato. “È un contributo significativo ad un dibattito che sempre più vede emergere tentativi di fondare teorie della giustizia e politiche sovranazionali su approcci complementari a quello dei diritti umani, che ne colmino le lacune o ne correggano le inadeguatezze”. Nel testo non si parla affatto di eutanasia e le posizioni da cui parte e quelle a cui arriva sono molto distanti da quelle che seguiranno, ma alcuni passaggi del suo ragionamento offrono strumenti davvero stimolanti per restituire concretezza alla riflessione sulla norma astratta. Il primo passaggio importante che fa Tronto è quello di denunciare come “I confini morali” in politica non siano “naturali ma costrutti umani. Nella misura in cui sono costruiti possiamo pensarli in molti modi e possiamo anche pensare a come possano essere cambiati”. Infatti “certe idee funzionano come confine escludendo alcune concezioni della morale dalla considerazione pubblica”. Ma proprio per questo, i confini agiscono come contrafforti invisibili e finiscono per sembrare dati di realtà. Ad esempio, nel pensiero Occidentale “politica e morale sembrano riguardare aspetti molto diversi della vita umana”, mentre “di fatto sono sempre profondamente intrecciati”. Per i teorici politici dell’Antica Grecia ad esempio non era così. Aristotele descrisse l’associazione politica come i modi in cui le società hanno reso possibili pratiche e modi di esistenza etici. Per lui, insiste Tronto “una buona polis non assicurava l’eticità della condotta dei buoni cittadini, ma era quasi impossibile che uomini buoni potessero esistere in poleis cattive”. Il secondo passaggio è “ mostrare come i confini morali non solo esistano ma che operino per conservare la posizione dei potenti”. Ovvero si affermano come ambiti morali che vengono accolti nella dimensione dell’attenzione pubblica (e non privata) quelli che in un determinato momento storico-culturale favoriscono la conservazione del potere dominante e di certe logiche economiche, piuttosto che di altre. E fornisce come caso esemplificativo, quello della morale (che lei definisce contestuale) proposta dagli illuministi scozzesi (Hutcheson, Hume e Smith) del Settecento, legata ad una teoria politica che includeva un’etica capace di accogliere l’idea di virtù soggettiva, e del “sentire” l’altro e i suoi bisogni, che fu totalmente estromessa e scartata ed in favore di una morale astratta e più “funzionale” alle necessità del tempo.

Infatti, l’affermarsi di un’economia mercantile e delle grandi città come forma del vivere comune, fecero diffondere e poi imporre una teoria politica basata su “un punto di vista morale” ideale, astrattamente giusto, avulso dal contesto e da una relazione tra un “io” e un “tu”. “Da quel momento in poi la morale politica occidentale accetta come “soggetto morale” da tener presente nella riflessione pubblica solamente un soggetto razionalmente e kantianamente inteso, equidistante dall’idea di “giustizia”, perché concepito come individuo “a sé”, non in relazione, che deve trovare la corretta collocazione tra sé e la giustizia. Ma l’essere umano non è solo.

E la giustizia non si realizza solo nella dimensione individuale, razionale e astratta. Vanno considerati anche gi aspetti di concretezza, interdipendenza e bisogno reciproco. Questa è una critica che le femministe hanno sempre rivolto ad una politica maschile (basata su un’idea di soggetto autosufficiente e produttivo) ma che Tronto si rifiuta di considerare come un’etica propriamente femminile. Tuttavia, per la filosofa, reimmettere all’interno del dibattito pubblico anche questa visione di bene e di umanità è essenziale. “A livello generale richiedere una cura significa “avere un bisogno”. “Poiché la condizione del bisogno è concepito come una minaccia per l’autonomia, chi ha più bisogni di noi appare essere umano meno autonomo e dunque meno forte e capace. Come risultato, un modo in cui costruiamo socialmente coloro che hanno bisogni di cura è come persone meritevoli di pietà (….) E diventa difficile riconoscere per esempio gli handicappati come persone ugualmente meritevoli di dignità e rispetto”. “Una parte importante della ragione per cui preferiamo non considerare le forme abituali di cura come cura è per preservare un’idea di noi stessi come non bisognosi (…). Ma se noi pensiamo noi stessi come individui autonomi e indipendenti, è molto difficile riconoscere che siamo anche bisognosi”. “I destinatari della cura sono considerati relativamente impotenti.. Sono questioni difficili da risolvere”. “Un modo di riflettere su di essi è che nel corso della loro vita, tutte le persone hanno bisogno di cura”.

