I tonni passano, i Cossiga restano (Luca Palamara)

21/06/2020 - Mario Adinolfi
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Luca Palamara è un magistrato sotto inchiesta per corruzione, è stato a lungo al vertice dell’Associazione nazionale magistrati. Proprio l’Anm sabato 20 giugno ha deciso la sua espulsione, senza audirlo, lui l’ha presa male e ha deciso di mettere il fango (eufemismo) nel ventilatore raccontando tutti gli impicci, le trame, le camarille che sottendono agli equilibri che dall’associazione dei magistrati si riverberano poi sul sistema giustizia in Italia passando da quell’altro organo suddiviso in quote per ogni banda, che si chiama Csm.

La supposta “autonomia e indipendenza della magistratura” è una favoletta per bambini e non è che servisse Palamara per farcelo sapere: d’altronde il capo del Csm, con la carica di vicepresidente perché il presidente è il Capo dello Stato, è l’ex responsabile giustizia del Pd David Ermini, roba che solo nella Repubblica delle Banane. In sostanza la magistratura è indipendente e autonoma ma tutte le nomine vengono decise in un organo guidato dal responsabile giustizia del Pd. E Luca Palamara quando briga, impiccia, imbroglia è con i potenti del Pd che si relaziona: con Luca Lotti finché comanda Renzi, poi direttamente con Nicola Zingaretti a cui manda messaggi entusiasti da ragazza pon pon quando viene rieletto alla presidenza della Regione Lazio. In cambio Zingaretti lo incontra spesso e volentieri, chissà di che parlavano, forse di calcio. Con Lotti invece certamente parlavano di impicci e imbrogli per piazzare Tizio o Caio a capo di questa o quella procura, compresa la procura che proprio su Lotti indagava.

Nei corsi dell’Università della Politica che tengo per i dirigenti del Popolo della Famiglia provo a insegnare a collocare i fatti nella corretta prospettiva storica. Rincorrendo sempre e solo l’attualità si rischia di avere quello che chiamerei “lo sguardo da social”: è lo sguardo che ci fa reagire alla notizia del giorno, alla botta emotiva del momento, all’ondata collettiva che può essere di commozione o di indignazione, ritenendo esaurita nella pubblicazione di un post e di una immagine relativi al fatto in questione la nostra intelligente partecipazione all’evento. Poi il giorno successivo arriva l’evento nuovo e quello passato finisce rapidamente nel dimenticatoio, senza aver lasciato nulla. Se sostituiamo “lo sguardo da social” con uno sguardo adulto e consapevole che di fronte agli eventi prova a coglierne gli addentellati con un substrato più complessivo, per trarne magari una lezione per il futuro, allora il tempo trascorso anche sui social non sarà trascorso invano.

Tutto questo per dire che anche se i giornali sono invasi dalle parole di Palamara (e da alcune fiacche reazioni di coloro che Palamara chiama apertamente in causa) non è di Palamara che oggi vi voglio parlare. Oggi vi parlo di Francesco Cossiga, senza dubbio il più rilevante dei presidenti della Repubblica che l’Italia ha avuto e per questo costretto alle dimissioni da una vergognosa manovra aizzata dal quotidiano La Repubblica e eseguita dal Pds di Achille Occhetto, dall’ex magistrato Luciano Violante che ancora oggi partecipa alle iniziative di Magistratura Democratica, dal leader radicale Marco Pannella. Nei 29 capi di imputazione con cui costoro chiesero (e di fatto ottennero) la cacciata di Cossiga dal Quirinale venne inserita anche la frase con cui il Capo dello Stato minaccio di “inviare i carabinieri” a arrestare i membri del Csm. Palamara è stato membro del Csm e Cossiga lo chiamava “il tonno”. Lo chiamava così non con un post su Facebook, non con un’arguta facezia su Twitter, non da vile insomma utilizzando il paravento dei social. No, glielo disse brutalmente in faccia in una celeberrima trasmissione televisiva, ammutolendolo con una grandinata di insulti. E quando Palamara provò a reagire gli rispose secco: “Mi quereli”.

