«Hanno ucciso mio figlio e non ho potuto far niente»

10/10/2020 - La Croce Quotidiano
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La conversazione d’eccezione con un giovane ventenne illumina un lato oscuro, più silenziato che silenzioso, del mondo di chi vive o subisce gli aborti.

“Ciao, io sono Fabio!” Incontro questo giovane ragazzo in un bar del centro. Capelli corti e neri, occhi profondi, fisico da sportivo, modi gentili.
Lo guardo con attenzione, potrebbe essere mio figlio, gli darei venti, ventun anni.
“Ventidue già compiuti” mi dice come a correggermi i pensieri.
Ci hanno fatto accomodare in una sala interna, intorno a noi solo tavoli vuoti. Al telefono il giorno prima mi aveva incuriosito “Mi chiamo Fabio, ho avuto il tuo numero da un amico e ti ho telefonato perché ho una storia da farti ascoltare!”
Il cameriere si è appena allontanato, lasciando sul tavolo una brocca di acqua bollente, bustine di tè di ogni tipo pronte per l’infuso e invitanti biscottini inglesi.

“Esattamente un mese fa hanno ucciso mio figlio!” Mi dice proprio così, diretto, asciutto, senza mezzi termini.
Uno schiaffo in pieno viso mi avrebbe sorpreso di meno.
Alzo lo sguardo, cerco i suoi occhi e lui non me li nega; lo fisso incredulo, provando a capire senza chiedere nulla. Poi improvvisamente intuisco e lui se ne accorge:
“Francesca non ha voluto tenerlo e io non sono riuscito a salvarlo!”
Apro la bocca per dire qualcosa, ma non una parola affiora dalle mie labbra.
“Ti va se ti racconto tutto dal principio?” aggiunge subito, come se avesse avuto pietà del mio silenzio.
“Sono qui, ti ascolto” gli dico per metterlo a suo agio.
Inspira profondamente, come fa un sommozzatore prima della discesa in apnea per cercare di incamerare il maggior numero di molecole d’ossigeno possibile, perché sa da prima che a mezz’acqua gli mancherà l’aria. Poi espira piano e inizia a raccontare:
“Ci siamo conosciuti circa un anno e mezzo fa all’Università, studiamo entrambi giurisprudenza, lei ha la stessa mia età, qualche mese in meno. Io vorrei fare l’avvocato, lei vorrà provare qualche concorso. Ci siamo innamorati subito, sai il colpo di fulmine, quello che ti toglie il respiro, quello per cui tutto perde senso se non lo condividi con l’altro? Ecco, proprio quello lì! Abbiamo trascorso insieme ogni momento libero che gli impegni universitari ci hanno consentito, anche il profitto negli studi sembrava beneficiare della nostra storia. Lei ha voluto conoscere i miei genitori e ci ha tenuto a presentarmi i suoi, abbiamo trascorso qualche periodo di vacanza insieme, non ti nascondo che iniziavamo a fare dei progetti. Francesca è ..., era l’amore della mia vita!”

Fabio si interrompe per un attimo e inspira di nuovo con forza.

“Poi, un pomeriggio di circa due mesi fa mi chiamò sul cellulare in lacrime scongiurandomi di raggiungerla subito a casa sua. Le chiesi preoccupato se si fosse fatta male. Mi rispose di no, ma mi disse di fare presto. Mi precipitai da lei. Sapevo che i suoi genitori erano fuori da un paio di giorni e che sarebbero tornati quella sera stessa. Non riuscivo a capire, ci eravamo visti il giorno prima e sentiti al telefono nel corso della mattina. Quando arrivai a casa sua, mi aprì la porta singhiozzante, stringeva qualcosa che sembrava un termometro. Lo presi dalla sua mano e guardai meglio; non era un termometro, era uno di quegli stick usati nei test di gravidanza. Vidi due linee rosse, era incinta. E mentre me lo confermava piangeva disperata, i gomiti appoggiati sul tavolo e la testa tra le mani.”

Prende di nuovo fiato, Fabio, poi continua:

“Il mio smarrimento di fronte a quella situazione inaspettata durò meno di un attimo; la abbracciai con tutta la delicatezza di cui fui capace e le sussurrai che l’amavo con tutto me stesso, che quel figlio l’avremmo avuto, che lo avremmo cresciuto e che tutti insieme saremmo stati una famiglia. Le baciai le labbra e il viso promettendole amore eterno mentre istintivamente le accarezzavo la pancia. Lei non disse nulla, ma non smise mai di piangere per tutto il tempo in cui rimanemmo abbracciati sul divano di casa sua. I suoi genitori stavano per rientrare a casa e decidemmo di non farci trovare insieme in quelle condizioni. Non avrei mai voluta lasciarla quella sera e salutandola le dissi che le avrei telefonato l’indomani mattina. Lei non mi rispose. Era visibilmente sconvolta.”
Fabio si ferma, affonda i suoi occhi, scuri malinconici nei miei, la voce che tradisce turbamento:
“Quella è stata l’ultima volta che ho visto Francesca!”
Volge lo sguardo alla sua destra fissando un punto indefinito nel vuoto. Gli occhi gli diventano lucidi.
Poi si riprende:
“Rincasai e la chiamai sul cellulare; era spento, si sarà addormentata, pensai, e decisi di non telefonare a casa. Le scrissi un sms!”
Pigia due tasti sul telefono e me lo porge. Leggo e mi commuovo: - I due sono diventati tre: vi amo!