Secondo Tronto per riuscire a dare maggiore “attenzione ad un concetto integrale della cura, dovremo modificare anche altri aspetti della teoria morale e politica” . In sostanza “Avremo bisogno di ripensare le nostre concezioni della natura umana per passare dal dilemma “autonomia o dipendenza” ad una visione più sofisticata dell’interdipendenza umana”.

Il desiderio opposto, quello della completa autonomia, i cristiani lo riconoscono come il peccato antico, il rifiuto della creaturalità, della relazione con Dio Padre. In una prospettiva morale, costruita in modo che sia sufficiente un unico soggetto astratto, anche la morte scelta, diviene come l’uva nella favola di Esopo, un desiderio che non si realizzerà mai in quei termini. Perché la fragilità e la dipendenza umana sono ineliminabili. Pur incastrandovisi perfettamente, la proposta di inserire questi temi nel dibattito pubblico, non richiede necessariamente un’ottica di fede, come mostra Tronto. Ed è qui che è possibile un altro passaggio, tra “Fede e fiducia”, di cui parla un’interessante lavoro di Enzo Bianchi. Riconoscersi dipendenti infatti, significa dover dare fiducia a qualcun’altro.

Per Bianchi “Proprio su questo credere, su questo avere fiducia, occorrerebbe una complicità tra credenti in Dio e non credenti in Dio, per resistere alla disumanizzazione, alla barbarie che avanza. (…) Possiamo affermare che per tutti occorre credere all’amore, credere che è possibile essere amati e donare amore agli altri. È dunque possibile credere nella vita che viviamo come mestiere; è possibile credere negli altri per una comune costruzione della polis; (…) Ora, se mettiamo l’amore come il fine della ricerca di ogni uomo-credente, agnostico, o non credente in Dio-, dobbiamo dire che ciascuno, in un certo senso, è obbligato a credere: infatti amare ed essere amati implica riporre fiducia in se stessi e nell’altro che vogliamo amare, credere alle sue parole, al suo modo di vivere, alla sua fedeltà”. Oggi registriamo una crisi della fede “una crisi che prima di riguardare la fede in Dio è crisi dell’atto umano di porre fiducia. L’uomo è incapace di credere negli altri, di guardare con fiducia la società. È urgente risalire la china e riprendersi da questa crisi di fede: occorre che ciascuno reimpari a credere, a fidarsi dell’altro, e occorre che l’altro si renda affidabile”. Perché l’alternativa è una prospettiva di rifiuto della dipendenza, con un’idea di libertà quadrata.

Marina, rispetto al fascio di luce creato dai riflettori dell’attenzione pubblica sul tema eutanasia, il valore dell’interdipendenza spesso rimane in ombra. In questi anni che hai vissuto in Belgio dopo l’approvazione della legge, hai fatto esperienza del fatto che la libertà dei singoli e la libertà tra i singoli sono necessariamente interconnesse e creano gioco forza valori sociali di riferimento?

Risponderò raccontando storie capitate a me o alle persone che ho avuto accanto in questi anni, in Belgio e Olanda. La storia più emblematica è capitata a dei miei amici fraterni che vivono in Olanda. Loro frequentavano un gruppo in parrocchia con cui condividevano la fede in una piccola comunità formata da olandesi e stranieri. Erano a Maastricht e avevano in comunità una vecchiettina che quando non è stata più autosufficiente è andata a vivere, come spesso capita in queste circostanze, in una casa di riposo. E loro andavano regolarmente a trovarla, facevano i vespri, le lodi insieme, qualche celebrazione eucaristica, se c’era un prete disponibile. Questa signora stava benissimo di testa, solo che fisicamente aveva diversi acciacchi e non era del tutto autonoma. Aveva dei parenti ma vivevano tutti piuttosto lontani. Un giorno si riuniscono tutti i parenti che venivano da ogni parte dell’Olanda e decidono che deve essere eutanasiata. Lei ne era comprensibilmente un po’ sconvolta. Perché era una decisione che avevano preso al di sopra della sua testa. La signora lo aveva raccontato al suo gruppo della parrocchia: “Sapete, abbiamo deciso così, con i miei parenti… Ma insomma….”. Quindi il responsabile del gruppo parte, va da questi parenti e gli chiede: “Ma cosa c’è? Se è un problema pagare la retta, perché sappiamo che queste strutture costano molto, noi possiamo aiutare”. “No” rispondono loro “è che finché lei vive, noi ci sentiamo in dovere di venirla a trovare, almeno una volta ogni tanto. Da un capo all’altro dell’Olanda, diventa un viaggio, un impegno e così via. E quest’uomo ha risposto “Guardate, fate finta che sia morta. Ce ne occupiamo noi della comunità. Facciamo i turni, se volete li mettiamo per iscritto e poi ve li mandiamo con un foglio di presenze, così siete sicuri ch questa parente non viene abbandonata a se stessa. E potete pure non venire più”. I parenti hanno accettato che queste persone garantissero la presenza. E la vecchietta si è salvata. Ma potrei raccontare anche episodi più quotidiani. Noi abbiamo avuto una ragazza che veniva a dare ripetizioni alla mia figlia più piccola. Una ragazza che avrà avuto una ventina d’anni, una studentessa universitaria.

