Intervista su Gesù a Mario Adinolfi – “La mia dolce condanna alla verità”

07/04/2020 - Pepe on line
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Iniziamo con questo pezzo qualcosa di nuovo su Pepe. La presente è infatti la prima delle – speriamo numerose – “interviste su Gesù di Nazareth”, ovvero dialoghi che hanno al fondo un’unica ossessione: chiedersi chi è davvero quell’uomo in carne e ossa, con tutta la sua realissima e misteriosissima pretesa

Nel bel mezzo della pandemia siamo costretti ad “andare al sodo”, a porci le questioni essenziali, che alla fin fine, dalla notte dei tempi, mi sembrano due: 1) mangiare e 2) perché farlo?  Quest’ultima domanda mi pare ancor più inevitabile della prima e, da circa 2000 anni, è diventata ormai a livello mondiale sinonimo di un’altra: chi è Gesù? Nessun uomo come lui “ha alzato la posta della scommessa” su questa domanda capitale: perché vale la pena mangiare, ovvero esistere ancora un giorno e poi un altro, per infiniti giorni se possibile? “Per incontrare me” risponde lui.


E tu, Mario, chi dici che egli sia?

E’ stato ed è quello che io chiamo il mio “amico esigente”.

In realtà l’incontro con lui è avvenuto in maniera molto naturale. Per noi della generazione degli anni ’70 l’incontro con la religione cattolica era quasi obbligato: io dovevo andare a messa da quando avevo 10 anni, avevamo tutti l’ora di religione (per me addirittura quotidiana perché andavo in una scuola cattolica, come sai), ho fatto il chierichetto da quando avevo sei anni. Vedo che invece è diverso per le generazioni delle mie figlie.

Il problema è sempre stato avere questo rapporto in maniera non scontata. Se devo dare una definizione, dico che Gesù mi ha proprio inchiodato ad una relazione sentimentale. In sostanza, è un rapporto in cui tu devi rendere conto.

Non c’è dubbio che nel corso della mia lunga relazione con Cristo ho avuto anche momenti in cui sono stato letteralmente un cattivo partner, diciamo così. Ma mai un cattivo partner che non si rendeva conto di esserlo o che si disinteressava della relazione con Lui.

C’è una domanda centrale che ti devi porre all’inizio con Lui, perché altrimenti questa relazione non funziona (come quando scegli la moglie): ti fidi del fatto che Cristo è colui che ha sconfitto la morte, è risorto, è la via la verità e la vita? Se ti fidi di questo, anche se c’è il tuo “non essere all’altezza” – persino il tuo “voler scomparire come partner” –, comunque tiene questa pietra miliare a cui rendere conto. Questo è l’elemento caratteristico del rapporto che si ha con Gesù: parte da un’esigenza di verità e riconosce una dimensione che dà acqua a questa sete. Poi le cose vengono di conseguenza.

Dicevi che bisogna arrivare a porsi una domanda fondamentale perché se no Gesù non si capisce. Forse in questo il Coronavirus ci aiuta: in questa situazione paradossale, in cui ognuno deve restare a casa sua ponendosi le domande essenziali, abbiamo l’occasione di andare al cuore della pretesa di Cristo, cioè di non fermarsi sulle conseguenze morali o politiche o anche teologiche su cui normalmente ci impantaniamo. Nella nostra solitudine, lontani da ogni “distrazione” pratica (anche buona) possiamo chiederci, nella nostra piena libertà, faccia a faccia con questo paradossale ebreo di 2000 anni fa: chi sei tu veramente?