L’episodio mi è tornato in mente leggendo la recensione a Email scritta da Silvio Rossi in cui mi ha definito “sgarbato”. Ha ragione, posso tranquillamente esserlo. Davanti alla stupidità e alla scorrettezza per me la lezione è quella di Francesco Cossiga, uno degli immensi maestri a cui devo la mia formazione. Uno che a sedici anni era già diplomato, a diciannove laureato, a ventisette docente universitario, prima dei trent’anni deputato, a quarantanove ministro degli Interni che vede uccidere il suo amico fin dai tempi della Fuci Aldo Moro e si ritrova con i capelli improvvisamente tutti bianchi per il senso di colpa di non avergli salvato la vita. Tra qualche settimana avrò quarantanove anni e mi chiedo come si possa aver sommato tanta vita quanta Cossiga ne visse in così poco tempo, fino a essere eletto nel 1985 presidente della Repubblica a 56 anni, il più giovane di sempre della storia italiana.

A meno di vent’anni, il 18 aprile 1948, con i democristiani sardi “armati fino ai denti” trascorse la notte a presidiare gli eventuali assalti dei comunisti se avessero mai tentato di reagire con un golpe alla grande vittoria di De Gasperi che regalo l’Italia alla democrazia e non al blocco sovietico. Continuò a tenere in piedi una struttura armata segreta antisovietica per decenni, la Stay Behind. Quando negli Anni Settanta nelle piazze si cominciò a inneggiare alla lotta armata e a Bologna nel 1977 ci scappò il morto, all’ondata di violenze degli studenti Cossiga rispose mandando gli M113 blindati. Allora i vigliacchi cominciarono a sparare sui poliziotti, ne vennero uccisi cinque in poche settimane anche a Torino e a Roma, il nome di Cossiga veniva scritto sui muri con la K e le due S con la grafica tipica delle SS naziste. Lui rispose vietando d’imperio i cortei a Roma e nel Lazio per riportare l’ordine almeno nella Capitale. Marco Pannella lo sfidò e organizzò una manifestazione non autorizzata in cui perse la vita la giovane studentessa Giorgiana Masi. Pannella attribuì da subito la responsabilità di quella uccisione a Cossiga.

Da presidente della Repubblica verrà ricordato non per l’impeachment di Pannella, Violante e soci ma per il suo nomignolo: il Picconatore. Con il crollo del muro di Berlino del 1989 Cossiga fu l’unico a capire subito che erano saltati tutti gli equilibri e a picconate, appunto, cercò di dare una sveglia ai partiti, in particolare al suo, la Democrazia Cristiana. Scrisse una meravigliosa lettera al Parlamento invocando riforme strutturali (ci feci su la tesi di laurea) ma non fu ascoltato nonostante i toni che rese sempre più alti. Il suo ultimo messaggio di Capodanno da Capo dello Stato, il 31 dicembre 1991, fu brevissimo: “Parlare non dicendo, tacendo anzi quello che tacere non si dovrebbe, non sarebbe conforme alla mia dignità di uomo libero, al mio costume di schiettezza, ai miei doveri nei confronti della Nazione. E questo proprio ormai alla fine del mio mandato che appunto va a scadere il prossimo 3 luglio 1992. Questo comportamento mi farebbe violare il comandamento che mi sono dato, per esempio di un grande Santo e uomo di stato, e al quale ho cercato di rimanere umilmente fedele: privilegiare sempre la propria retta coscienza, essere buon servitore della legge, e anche quindi della tradizione, ma soprattutto di Dio, cioè della verità. E allora mi sembra meglio tacere”. Ebbi i brividi ascoltando queste parole da ventenne nel 1991, li ho ancora oggi nel ricordarle. Al 3 luglio 1992 non lo fecero arrivare. Dal Quirinale lo costrinsero a andarsene prima.