Un pomeriggio, aveva la faccia molto triste e scura e dopo un po’ si è confidata: “Scusate, oggi sono giù perché è morto mio nonno”. E noi naturalmente: “Ah, ci dispiace tanto, era malato?” “In effetti non stava benissimo. Più che altro era molto anziano e allora l’hanno eutanasiato. È stato bello, perché eravamo tutti lì intorno a lui, quando è successo”. Diventa un modo di pensare pervasivo e penetrante, anche tra i cattolici, come mostra un’altra vicenda capitata alla mia figlia monaca in Olanda. Un giorno arriva al parlatorio un pilastro della parrocchia, uno di quelli che fanno tutto e conoscono tutti, con un volto molto contratto dal dolore e si confida: “Pregate per mia cognata, perché sta molto male, le hanno scoperto un tumore”. E tutte le monache giù a pregare. Ogni tanto si informavano di come stava e poi continuavano a pregare. Poi un giorno, arriva quest’uomo, trafelato, con una notizia: “Allora, vi ricordate, mia cognata, per cui vi avevo chiesto di pregare? Bé, state tranquille, perché muore oggi a mezzogiorno”. Le povere monache sono finite sotto il tavolo dallo sconforto. La norma parla di “casi straordinari” ma poi diventa un modo come un altro di morire, e di agire. Ricordo di aver letto una volta un libro di Mario Palmaro “Ma questo è un uomo”. Il libro l’ho dimenticato, ma ricordo questa frase che per me rimase scolpita, perché la ritrovai nell’esperienza belga: “La legge di una generazione è la morale della generazione seguente”.

Secondo te quindi, oltre ai casi individuali bisognerebbe ragionare contemporaneamente anche sul tipo di società presente e futura che si costruisce con i presupposti etici che si avallano con l’eutanasia?

Assolutamente sì. A me la cosa che sembra più rilevante, è che l’eutanasia crei un modo di pensare. E lo fa alla velocità della luce. Se sei vecchio e malato e non chiedi l’eutanasia sei un parassita, incosciente. Sei egoista e non pensi al peso che imponi, a quanto costi alla società in termini di tempo e denaro. Quindi devi chiedere l’eutanasia. Cioè sei proprio tu che per romper poco la “devi” chiedere. Il tuo valore etico sta nel fatto che ti devi rendere conto che sei di peso. E se tu non te ne rendi conto e dici: “Ok ragazzi, capisco che costo tanto, ma voglio vivere. Sono pur sempre una persona”, allora sei un’egoista. Non pensi all’impegno a cui costringi gli altri che devono curarti e venirti a trovare o più genericamente occuparsi di te.

Se ammetto che un comportamento è lecito, diventa uno tra le possibilità, uno spazio prima mentale e poi reale. Se è lecito uccidere qualcuno, è lecito ucciderlo e poi man mano allargo i paletti. Mentre la norma deve essere “Non è lecito uccidere” senza se e senza ma. Perché poi ci sono le ricadute a cascata. La cosa più impressionante è come incide sul costume.