Quindi prosegue:
“Quella notte non chiusi occhio. Da un lato ero preoccupato e dall’altro, non so come spiegarti..., avvertivo in me una certa euforia; da tempo pensavo che lei era la donna della mia vita, che un giorno l’avrei sposata, che lei sarebbe stata la madre dei miei figli; invece, la vita con noi aveva voluto accelerare un po’, ma ora le cose stavano così e io mi sentivo pronto a fare tutto quello che c’era da fare. Bisognava dirlo subito ai genitori di Francesca, e poi anche ai miei, bisognava pensare al bambino, a come accoglierlo. Non avremo dovuto neanche trascurare gli studi; sarebbe stato difficile, pensai, ma ce l’avremmo fatta. Mi sentivo già marito e padre.

Francesca era la mia sposa e dentro di lei c’era nostro figlio.
Realizzai che da quel momento le nostre vite non sarebbero più state le stesse; tutto sarebbe cambiato, e ne fui contento.
E in effetti la nostra vita è cambiata, ma non come avrei voluto, non come avrei sperato. La mattina seguente, di buon’ora, la chiamai al cellulare, ma lo trovai ancora spento. Allora non sapevo che non avrebbe mai più squillato. Aspettai che si facesse un orario decente per poter telefonare a casa. Mi rispose sua madre dicendomi con voce gentile che Francesca stava ancora dormendo e che sarebbe stato meglio se avessi chiamato più tardi.

Sedetti alla scrivania, aprii un libro, di lì a un mese avrei dovuto dare un esame. Lessi qualche pagina, ma lo richiusi quasi subito. Dopo un’oretta provai ancora a telefonarle sul cellulare. Niente. Aspettai che si facesse mezzogiorno e richiamai a casa. Ancora la mamma mi disse che quella notte Francesca era stata male e che riposava ancora, pregandomi di riprovare a telefonarle non prima di sera. Fu la giornata più lunga della mia vita. Ogni mezz’ora chiamavo automaticamente sul suo cellulare. La mia preoccupazione cresceva di minuto in minuto. Lei poteva essersi sentita male per lo stress dovuto al suo stato, ragionai; dovevo abituarmi all’idea di una donna in attesa che deve gestire anche una situazione oggettivamente complicata. Dovremmo dirlo subito ai suoi genitori, pensai.
La mia ansia per non riuscire a parlarle aumentava, ma non potevo insistere chiamando ancora casa perché i suoi, che non sapevano ancora nulla, si sarebbero insospettiti.
Così credevo, ma quello che credevo non corrispondeva alla realtà.
Verso sera, rispettando ciò che mi aveva detto sua madre, mi risolsi a telefonare nuovamente. Quella volta la madre di Francesca non fu gentile come al solito. Aveva una voce strana, che stentavo a riconoscere: – Si, Fabio, aspetta che ti passo mio marito – mi sentii dire.
Ci può entrare tutta una vita in quindici secondi? Più o meno tanti ne passarono finché ascoltai di nuovo una voce dall’altro capo del telefono. Un tempo sospeso, eterno:
- Buonasera, Fabio! – disse il padre di Francesca.
- Buonasera dottore ...- risposi.
- Sappiamo tutto, Francesca ci ha detto tutto! Ora però devi capire, lei ha bisogno di rimanere un po’ da sola, ha bisogno di riflettere, di capire!-
- Io sono qua e sono pronto ad assumermi le mie responsabilità, io amo Francesca, andremo avanti in tre e saremo una famiglia ... – dissi d’istinto.
- Fabio, non è così semplice – mi interruppe - siete così giovani, mia figlia è ancora una bambina, non siete economicamente indipendenti, c’è l’Università da finire... -
- Posso parlare con Francesca per favore? Me la può passare? – chiesi angosciato.
- No, non te la posso passare, lei per ora non se la sente di vederti e di parlarti e anche noi crediamo sia meglio così. Ascolta, facciamo in questo modo, facciamo passare qualche giorno e poi ci risentiamo, ma per il momento è meglio che restiate un po’ lontani.
Mi crollò il modo addosso, non riuscivo a credere che quello che stava succedendo fosse vero. - Non è giusto che io venga trattato come un estraneo, io ho bisogno di parlare con lei, me la passi, per favore! – trovai il coraggio di ribellarmi.
- Però e lei che in questo momento non ha bisogno di parlare con te e ti devo chiedere di non insistere. Ora, però, bisogna che io vada. Ci risentiamo. – mi sentii rispondere.