Lo sapete perché? Perché il 17 febbraio 1992 scoppiò Tangentopoli. E Cossiga le riforme le voleva sì, ma non con il terrificante metodo giudiziario che con l’acqua sporca gettò via anche il bambino. E mentre il Paese era in piena, totale ubriacatura giustizialista con Antonio Di Pietro venerato come un dio, pompato a dismisura dalla campagna ossessiva della saldatura destra-sinistra che costruiva un un unico blocco Repubblica-Corsera-GiornalidiFeltri-tvdiBerlusconi, la sola persona autorevole che in quel 1992 provò a fronteggiare la furia della magistratura che picchiava in una direzione sola, fu il Capo dello Stato. Non glielo perdonarono, neanche la Dc capì, non lo difese, lo sacrificò. Il 25 aprile, giorno non casuale, Cossiga annunciò le sue dimissioni con un commovente discorso rivolto ai giovani. Ero giovane in quel 1992. Pochi giorni dopo ci fu la strage di Capaci.

Cossiga aveva accolto proprio da Capo dello Stato un Giovanni Falcone con le lacrime agli occhi quando il Csm per le solite questioni di cricche e camarille negò al piu grande magistrato antimafia d’Italia di diventare capo della Direzione nazionale antimafia. E fu Cossiga a chiamare l’allora ministro della Giustizia, Claudio Martelli, pregandolo di prendere Falcone con sé. Perché da lucidissimo uomo politico abituato alla logica dei rapporti di forza, aveva capito che l’atto compiuto dalle cricche del Csm contro Falcone, isolandolo, lo aveva trasformato in un obiettivo facilmente eliminabile. Martelli prese Falcone con sé ma non bastò. La mafia aveva colto il segnale e organizzò prima Capaci e poi via D’Amelio. Cossiga fu l’unico a dire con impressionante nettezza: “I primi mafiosi stanno al Csm, sono loro ad aver ammazzato Giovanni Falcone”.

Da decenni la magistratura italiana organizzata in clan tenta di fare la storia politica del Paese, di essere detentrice dei meccanismi di crescita o affossamento di questa o quella area partitica, di additare tutti come vasta quando sono i giudici la vera e sola casta di intoccabili del nostro Paese. Cossiga colse l’ulteriore imbarbarimento di un sistema che aveva tutta la vita combattuto con l’affacciarsi di Palamara e la brutalità del suo attacco televisivo nel al questo giovane presidente dell’Anm allora neanche quarantenne fu talmente eccessiva da apparire davvero troppo “sgarbata”. Invece era un grido d’allarme, forse l’ultimo a risuonare così netto negli epici ottant’anni di vita di Francesco Cossiga, che intese ancora nel 2008 metterci in guardia. Inascoltato.

In preda alle sue cicliche depressioni, c’è chi dice che Cossiga si lasciò morire affaticato e deluso il 17 agosto 2010. Ho avuto l’onore di conoscere e frequentare un uomo gigantesco, che ci teneva molto a sembrare un “duro”, che certamente sapeva anche esserlo, ma conservava un cuore buono e umanamente sempre aperto, in questo profondamente cristiano. Le battaglie che ha compiuto spero che in questo approssimarsi del decennale della sua morte possano essere riprese e sottolineate per la sua forza profetica. I tanti, troppi che lo attaccarono con inusitata cattiveria e reale violenza da vivo, spero sappiano ricredersi leggendo la sua vicenda complessiva alla luce della dimensione storica di questo immenso italiano che nella storia resta. Ho chiesto che, alla luce anche dei fatti emersi con il caso Palamara, costoro possano sentire il bisogno di andare al cimitero monumentale di Sassari a depositare un fiore sulla sua tomba. Su Twitter subito un idiota ha risposto: “Sulla sua tomba andrei solo a pisciare”.

È la tua condanna, caro Francesco. Come i veri grandi, resti urticante per tanti anche da morto. Continui a essere un pugno alle loro inerti coscienze. Per questo I Palamara passano, i Cossiga restano. Ancora più vivi nella memoria di chi ha una nostalgia sempre più assetata, di personaggi che almeno possano avvicinarsi al livello di questi nostri padri.