Guardate la mia ferita primaria aperta

Pubblicato il 07/07/2020 Autore/Fonte: D.V. Visite: 107
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 La prima uscita in costume nella bella stagione, quando il bianco catarifrangente è ammesso e la prova costume si fa ancora per scherzo: l’evidenza della vita che nasce dalla differenza sopraffà i fuochi del sole. Sabato 20 la tintarella la prenderemo sulla spiaggia di San Giovanni.

Sento l’esigenza e l’urgenza di dedi carmi ad una profonda riflessione che, se riterrete interessante, po-trete condividere. “Prepotente istinto, cordone ombelicale, mi è rimasto addosso e non si può staccare. Io non so chi sono” (dal mio brano “Venticinque”).

Chi scrive sono io, una persona che ha avuto e ha tutt’ora una ferita riconosciuta dalla stessa psicologia e che non si rimargina: si chiama ferita primaria, ferita dell’abbandono.

Io sono stata abbandonata da mia madre naturale, strappata da colei che mi ha tenuta nella pancia nove mesi, anche se in molti credono che il feto sia solo un grumo di cellule.

Sono informata sull’argomento e so sulla mia pelle cosa vuol dire. Io non metto in dubbio che i due ragazzi nella foto si amino e vogliano il meglio per queste bambine, non metto in dubbio i buoni propositi ma la verità. E la verità è che queste bambine sono state dentro ad una pancia. Una pancia di donna che ora manca nella loro vita, ne sono state private; derubate di un ventre, di una carne, di una figura femminile, di una mamma. Derubate del loro stesso sangue.

Laicamente parlando, non importa come, non importano le circostanze, se è stato regalato o venduto l’ovulo, regalato o venduto l’utero. Non importa se è stato fatto per i più nobili motivi e se i bambini quando saranno grandi non si ricorderanno. Non importa se questi due papà saranno le persone migliori del mondo mentre le famiglie con papà e mamma si sfasciano.

Non importa! Perché il punto non è questo. Non è qui il trauma! Non si giustifica questo sopruso con queste argomentazioni, perché purtroppo il trauma è alla base ed è il non conoscere le proprie origini. Questo vuoto non potrà essere colmato da niente e da nessuno, nemmeno dall’amore immenso di questi due papà, il punto è semplicemente questo.

Importa che un giorno si chiederanno perché la propria madre non c’è, perché sono state comprate e a che prezzo. Si chiederanno perché sono state regalate, perché sono state private di ciò che loro spettava di diritto. Non importa nemmeno se un giorno verrà detto loro il nome della madre attraverso documenti e non importa nemmeno se la incontreranno. Perché non è nemmeno questo il punto.

Anche io a 25 anni ho scoperto il nome di mia madre e la mia storia. Questa conoscenza è andata a rispondere ad alcune domande ma non ha ne sanato ne chiuso quella ferita primaria, perché ripeto, il trauma e la ferita derivano dall’essere stati staccati dal grembo che ti ha scaldato e custodito. Il trauma deriva dell’essere stati separati da quel battito di cuore che per nove mesi ha tenuto il ritmo della tua vita.

Tanti ragazzi adottati e strappati alla propria madre si sono buttati nella droga, nell’alcol, nella violenza verso gli altri e verso se stessi; io, fortunatamente, ho sfogato tutto sulla musica ma ci ho sofferto e pianto davvero tanto e chi mi conosce sa che è vero. Ma sapete una cosa? Sono perfino contenta di avere sofferto, se può essere utile perché altri non soffrano. Strappare un bambino alle proprie origini non è un diritto civile, è un comportamento disumano. I desideri personali non possono diventare diritti a discapito degli altri soprattutto se vanno a ledere i più deboli, i più piccoli. Gli adulti non possono imporre ai più piccoli una realtà falsificata che loro non hanno scelto.

Se davvero amiamo i bambini cerchiamo di mettere davanti ai nostri desideri i loro diritti. Perché amare vuol dire sapere anche rinunciare, non pretendere, fare sacrifici per il bene dell’altro, per amore dell’amato, soprattutto se debole e piccolo. Dico tutto questo senza un briciolo di cattivi sentimenti ma solo con tanto affetto verso i bambini perché so cosa vuol dire essere strappati dalle proprie origini e non sapere niente della propria storia. Non metto assolutamente in dubbio che le persone omosessuali si vogliano bene veramente e che desiderino ardentemente avere figli. Purtroppo però vivono una condizione naturale nella quale questi figli non possono essere generati e per averli sono costretti a ricorrere ad espedienti che umiliano la donna attraverso la compravendita di pezzi della loro carne, come utero e ovuli, dando vita ad una nuova forma di schiavitù che ci riporta ad età storiche ben precedenti al Medioevo (e qui le femministe dovrebbero alzarsi in piedi e buttare giù il mondo, ma non lo fanno) e privano i bambini del loro sacrosanto diritto ad avere un padre e una madre.

Dovremmo tutti cercare la giustizia, il bene dei piccoli senza essere accecati dall’ansia di avere ragione a tutti i costi, questa è un attività dei superbi, dei prepotenti e degli arroganti. Chiudo con una citazione, ricordando che una legge è giusta quando difende i deboli e i poveri.

“Se tu che dici di amarmi mi hai tolto volutamente un padre e una madre, hai scelto di strapparmi dalle mie origini, di farmi vivere una non realtà (non esistono due mamme e non esistono due papà), hai scelto di fare nei miei confronti uno dei peggiori atti di bullismo e di menzogna che potrò mai subire nella mia vita”. (Katia Giardiello).

Fonte: La Croce Quotidiano