Ha Ragione Orban: nessuna corruzione su vita e famiglia con i quattrini del recovery plan

17/11/2020 - Mirko de Carli
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Sono ore difficili per l’Unione Europea e l’ambizioso progetto di un piano di ricostruzione per i paesi che ne fanno parte attraverso il così detto “Recovery Found”: il complesso accordo raggiunto nelle settimane scorso sul “Recovery Plan” attende il passaggio decisivo della ratifica al Consiglio Europeo dopo quella del Parlamento. L’urgenza di questa formalizzazione è decisiva per garantire l’entrata in vigore del piano a partire dal 1° gennaio 2021. Qual’è il problema che tiene sulle spine il nostro Continente?
Il Parlamento Europeo ha attivato il suo iter l'11 novembre, con il voto dei capigruppo del Parlamento, seguito dalla discussione in commissione “Bilanci” e in seduta plenaria. L'obiettivo del Parlamento è quello di votare il documento in Aula in occasione della plenaria di fine novembre. Congiuntamente si terranno i negoziati sul bilancio UE 2021, per cui il periodo in cui sarà possibile trovare un’intesa tra il Parlamento europeo e il Consiglio va dal 17 novembre al 7 dicembre. In mezzo a tutto questo complesso iter il passaggio del testo al vaglio delle istituzioni europee ha portato due Stati membri, quali Polonia e Ungheria, a porre il veto, comunicato con lettere inviate direttamente alla Presidenza tedesca dell’Ue, con accenti e toni decisamente accesi: la contrarietà dei due paesi è afferente alla “condizionalità” che “prevede la sospensione dei fondi europei non solo in caso di violazioni dello stato di diritto che possano mettere a rischio la sana gestione del bilancio UE, ma anche per qualsiasi violazione - individuale, sistemica o ricorrente – che minacci i valori fondamentali dell'Unione, come la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani”. Così, a mente febbre, sembrerebbe trattarsi di una condizione assolutamente accettabile ma se avessimo approfondito meglio la materia e avessimo seguito minuziosamente il dibattito in aula durante l’ultima plenaria del Parlamento europeo avremmo compreso le prerogative di Polonia e Ungheria: il rischio reale che si corre è quello di varare un meccanismo con l’accettazione di una condizionalità che renderebbe possibile ricattare un Paese per ragioni ideologiche e «trasformerebbe l’Unione Europea in una nuova Unione Sovietica» (tratto dalla lettera di Orbàn alla Presidenza Ue). Se guardassimo nel dettaglio la strenua battaglia in corso da anni tra Ue e Ungheria rispetto alla volontà ungherese di non voler accettare alcuna deriva ideologica che mini la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna quale capisaldo della società e la tutela della vita e della persona secondo la sua natura e non la logica perversa del genere fluido forse potremmo davvero ritenere le rimostranze dei due paesi orientali come fondante e logiche. Non accettare le prerogativa di un’Europa incerta e debole sui suoi valori fondanti e sulle sue radici culturali significa mostrare al continente intero un atto di eroica libertà: ricordo a tutti che l’Ungheria, così facendo, rifiuta a un ammontare importante di quattrini essendo uno degli Stati percettori di una delle fette più cospicue del Recovery Plan (15,1 mld di euro).
I criteri sul giudizio europeo sullo “stato di diritto” dei paesi che riceveranno i fondi del Recovery Plan rappresentano, ad oggi, dei “meccanismi che favoriscono la preminenza dei criteri politici e arbitrari sulla valutazione del merito". Per questo non ho paura a dire che si muovono correttamente Polonia e Ungheria nel porre la questione su questi termini e a chiedere una modifica di questo passaggio estremamente delicato del piano da approvare: ora è in gioco il ruolo di mediazione intelligente e lungimirante di Angela Merkel, essendo oggi il suo paese durante il semestre di presidenza europea.
Chi crede che con il denaro si possa fare di tutto è indubbiamente pronto a fare di tutto per il denaro: questo adagio di H. Beauchesne calza a pennello rispetto al pensiero che mi porta ad esprimere piena e convinta vicinanza alla strenua battaglia di Orbàn in seno al consesso europeo e ad appellarmi alla Cancellerie tedesca affinché chiarisca meglio il passaggio normativo incriminato e garantisca che nessuna deriva ideologica arcobaleno sia possibile imporre attraverso l’azione di tutela dello stato di diritto europeo.