Io ho rifiutato l’aborto, la mia bimba vive

07/06/2020 - M. G.
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Alla prima ecografia mi dissero: «C’è solo un grumo di cellule non formato, nessun battito cardiaco, possiamo procedere con l’interruzione di gravidanza». Ma non ho creduto a quelle parole false.


“Lui vive in te”... erano queste le parole di una canzone che passava in radio. Avevo appena finito di - sparecchiare la tavola quando, improvvisamente, mi sentii strana. E lì mi sorse un dubbio: avevo un ritardo di due giorni, potevo forse essere incinta? Mi scusai con i parenti e, con la scusa di dover passare in pasticceria per ritirare il dolce pasquale, corsi nella prima farmacia di turno per acquistare un test di gravidanza. Nemmeno il tempo di tornare a casa che scoprii di aspettare un bambino, per la seconda volta.

Pensai: “e adesso? Ho già una bimba piccolissima, di nemmeno un anno ed io sono appena rientrata in ufficio, cosa dirà il mio responsabile? Inoltre ho fatto una radiografia... e se avesse conseguenze sul bambino?”.

Tanti pensieri, un vortice di paure, di gioia, di mille immagini che scorrevano nella mente; non dissi nulla ai miei parenti e telefonai a mio marito che era via per lavoro, dicendogli senza troppi giri di parole che ero incinta e che avevo paura per l’esame radiografico effettuato il mese prima.

Mi disse soltanto: «Ti sono vicino, ma pensa che dentro di te hai una vita che cresce». Il giorno successivo andai in ospedale, avevo bisogno di chiedere consigli, di capire se i raggi x avessero potuto far male al bambino. Il corridoio che portava agli ambulatori era spoglio e freddo. Qua e là qualche volantino sui corsi per gestanti e dei cartelli che indicavano la sala parto.

Mentre aspettavo di essere chiamata dall’ostetrica, mi sedetti in sala d’attesa: la stanzetta arancione era decorata da cartelli sulla corretta alimentazione in gravidanza e sull’allattamento. Sui tavolini blu erano sparse volantini sul “diritto sacrosanto della donna ad abortire” che andavano nettamente in contrasto con i cartelli sui 9 mesi di attesa. Arrivò il mio turno, però, prima di uscire notai che, in un angolo ben nascosto, c’erano dei bigliettini con il numero verde Sos Vita. Erano tutti rovinati, come se qualcuno avesse voluto eliminare la possibilità di un’alternativa all’aborto. Ne raccolsi uno e lo riposi nella borsa.

Venni visitata da un ginecologo non obiettore. Era molto sbrigativo, disse soltanto: «Se non se la sente, se ha paura, perché attendere? Se il bambino nascerà malformato? Meglio interrompere una gravidanza agli inizi che alla ventesima settimana. Ora c’è soltanto un grumetto di cellule». Tra l’altro, non mi propose nessuna alternativa, nessuna villocentesi, nessun Bi-Test... niente, solo l’interruzione volontaria di gravidanza. Perché? Quali erano i suoi interessi? Non insistetti con le domande, ero abbastanza stanca ed acconsentii a fare l’ecografia per accertare la settimana di gestazione. Salii sul lettino,volevo vedere il bimbo e se, effettivamente, si trattava solo di un “grumetto di cellule”.

Il ginecologo girò il monitor verso di sé, non accese nemmeno quello in alto che acconsente alla donna di vedere le immagini ingrandite ed avviò l’ecografo. Queste le sue parole: “come dicevo io, c’è solo un grumo non formato e nessun battito cardiaco, possiamo procedere con l’interruzione di gravidanza”.

Mille dubbi mi assalirono, chiesi al medico come si sarebbe svolto l’intervento, volevo sapere. Ottenni una risposta breve, quasi infastidito, il ginecologo disse: «Lei non sentirà nulla, dormirà tutto il tempo, io introdurrò una cannula con la quale aspirerò il grumo e, una volta finito tutto, asporterò il materiale residuo. Quando si sveglierà sarà come nuova, libera di riprendere la sua vita, come guarita da una malattia».

Mi consegnò la dichiarazione per l’ivg, i vari fogli con il consenso informato ed il modulo sulla privacy, inoltre mi fissò l’appuntamento per il pre-ricovero e l’intervento.