Io ho questa figlia monaca che vive in Olanda, dove hanno approvato la legge sull’eutanasia anche prima del Belgio, quindi questa mentalità lì è ancora più radicata e sciolta nel vivere quotidiano. Gli Olandesi sono grande adepti della forma fisica, per cui per strada vedi le ottantenni truccate, liftate, tiratissime. Perché appena decadi un po’ e sei vecchio, il rischio che tu venga eliminato, o che ti pressino per eliminarti, è elevatissimo. Anche se tu stai bene. Ti rendi conto che la fascia in cui tu hai diritto a vivere è estremamente ristretta. Su questo, c’è un bell’articolo, molto breve, una lettera di quel nobile francese molto ricco e tetraplegico, Philippe Pozzo di Borgo, sulla cui vicenda hanno fatto il film “Quasi amici”. La scrisse proprio per via del dibattito sul fin di vita che c’era stato in Francia. In questa lettera bellissima, lui racconta che quando lavorava in un’importante azienda al controllo della produzione se ne scartava una parte: quella iniziale e quella finale.

E lì lui spiega, che come ex-manager di marketing era interessato solo all’85% della produzione mentre eliminava “i due estremi perché non erano “redditizi”. È un po’ quello che vi si propone: si toglie all’inizio e alla fine della vita tutto ciò che è un po’ “disordinato” e si tiene l’85%. Ma facendo ciò, l’85% si corrompe del tutto. Perché un giorno si dirà che nell’85% che resta ce n’è ancora un 10% che bisognerebbe eliminare: 10% all’inizio e 10% alla fine..[ ..] Tutto ciò che non è standard, lo eliminate?Non vi rendete conto che andate a sbattere contro un muro, in questo modo? Al contrario, tenendo gli estremi, vi riconciliate con la parte di fragilità che è in voi”. Si considera solo la parte centrale della produzione, il fior fiore del prodotto. E lui sostiene che stiamo facendo la stessa cosa. Stiamo scartando la parte iniziale: non facciamo più i figli, che vengono scartati ancor prima che nascano se hanno dei difetti e la parte finale della vita, la malattia e la vecchiaia, per conservare solo il prodotto al suo “top”.

Solo che questo rappresenta solo una parte dell’umanità, di un’umanità che contempla il bambino piccolo, come il vecchio rintontito, l’handicappato, il malato come il sano. E noi tutti siamo stati bambini e possiamo passare da una categoria all’altra. Se non altro per l’avanzare dell’età. Ma anche per l’incertezza della salute. Anche nella migliore delle ipotesi c’è una degenerazione dovuta all’età. E questa tocca a tutti.

Una legge che permette l’eutanasia, dischiude un diverso orizzonte sociale in cui immaginare rapporti tre le persone. Uno spazio in cui, in determinati casi, diventa lecito che qualcuno provochi la morte di un altro. Come si traduce questa possibilità nel rapporto medico paziente?

Rispondo ancora una volta, con una storia. Avevo una collega della mia stessa età che aveva un tumore all’ovaio e che aveva deciso che voleva chiedere l’eutanasia. Eravamo anche vicine di casa per cui nel tempo si era creata una certa sintonia e intimità. Lei aveva fatto il colloquio informativo per l’eutanasia, con l’équipe. Quindi le ho posto direttamente la questione: «Hai pensato che se tu chiedi l’eutanasia, costringi un altro a commettere un omicidio? Un conto è un suicidio. Ma se tu chiedi a me di ucciderti, io divento omicida, anche se tu sei consenziente».

Era una donna molto intelligente e mi ha confidato di aver già posto la domanda durante il colloquio preliminare: ”e la dottoressa sai che mi ha risposto? Io ne ho fatte centinaia e questo non m’impedisce di dormire la notte”. Ma come posso credere che una persona che uccide centinaia di persone, e poi possa dedicarsi a me mantenendo lo sguardo del medico? Pochissime persone si iscrivono a medicina per diventare ricche, la gente fa il medico con l’aspirazione di curare. Devi avere un desiderio di avvicinarti al prossimo, più o meno forte, più o meno gratuito.

Ora, come posso credere al tuo interesse nei miei confronti, se tu scientemente e non per un drammatico errore, uccidi centinaia di persone? A me il dubbio viene. E non solo a me. Si spezza il legame di fiducia medico-paziente: le parole del medico vengono accolte con una certa diffidenza. Una frase del tipo: “Adesso ti do qualcosa che allevierà la sofferenza”, quando sei molto grave, può essere l’annuncio dell’imminente somministrazione di un analgesico o del prodotto letale. In certi casi, bisogna stare all’erta, cosa che se sei molto vecchio e malato e non hai qualcuno agguerrito sempre accanto diventa impossibile. Se ad una persona viene riconosciuto un potere come quello di togliere la vita, in una situazione non paritetica come quella medico-malato, poi non è detto che lo usi bene. È capitato anni fa in Olanda, sempre a quella coppia di amici, che videro per strada un signore anziano piuttosto distinto che ebbe un brutto malore, proprio di fronte a loro. Solo che quest’uomo gridava: “Non voglio andare in ospedale! Non chiamate l’ospedale!” Loro non capivano. Pensavano non avesse l’assicurazione. Poi l’uomo si riprese e qualcuno lo accompagnò a casa. Ma loro ancora non capivano. Allora alcuni olandesi che avevano formato un piccolo assembramento lì intorno, gli spiegarono “Ha paura che gli capiti qualcosa”.