Dico la verità, io non credo alla “fede da coronavirus” o alla fede recuperata in limite mortis, alla cosiddetta “fede per necessità”, diciamo così. Questo tempo evidentemente ti pone davanti a una valanga di domande, ma io credo francamente che per molti il rapporto con Cristo sia nella dimensione delle cose inessenziali. Per esempio, io ho trovato che sia stata una risposta molto fastidiosa, per fortuna solo per una sera, quella del “chiudete le porte della chiesa”: ho sempre accettato tutto ma quella sera lì è stata l’unica volta in cui ho protestato pubblicamente con il decreto del cardinale vicario. Poi, addirittura, qualche settimana dopo, siamo passati a quel cavolo di ordine del ministero per cui puoi andare in chiesa a dire una preghiera solo a condizione che sia sul tragitto per cose essenziali, tipo “andare dal tabaccaio”.

Questa subalternità è di tipo culturale, questo è il problema vero. Perché davanti a questa che è l’unica risposta di vita – perché lui ti dice “io sconfiggo la morte”, questo è il punto – noi arretriamo? Abbiamo anche l’immagine del papa che fa il giro del mondo, che nella preghiera a San Pietro diventa il simbolo della possibile speranza per tutta l’umanità. Perché rimaniamo subalterni, allora? Perché non crediamo più a niente.

In stragrande maggioranza purtroppo la secolarizzazione vera di questa società è che i riti sono diventati stanchi, la fede è stata sostanzialmente estirpata ed ha davvero ragione chi dice che è fondamentale comprarsi il pacchetto di sigarette, ma non è fondamentale passare a dire la preghiera in chiesa. Mi sembra che davanti alla crisi di fede così profonda la risposta generale è “ci credo come una forma di compagnia”, ma non nella forma di relazione esigente rispetto alla quale io mi devo mettere in gioco, a misura della “moglie che mi sono scelto”.

Ma poi non è proprio questo che ci rimproverano su internet? Quelli che mi avversano dicono che io “credo all’amico immaginario”. E allora noi ce lo dobbiamo chiedere: ma noi crediamo all’amico immaginario?

Ho scritto oggi che i numeri della pandemia sono paragonabili a quelli della seconda guerra mondiale, nella quale ci sono stati 150.000 morti civili in 5 anni nel nostro paese. Con ogni probabilità i numeri reali dei morti per il virus già sono circa 40.000, perché sabato saranno conteggiati come 15.000 e la stima deve essere aumentata dal 200% al 400% in più se vai a prendere i dati Istat. Quindi, siamo dentro una colossale vicenda collettiva che parla di morte, ma non sappiamo parlare di risurrezione. E questo è un nodo che dobbiamo riuscire a risolvere sul piano collettivo non sul piano individuale. Io riesco a stare in casa senza impazzire perché, nella preghiera, nella lettura quotidiana del vangelo che faccio in diretta Facebook, mi sento fortemente “accompagnato”. Ma quanti si sentono in questa condizione realmente?

A proposito di incredulità, mi sembra che uno degli scandali che non riusciamo ad accettare è il fatto che Gesù stesso abbia deciso di fidarsi veramente dell’uomo per portare il suo mistero. Lui ha proclamato il suo vangelo solo per (circa) tre anni in un minuscolo paese alla periferia di un impero, vivendo con pochi amici e dopo questo brevissimo tempo ha lasciato l’annuncio nelle nostre mani. Non c’è anche una sfiducia nell’uomo al fondo della nostra crisi di fede, laddove invece Gesù ha dimostrato di credere tanto nella creatura umana da ritenerla capace di portare lui stesso, la verità che salva l’uomo, ovvero il tesoro più prezioso per l’umanità?

Lo scandalo è intellettuale: è lo scandalo della sfiducia nella verità; e quindi nell’uomo. Noi siamo imbevuti di questo. Siamo dentro un’ubriacatura che ci rende invisibile, incomprensibile, irraggiungibile il concetto stesso di verità.