Tornai a casa con la morte nel cuore. Fissai la mia primogenita, con che occhi l’avrei guardata dopo l’aborto del suo fratellino o sorellina? Parlai mio marito, gli dissi come mi sentivo e che avevo avuto l’impressione che il ginecologo aveva detto un bel po’ di bugie per convincermi ad abortire. Lui cercò di tranquillizzarmi, ma io non mi calmai. Anzi.

Iniziai a fare ricerche su internet e trovai tutto quello che stavo cercando sull’aborto, ovvero la VERITA’: il “grumetto di cellule”, definizione da parte del ginecologo non obiettore, è un bimbo, anche se minuscolo e, l’intervento per aspirazione è atroce. Punto. Al lavoro, parlai con il mio Capo Ufficio ed il Direttore. Il primo mi consigliò di abortire, altrimenti come avrei potuto crescere la mia primogenita tranquillamente e svolgere il mio lavoro di Segretaria di Direzione senza saltare un giorno? Il secondo mi raccomandò di non fare una cosa simile, altrimenti me ne sarei potuta pentire per tutta la vita. Nessun consiglio mi era d’aiuto. Non si trattava di asportare un’appendice infiammata o di una massa tumorale, c’era una vita di mezzo, non la mia, quella di un bimbo che cresceva in me. Comunque andai a fare il prericovero. Le infermiere non pronunciavano la parola “aborto”, ma solo intervento. Sembravano comunque piuttosto imbarazzate.

Il giorno prima dell’intervento andai dal mio ginecologo, obiettore, per fare un’altra ecografia, gli spiegai come si era svolta la visita effettuata dal collega. Senza troppi giri di parole, e qualche frase poco carina verso il medico abortista, ingrandì l’immagine sul monitor e disse: “ecco il “grumo di cellule”.

Un fagiolino con il battito cardiaco”; sentii il cuore di quel bimbo minuscolo e scoppiai a piangere. Come avrei potuto rifiutarlo?

Presa da mille paure e dubbi, ricordai che nella mia borsa c’era un biglietto con un numero che avrei potuto contattare in caso di paure e dubbi e chiamai Sos Vita. Mi rispose una volontaria dalla voce materna che mi disse di ascoltare il mio cuore, di parlare con il bambino che portavo in grembo. La telefonata durò quasi due ore. Alla fine, passai tutta la notte sveglia ad ammirare mia figlia, così bella. La vita è questa: da minuscoli si diventa grandi.

Mi addormentai intorno alle 4 di mattina, ma poco dopo sentii pronunciare il mio nome... una vocina dolce mi stava chiamando:

«Mamma ti amo, non buttarmi via. Sono qui con te, voglio stare tra le tue braccia, stringimi forte» e subito dopo avvertii qualcosa muoversi nel mio grembo, il mio piccolo. Ero agitata, svegliai mio marito spiegandogli tutto; disse poche parole: “dentro di te hai una vita che cresce, non eliminarla, ti prego. Dove si mangia in tre, si mangia in quattro. Ciò vuol dire che il Signore ci dà la grazia di diventare genitori un’altra volta”.

Finalmente piansi, un pianto liberatorio. Dissi a me stessa: «Non rifiuto la vita. Sono una mamma e amerò questo mimbo, difendendolo da tutto e da tutti». Alle 6 andai con mio marito in ospedale per comunicare al ginecologo abortista che non avrei interrotto nessuna gravidanza. Lui, comunque, mi fece accomodare in una stanza assieme ad altre cinque ragazze che erano in procinto di abortire. Erano tutte spaesate e cercavano di parlare di cose futili, ma si sentiva chiaramente che l’aria era pesante. Una di loro, sui 18 anni, mi chiese a che settimana di gestazione mi trovavo. Le risposi che non abortivo. Allora, un “ah” di stupore generale si levò nella camera dalle pareti azzurre e rosa.

Dopo poco il ginecologo mi chiamò per parlarmi. Cercò di convincermi in ogni modo ad abortire, che per colpa mia era in ritardo in sala operatoria, che le “beghe mentali anti abortiste” mi avevano completamente offuscato il cervello. Mi disse di pensarci bene ma io insistetti. Non avrei abortito. Urlai come una pazza. Gli dissi “Dio mi ha dato questo bambino ed io me lo tengo”. Allora, infastidito della mia decisione, rispose che per colpa mia, un’altra donna non aveva potuto abortire quel giorno.