Io esitai e prima che avessi il tempo di aggiungere altro, il padre di Francesca interruppe la comunicazione.
Rimasi così, con il telefono all’orecchio, a gridare il suo nome disperatamente.
Mi riebbi e richiamai, ma mi rispose uno strano suono di occupato come se il telefono fosse fuori posto.
Allora provai a chiamare ripetutamente al cellulare di Francesca. Una, due, dieci volte. Spento, sempre spento, definitivamente spento. Lanciai lontano il telefono e urlai di disperazione.
Scesi di corsa, presi il motorino e volai sotto casa sua. Si era fatto tardi, non ebbi il coraggio di citofonare. Alzai lo sguardo verso la finestra della camera di Francesca, era leggermente illuminata. Restai lì a guardare in alto e a telefonare di continuo sperando che riattaccassero il telefono. Poi ogni luce della casa si spense. Io rimasi con il naso all’insù ancora per molto tempo.
Quando rientrai a casa era notte fonda. Mi stesi vestito sul letto, tormentato dai brutti pensieri che non mi davano tregua. Chiusi gli occhi.
Quando li riaprii era giorno. Il display della sveglia segnava le 9.
Mi precipitai di nuovo da Francesca, deciso questa volta anche a presentarmi alla porta. Non ce ne fu bisogno.
Proprio mentre stavo per suonare al citofono, dal portone del palazzo uscii il padre. Non fu sorpreso di vedermi. Era evidente che si fosse accorto della mia presenza notturna sotto casa. - Fabio, Francesca non è a casa! Vieni, prendiamo un caffè! –
E io lo seguii, in silenzio e a capo chino, come una bestia diretta al macello.
Bevuto il caffè mi disse con tono deciso:
- Ascoltami bene, ragazzo; Ognuno qui ha i suoi pensieri e io in questo momento ne ho tanti. Stamattina, sul presto, mia figlia si è trasferita fuori città da una nostra parente, dove rimarrà per un mesetto. Rientrerà dopo aver risolto il problema. Questa è la sua decisione che io e mia moglie riteniamo giusta. Io non ce l’ho con te, non ti addebito nessuna colpa per l’accaduto, si vede che sei un bravo ragazzo e anche mia figlia lo è. Ma ti avverto, non cercarla e non cercarci, non farti vedere sotto casa. Te lo dico ora, per l’ultima volta, con educazione. Non rendere le cose più difficili di quelle che sono. Sono sicuro che comprenderai. Quando tutto sarà finito, se Francesca ti vorrà parlare lo farà. La discussione finisce qui. Ci siamo intesi? –
Mi guardò fisso negli occhi, poi girò le spalle, guadagnò l’uscita e si incamminò sul marciapiede.
Istintivamente gli corsi dietro mentre lui entrava in macchina e partiva gli urlai :- È anche di mio figlio che state parlando, non potete uccidere mio figlio così, di nascosto, come ladri!”
E qui Fabio crolla e prorompe in un pianto dirotto, irrefrenabile, inconsolabile.
Mi alzo e lo abbraccio. Lui immerge la testa sulla mia spalla “Hanno ucciso il mio bambino e io non ho potuto fare niente, non so neppure se era un maschietto o una femminuccia, non so niente di lui, so solo che era mio figlio e io suo padre, lui era carne della mia carne ma io per loro e per la legge non sono nessuno; Però io lo avrei cresciuto anche da solo”.

Trema e singhiozza, e il mio cuore si lacera.

Resta così, questo giovane padre, tremante e avvinghiato a me, più impotente di lui di fronte a tanta ingiustizia. Il silenzio si fa straziante e mi ritrovo a pensare ancora, più forte di prima, che potrebbe essere mio figlio e che tanto dolore meriterebbe risposte che non ci sono.
Quando si calma gli chiedo se vuole smettere di parlarne e se vuole che lo accompagni a casa. Ma non vuole smettere.
Mi racconta, allora, che nei giorni successivi era riuscito a contattare la migliore amica di Francesca chiedendole di aiutarlo, ma che si era sentito rispondere che lei era al corrente della situazione e che non voleva essere coinvolta e che comunque riteneva quella di interrompere la gravidanza una decisione spettante esclusivamente alle donne.
Qualche settimana dopo, la stessa persona si era poi premurata di inviargli un sms nel quale gli scriveva che l’intervento era riuscito perfettamente e che Francesca sarebbe di lì a poco rientrata in città.
Quando lo saluto, Fabio ha recuperato il controllo di sé stesso.

“Ho voluto incontrarti perché so di cosa scrivi. Se vuoi raccontare la mia storia fai pure. Non so a chi potrà servire, ma se pensi che invece a qualcuno potrà, scrivila, e scrivi tutto. So, però che ci rivedremo ancora!”

Lo vedo infilarsi il casco e salire in motorino. Prima di partire e sparire nel traffico mi guarda e mi sorride. Un sorriso che difficilmente dimenticherò. Non ero pronto a un incontro del genere.
Non so se Francesca lo abbia già cercato né se mai lo farà.
E non so neanche, qualora dovesse farlo, se lui avrà voglia di farsi trovare.
Quello che so con certezza è che un giorno Fabio diventerà di nuovo padre e so anche che i suoi figli saranno dei bambini fortunati ad avere un papà così.
Nulla accade mai per caso. Qualcuno lassù è maestro nel raddrizzare i sentieri tortuosi.

Fonte: La Croce Quotidiano - Dicembre 2015