Gesù vive in intima relazione continua con la verità. In un vangelo di questi giorni ce lo ripete: mi ucciderete perché io sono qui a parlarvi del rapporto con il Dio veritiero e perché non sopportate la verità che vi dico. E Cristo nell’intimità del rapporto con la verità riesce a sopportare tutto quello che deve subire di conseguenza. Noi, avendo perso invece il rapporto con la verità – persino con l’ambizione di conoscerla – abbiamo di conseguenza perduto fiducia in noi stessi: non sappiamo rintracciare neanche gli elementi propri della verità di ciascuno di noi, figuriamoci metterci in relazione con una figura esigente come Cristo. Non riusciamo più ad avere rapporti di amicizia veri, non riusciamo ad avere rapporti di amore vero, anche a livello sentimentale. Vogliamo sfuggire a noi stessi, vogliamo pensare che nel nostro continuo girovagare in qualche modo siamo ancora vivi. Invece no. Invece stiamo prendendo davvero lucciole per lanterne.

Noi dobbiamo concentrarci in quel dolorosissimo percorso che conduce alla verità, a ciò che “è”. Guarda che tipo di rapporto abbiamo con la morte. In questa vicenda in cui abbiamo una colossale valanga di morti, noi li stiamo nascondendo alla vista: i morti sono mandati con i camion e non si vedono neanche più le bare, vanno direttamente ai forni crematori. Stiamo nascondendo tutto questo. Fatti invece un giro sui social: il web è diventato luogo di cazzeggio. Invece di affondare la faccia dentro questa tragedia che è il tema della morte, la esorcizzi cercando ogni modalità: da come si fa il pane, a guarda come sono brava a ballare la salsa e il merengue, guarda come cazzeggio pur di esorcizzare l’unico tema che dovremmo affrontare oggi, cioè come vivere per essere degni di arrivare a quel tipo di traguardo di una qualche dimensione di senso. O noi recuperiamo con coraggio il rapporto con il tema della verità – e allora lì davvero troviamo la liana che ci porta all’incontro rinnovato con Cristo – o altrimenti stiamo sulla liana a fare Tarzan. Ma allora – come insegna Alberto Sordi – sei inevitabilmente ridicolo. Vorrei che ci fosse almeno un’ambizione di sfuggire al ridicolo in questa fase così tragica, ma non la scorgo, devo dire la verità, non sono propriamente ottimista.

Hai detto prima che questa tentazione riguarda anche i cattolici, anche la Chiesa: puoi spiegare meglio?

Non mi rivolgo ai pastori e neanche alla Chiesa. Mi rivolgo alla comunità dei credenti, che conosco, che frequento, che vedo annichilita, addolorata, un po’ incapace di esprimere, di pensare. Ho la seria impressione che questa storia non ci lascerà senza ferite e non so se queste ferite saranno salutari. L’autorità politica inciderà sull’autorità religiosa in maniera mai vista prima dei 159 anni ormai di storia italiana. Credo che ci sia una volontà veramente massonica di rivoltare un po’ il rapporto tra poteri in questa fase. Mi aspettavo un fervore cattolico che emergesse, con una riscoperta della forza della fede come risposta a questa tragedia: non lo sto vedendo. In queste quattro mura tutto sommato si sta comodi e stiamo perdendo la relazione di comunità: e questa è fondamentale per i cattolici, perché è dentro questo essere comunità che Cristo si manifesta. Vedo invece uno stemperarsi complessivo anche della forza evocativa che ha l’idea di stare insieme. Vedo un po’ di folclore, un po’ di rosari per l’Italia, cose così, insomma, che assomigliano alle canzoni dal balcone. Ma non vedo bollire la fede – diciamo così – come invece mi aspettavo.

Arriviamo alla domanda delle domande – cui tu hai già accennato – però te la voglio fare esplicitamente. Tu hai detto che senza resurrezione non c’è vera fede in Gesù Cristo. Allora credi veramente che un uomo un giorno è uscito dalla sua tomba e ha vinto la morte per sempre?  E che cosa diresti a chi dice “è impossibile”?