Presi la borsa e me ne andai, mio marito mi abbracciò, alcune infermiere mi applaudirono, la ragazza che mi aveva chiesto a che settimana gestazionale mi trovavo mi inseguì nel corridoio e disse “me ne vado, sono giovane ma non scema per fare la mamma. E se il mio ragazzo non vuole diventare padre, amen. I miei genitori mi aiuteranno”. Sul lavoro nacquero i problemi, non mi sentivo bene, avevo delle perdite ematiche e dolore addominale. Corsa in ospedale e strigliata del mio ginecologo: dovevo rimanere a riposo assoluto. Presto fatto: andai in maternità anticipata.

Tempo dopo, durante uno dei tanti controlli ecografici, il ginecologo notò che il bimbo aveva la plica nucale più spessa della norma, segno evidente di sindrome cromosomica o malformazione fetale. Mi disse che avrei potuto anche pensare ad un’interruzione di gravidanza “terapeutica”. Gli risposi: “dottore, già durante la mia prima gravidanza aveva notato che la bambina aveva la plica nucale oltre la norma e mi aveva parlato di interruzione “terapeutica”. Eppure, la villocentesi era negativa e mia figlia sta benissimo. Quindi non mi racconti la favoletta della malattia grave o dell’incompatibilità con la vita, perché con me non attacca”. Allora mi prescrisse la villocentesi che, come sapevo in cuor mio, si rivelò poi negativa.

Scoprii di aspettare una bambina. Ogni giorno le parlavo, la sentivo scalciare e facevo in modo che la mia primogenita la “conoscesse”, facendola parlare con la bimba che era in grembo.

Tutto era meraviglioso, la gravidanza che procedeva benissimo, mia figlia che giocava con il mio pancione, la vita che cresceva, le telefonate al numero Sos Vita per parlare con la volontaria, chiederle consigli e togliermi paure normalissime di una mamma “in attesa”.

Finalmente arrivò l’ora di conoscere la bimba che avevo cullato per nove mesi in grembo, mancava una settimana al cesareo; ero emozionata e tutto era pronto per il grande evento.

Il giorno del cesareo incrociai nel corridoio del reparto di ostetricia il medico che avrebbe dovuto farmi l’intervento di interruzione di gravidanza, mi guardò male. Gli risposi “fastidio per una vita che nasce?” e me ne andai. Fuori nevicava.

L’ostetrica mi accompagnò all’ingresso della sala operatoria, era l’ora del grande momento: un’iniezione e dalla vita in giù non sentii più nulla.

Aspettavo la mia bimba, i ginecologi stavano operando e poi, all’improvviso, difficile descriverlo, la vita nascente! Mia figlia emise il primo vagito. Riuscii solo a pronunciare poche parole, lei era lì, appena nata e già si faceva sentire! Vederla per la prima volta era un’emozione indescrivibile.

Mi portarono la bimba avvolta da un telo verde. Piangeva a gran voce. Si calmò con un bacio e le carezze sulla testolina. Mi guardò e le dissi: «Ti amo. La tua mamma è qui». Dopo pochi giorni la portai a casa e, con lei, mio marito e la nostra primogenita iniziò una nuova vita, piena di impegni, mille cose da fare ma comunque meravigliosa.

Il miracolo della vita si è compiuto due volte, la perfezione della Vita, da minuscola che diventa grande: ho due figlie, sono mamma orgogliosa di due bambine sanissime, non malaticce, come dissero i ginecologi. Sono moglie devota di un uomo che ama e rispetta la Vita. Scrivo queste semplici parole mentre le mie figlie giocano con mio marito, il loro adorato papà, e penso che.. la vita è vita, anche se piccola e al suo inizio, e va difesa con ogni mezzo e ad ogni costo.

Quando leggo il totale dei bambini salvati dall’interruzione di gravidanza, penso sempre “più uno”. Io ho soltanto contattato il Numero Verde Sos Vita, ho chiesto un consiglio, ma quante donne non chiamano, non sanno che al posto di eliminare il proprio bambino possono usufruire di mille aiuti? Che le alternative all’aborto ci sono? Non è un aborto che risolve problemi di salute, economici, di lavoro, familiari. Al massimo distrugge. Distrugge l’autostima, i rapporti con le persone che dicevano di amare e che non si fanno più vive, ferisce l’anima.

Bisogna far conoscere le prospettive bellissime che una gravidanza offre, perché “la fine è l’inizio”. E niente ripaga più del sorriso di un bambino.

Fonte: La Croce Quotidiano