Gli effetti della fecondazione artificiale sui “bambini sintetici”

28/10/2020 - G. Brienza
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Dal convegno di Washington della prestigiosa “American Association for the Advancement of Science” escono ulteriori e argomentate perplessità sulle possibili conseguenze della fivet sulla salute umana. E oltre ai danni fisici ci sono quelli psicologici, come testimoniano i “figli della provetta” cresciuti.

La fecondazione artificiale, che è artificiale proprio perché avviene in laboratorio e non nel luogo predisposto dalla natura, può avere effetti dannosi, sia fisici che psichici, che i “figli della provetta” riscontreranno man mano che crescono.
Per quanto riguarda gli aspetti prettamente biologici, in un recente convegno a Washington organizzato dalla prestigiosa “American Association for the Advancement of Science”, da cui dipende anche la nota rivista “Science”, Pascal Gagneux, biologo dell’Università di California, ha messo in guardia con nuove documentate argomentazioni: fecondare un ovocita fuori del luogo usuale, cioè la tuba ovarica, può portare rischi a lungo termine. Il prof. Gagneux ha mostrato come, invecchiando, i soggetti nati da fecondazione artificiale mostrerebbero una «sindrome metabolica» se femmine e alterazioni ormonali se maschi.

Dati preoccupanti su problemi genetici e su alterazioni alla nascita, del resto, «erano già presenti da anni nei nati da procreazione medicalmente assistita comparati con la popolazione generale. Basti pensare che i malumori iniziarono a sorgere nel 2002 con le prime analisi apparse sulla letteratura scientifica in Svezia e negli Stati Uniti sui nati da fecondazione in vitro, sintetizzati nella rivista americana “Nature” col titolo significativo “Trattamenti per la fertilità: semi di dubbio”» (Carlo Bellieni «La provetta? Test di massa senza garanzie», in  “Avvenire”, 18 febbraio 2016). Dunque la novità è che ora se ne parla non solo con i dati ma anche con l’analisi consolidata degli stessi e, quindi, guardando ragionevolmente al futuro. E allora ci si chiede perché non ricorrere anche su questo delicato ambito della scienza al “principio di precauzione”, usato e abusato dagli ecologisti nel caso dell’esposizione ai campi elettromagnetici o agli Ogm ma inutilizzato nel campo della bioetica.

Ma andiamo adesso ad esaminare quella che appare già come la “sindrome da fecondazione artificiale”, testimoniata cioè dai “figli in provetta”, i bambini ora diventati donne e uomini adulti che sono stati concepiti con il seme di un cosiddetto “donatore” – precisamente, “venditore” –, acquistato presso una “banca del seme”. «Io sono un prodotto comprato al supermercato, dal quale è stata tagliata via l’etichetta»: si è presentata così, per esempio, in una intervista rilasciata al periodico “Tempi”, Stephanie Raeymaekers, belga, 36 anni di età, che ha testimoniato la sua infelice inappagata ricerca del padre naturale. Stephanie, infatti, sulla base di una legge nazionale che viola un principio fondamentale dei diritti umani riconosciuti come universali nelle Carte internazionali e nelle Convenzioni dei minori, cioè il diritto ad una identità certa, non potrà mai conoscere il suo padre biologico.

E questo non è certo un caso isolato: «Alana Stewart Newman, anche lei concepita nella stessa modalità, ha definito la fecondazione eterologa “l’atto violento di comprare e vendere un figlio”. L’ha privata, insieme al padre naturale, di tutta la famiglia paterna, dei nonni, degli zii. Dopo un’infanzia trascorsa a “fantasticare sul padre biologico” – racconta – ha subito anche l’abbandono dal padre sociale, a seguito del divorzio dalla madre. “Ho sofferto debilitanti problemi di identità, diffidenza, odio per il sesso opposto. Esisto soltanto come un giocattolo, come un esperimento scientifico”, dichiara. E dice: “Se la legge può portare via qualcosa di così prezioso come una madre o un padre, come ci si può aspettare che la prossima generazione di ‘orfani’ possa interessarsi e lottare per la democrazia, l’aria pulita o l’acqua pubblica? Lo Stato e il business della provetta ti costringono a un’esistenza senza radici”» (Emanuela Bambara, La “seconda” vita dei nati in provetta, in In Terris. Online International Newspaper, 24 febbraio 2016).