È ancora così?

Oggi è un po’ diverso. In Olanda hanno creato due filoni di cure differenziati: uno per le cure palliative e uno per l’eutanasia. Mentre in Belgio questa distinzione non c’è, è lo stesso medico che procede in un senso o nell’altro.

Queste sono le esperienze che ho raccolto direttamente o da persone vicine. Poi se si è interessati ad un approfondimento statistico aggiornato e approfondito c’è un sito in varie lingue, che offre un mare di dati: l’Institut européen de Bioéthique. O c’è Marguerite Peeters, che è una giornalista cattolica e belga, documentatissima e molto in gamba. Basti pensare che aveva stanato e denunciato il gender e la neolingua nei documenti politici, quando ancora non ne parlava nessuno.

È stato un cambiamento silente ma enorme, quello di questi ultimi dieci anni. Uno dei miei figli è morto 24 anni fa, poco dopo la nascita, a dodici giorni. E i neonatologi ne hanno avuto una cura veramente favolosa.

Favolosa a tal punto che quando due anni dopo mio marito è andato con il bimbo che è nato dopo di lui, che doveva fare un controllo nello stesso ospedale pensò: “Voglio andare a salutare quei medici”. Il medico che più di tutti ci aveva seguito era fuori per la pausa pranzo. Ma l’infermiera disse a mio marito “Se vuole glielo chiamo subito”. “No, per carità. Lo lasci mangiare in pace. Gli portavo giusto un saluto. È che tempo fa abbiamo avuto qui un bimbo che è nato gravissimo e il dottore l’ha seguito in modo incredibile, anche se poi l’abbiamo perso”. “Ah….lei è il papà di Giovanni!!” Cioè a distanza di due anni, in un ospedale universitario a cui portano bambini anche dal Nord della Francia, perché è una perla, si ricordavano “Lei è il papà di Giovanni”. Oggi dubito che si ricorderebbero di Giovanni. L’eutanasia ti porta ad un inevitabile disinteresse per la cura e forse anche della persona. Perché alla fin se va male c’è sempre questa soluzione. E questo credo sia la questione più perniciosa.

Ti riferisci al fatto che nel 2014 in Belgio sia stata approvata l’eutanasia infantile?


Sì, anche se su questo fortunatamente non ho nulla da aggiungere, a titolo personale. Però la cosa sconvolgente è che è stata una misura politica calata dal’alto. Non ce n’era reale necessità. Eppure è legge. Non ce n’era al punto che buona parte della comunità scientifica belga, tra cui grandi nomi e docenti universitari, hanno firmato una petizione per impedirne l’approvazione, motivandola accuratamente. Si può scegliere “per evitare il dolore” ad un altro, che non può esprimersi? Io ho un’amica che ha una bimba down e una volta mi ha confidato scherzando: “A volte penso che in Belgio così ci sia solo lei!”.

Ovviamente non è così, ma in effetti di bimbi con la sindrome di down ce ne sono pochissimi perché vengono abortiti prima di nascere. Qualcuno ha scelto per loro. Ed ora con la legge sull’eutanasia infantile questa possibilità di scegliere sulla vita di un altro, si estende anche dopo la nascita, in specifici casi. Anche nella “lettera aperta” scritta dai pediatri, questi medici sottolineavano come « la maggior parte delle équipe mediche che curano i bambini in fase terminale, a casa o in ospedale riconoscono che non sono mai stati confrontati a una richiesta di eutanasia spontanea e volontaria espressa da un minore”. Tra l’altro, sempre in quel documento spiegavano come oggi , siano quasi sempre in condizione di controllare perfettamente il dolore fisico, sia in ospedale che a casa. E che anche i casi più complessi spesso possono essere risolti. Ma nel frattempo la legge esiste e con lei si è generato uno spazio. Come verrà usato? Come condizionerà il modo di pensare della prossima generazione?

Fonte: La Croce Quotidiano