E questo è il punto!  Ogni tanto vengo chiamato in televisione a parlare di queste cose, l’ultimo caso è stata una discussione sulla Madonnina di Civitavecchia con il professor Odifreddi. Pretendono che io discuta di alcuni dettagli della statuetta della Madonna – che per altro ha lacrimato in braccio al vescovo Grillo che non ci credeva e ha avuto quasi un infarto – con un irridente docente ateo, quando invece l’unica discussione che va fatta è alla base: credi che Gesù Cristo è risorto? Perché per Odifreddi la risposta è “no, punto esclamativo”. Credi che sia possibile che alla fine dei tempi noi risorgiamo con il nostro corpo? Ci rendiamo conto che quella del Credo è tutta roba innaturale, che non accade in natura, eppure è accaduta? Abbiamo fede in una resurrezione di noi stessi perché abbiamo creduto in Cristo risorto? Questo è il punto di domanda. E su questo punto non c’è dirimente possibile: quando andiamo a celebrare il battesimo, la prima comunione, il matrimonio in chiesa, il funerale di papà, che cos’è quella roba là, la strana pagliacciata di gente che si mette abiti colorati e recita da un altare cose senza senso oppure è collegata a una verità?

La verità è una sola: Cristo sconfigge la morte e io risorgerò con lui. Questa cosa ti deve attraversare la vita, ma sul serio, e allora tutto diventa conseguenza, anche il tuo sfuggire ad un rapporto così esigente (tanto non riuscirai mai a sfuggirgli, dimenticandolo, anche quando vorrai sfuggirgli – e questo lo dice uno che ha fatto questa esperienza diretta). Normalmente nel racconto di Cristo che ci facciamo sembra che essere cattolici significhi essere una sorta di ONG a sostegno dei poveri (è una cosa interessante ma solo se nel povero riconosco il volto di Cristo, sennò non ha senso alcuno, lo fa meglio Save the Children). Oppure ci sono certi ambienti tradizionalisti che hanno delle riserve continue: ho visto Antonio Socci scrivere cose contro il Papa – il giorno in cui il Papa era il simbolo di speranza per l’umanità intera – che mi hanno veramente travolto per rabbia e fastidio, perché come fai a non avere la percezione che almeno quel giorno devi stare zitto. Ormai ognuno vive dentro il suo piccolo baraccone, dove poi la domanda cruciale rimane inevasa, perché se invece ti poni la questione decisiva tutto diventa molto chiaro e anche molto conseguente: se credi, credi a questo, e di quello che ti dice l’Odifreddi di turno semplicemente non te ne frega niente. In questa condizione resteremo inevitabilmente con le distanze che devono esserci, perché c’è distanza tra chi ha fede e chi non ne ha.

Ultima domanda: nel tuo rapporto con Cristo, come cambia il tuo essere padre, marito, politico, giornalista, insomma la tua vita?

Mi ha rovinato, diciamo la verità. Io sarei stato infinitamente più cinico da 10.000 punti di vista. Invece, come vedi, in tutte le cose della mia vita, sul piano sentimentale, sul piano dei rapporti familiari, sul piano della politica, sul piano del “rapporto con lo specchio”, io sono condannato alla verità. E questa è una cosa molto complicata da gestire. Ma se sei cristiano questo è l’elemento determinante: sei condannato al confronto costante con la verità.

Di quella vado continuamente a caccia, di quello sono continuamente assetato e so che posso essere solo condotto per mano perché tanto non riesco a farlo da solo. L’ho sempre spiegato agli amici del Popolo della Famiglia: noi siamo un partito laico, non confessionale, ma allo stesso tempo sappiamo che questo tipo di battaglia la riusciamo ancora a fare da anni solo perché c’è qualcuno che ci conduce per mano, sennò da mo’ che eravamo morti. E questa è la condanna – diciamo così – a cui Cristo ci lega insieme a lui, perché la caccia alla verità non è che ti rende simpatico. Come dice il Vangelo “hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi”. Ne devi essere consapevole e, con grande calma, però, se hai questo amico esigente ti senti anche sufficientemente protetto per poter fare quel cammino insieme a lui.

Fonte: Pepe on line