Quelle dei “figli della provetta”, insomma, sono storie di dolore che i grandi media non raccontano, per non parlare di quelle che riguardano l’“utero in affitto”, che abbiamo per ora scampato con il DDL Renzi-Alfano ma che, se non ci daremo da fare per denunciare come barbara pratica tramite la quale sia la madre che il figlio sono trattati come merce nel lucroso mercato della fecondazione artificiale, i soliti “pifferai” non tarderanno a riproporci.

Audrey Kermalvezen, trentatreenne francese, solo dopo essersi sposata con un altro “figlio della provetta”, nel 2009, ha scoperto di essere stata concepita anche lei con la fecondazione artificiale. E, insieme ai tormenti di non sapere chi sia, di quali geni ed esperienze sia erede, «vive anche con la paura di essere colpevole involontaria di incesto. Il marito potrebbe essere suo fratello. “Non possiamo sapere se abbiamo lo stesso genitore”, dice. Audrey è tra i maggiori oppositori della fecondazione eterologa e, soprattutto, dell’anonimato sui cosiddetti “donatori”. Insieme al marito. In Francia, la sua storia è diventata un best seller, nel 2014, con il titolo “Mes origines, une affaire d’Etat” (“Le mie origini, un affare di Stato”). Ma non c’è prezzo, né “rimedio”, per tutta la sua sofferenza, assicura» (E. Bambara, art. cit.).

Già negli anni Ottanta, lo psicologo Leonardo Ancona, allievo di padre Agostino Gemelli (1878-1959), innovatore della psichiatria e fondatore dell’università Cattolica, scriveva in un articolo scientifico: «Il bambino nato da inseminazione eterologa incontra una serie di difficoltà; queste vanno dallo stabilirsi del “complesso del patrigno” verso di lui, alla sua esperienza di rigetto nel caso di depressione post partum della madre, alla carica di iper-protezione che gratifica il figlio quando se ne tenta il recupero innaturale...». La scienza spiega che la formazione della persona, e dunque della personalità, inizia fin dai primi momenti della fecondazione. La consapevolezza delle sue origini, per il figlio in provetta, possono produrre gravi danni, perfino «tardivamente - rileva sempre il prof. Ancona -, in fase adolescenziale, tratti psicopatologici, con difficoltà di identificazione, incapacità di adeguati rapporti intersoggettivi, che possono articolarsi con il già provato circuito familiare dando luogo a quadri irreversibili di disagio collettivo». Anche le madri “per sostituzione a pagamento”, quelle cioè sfruttate con la pratica dell’utero in affitto, vivono il calvario, anche psicologico, della loro maternità negata.

Una di queste, Elisa Anna Gomez, ha recentemente portato la sua dolorosa testimonianza in una conferenza stampa promossa il 2 febbraio scorso dall’associazione “ProVita Onlus” insieme al senatore Lucio Malan, al Senato, quando si discuteva in aula del ddl Cirinnà. L’utero in affitto, ipocritamente ribattezzato “maternità surrogata”, ha affermato con il pathos di averla subita sul proprio corpo la Gomez è una pratica «immorale, assolutamente sbagliata e incivile» (cit. in Emanuela Bambara, La donna non è una fabbrica, “In Terris. Online International Newspaper”, 3 febbraio 2016). E c’è da aggiungere che in alcuni Paesi come ad esempio Israele, Australia, Nuova Zelanda e Grecia, non soltanto la “maternità surrogata” è legalmente permessa, ma la madre surrogante è perfino obbligata a rispettare il contratto e punita in caso di violazione. Con il ministro Beatrice Lorenzin, riapriamo allora la partita del reato penale con pena accessoria di inadottabilità per i casi di utero in affitto. Prevenire, infatti, è sempre meglio che curare...

Fonte: La Croce Quotidiano Marzo 2016