L'amichevole intelligenza del Cardinale Matteo Zuppi

Pubblicato il 07/07/2020 Autore/Fonte: Mirko de Carli Visite: 115
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Ogni volta che Don Matteo (amo chiamarlo così anche se da diversi mesi è Cardinale ma l’amicizia che ci lega mi impone di non cedere a falsi e inutili formalismi che non appartengono al nostro rapporto) rilascia un’intervista comincia la solita sterile diatriba in pieno stile “curva da stadio” tra i suoi sostenitori e chi lo ritiene un avversario da combattere. Io non mi schiero da nessuna delle due fazioni: con Don Matteo ho un rapporto costruito nel tempo e che è cresciuto grazie a una sincera franchezza e a una viva ed autentica libertà di confronto. Per me, oltre ad essere un pastore con cui è sempre prezioso fare discernimento nei momenti più bui della vita pubblica, è un amico leale con cui poter “mettersi a nudo” e giudicare senza moralismo o stereotipi ideologici la realtà. Capita a volte che Don Sebastiano, il segretario di Don Matteo, mi veda entrare nello suo studio con una faccia contrita e rabbuiata e, dopo un lungo colloquio, uscirne con un volto segnato da un ritrovato sorriso e pronto a riprendere la mia eterna partita con la vita. In questo devo, prima di tutto, ringraziare Mario Adinolfi che con la sua solita preziosa lucidità e intelligenza, ebbe a consigliarmi (nello stesso momento in cui lo fece, in modo diverso, il compianto Card. Caffarra poche settimane prima che Don Matteo arrivasse a Bologna) di conoscere e creare un rapporto positivo e stabile col “Vescovo della Sant’Egidio” perché è un uomo che lascerà un segno indelebile nella Chiesa bolognese e italiana come già aveva fatto girando per il mondo prima di fermarsi stabilmente a Roma.

Il nostro rapporto non era cominciato nel migliore dei modi visto l’intera paginata de Il Resto del Carlino con cui criticavo le prime uscite pubbliche di Don Matteo nel capoluogo della mia Regione (riguardo nello specifico agli sfratti delle case occupate abusivamente e persino delle Chiese occupate per protesta) e lo definivo “un assessore al welfare più che il capo della Chiesa bolognese”. Erano i mesi della mia candidatura a sindaco a Bologna, venivo da una stagione di impegno politico segnato dall’amicizia con il Card. Caffarra ed avevo colto i primi passi di Don Matteo secondo la lettura scontata e strumentale che molti del mondo cattolico e non solo avevano dato e che ancora oggi ritroviamo negli articoli dei suoi più agguerriti avversarsi: un prete di sinistra, pro migranti... . Non è un caso che il mio motto allora era #sempreinlotta e ora è #forzagentile: ero più giovane e partivo “lancia in resta” ogni volta che percepivo qualche sfumatura che non aderisse all’impianto valoriale che avevo abbracciato mentre ora, anche grazie all’amicizia con Don Matteo, sono sempre forte nel portare avanti ciò che penso che nasce da ciò in cui credo ma preferisco rafforzarlo partendo da un’ipotesi di dialogo anziché di scontro sulle barricate a prescindere da chi ho davanti. 

Il nostro primo colloquio nacque proprio così: io che portavo con me tutti quei pregiudizi accumulati in mesi di confronto con chi era “imbevuto” di quella retorica anti Don Matteo che ancora oggi domina certe riflessioni gironalistiche ma con il desiderio di capire chi fosse questo nuovo Vescovo che arrivava da Roma (con il consiglio di Adinolfi che mi frullava nella testa come ogni suo spunto che mi ha sempre suggerito la strada giusta da percorrere) e Don Matteo che senza batter ciglio mi ha subito accolto come fossi “uno di famiglia”. Ogni dubbio è stato smontato in pochi minuti non attraverso una risposta formalmente adeguata ma unicamente con uno sguardo che andava oltre il dettaglio e che ti abbracciava in tutto il tuo impegno nella realtà e che spiegava meglio quello che vivevi di come te lo rendessi ragionevole tu da solo. In pratica cosa vuol dire? Che aiutare chi soffre non è in contrapposizione con garantire i diritti ai cittadini italiani come la Costituzione prevede, che tutelare la famiglia e la vita non significa usare la dottrina della Chiesa come una clava ma testimoniare il valore del diritto naturale come bene per tutti e quindi anche per chi non ci crede ma vive e cresce nelle sue forme espressive che comunemente chiamiamo “società naturale” e che la forza di un pensiero mette radici robuste nel dialogo “a schiena dritta” e non nell’arroccarsi aprioristicamente a difesa di un’ideale astratto e non incarnato. 

Questi passaggi che mi hanno cambiato letteralmente i paradigmi con cui vivere la vocazione politica che, da quando avevo 14 anni, segna la mia vita sono poi sempre stati la bussola del rapporto con Don Matteo sino ad oggi. Per cui non mi stupisce che lui stesso abbia citato il “grido dei penultimi” posto a sigillo dell’ultimo libro di Mario Adinolfi: è un uomo profondamente intelligente e sa valorizzare e illuminare ciò che di buono e sano cresce nel panorama delle donne e degli uomini di buona volontà impegnati ad una difficile testimonianza di fede nella vita pubblica. 

A chi, come tanti giornalisti sempre pronti a condannare senza mai tentare di capire, critica strumentalmente Don Matteo perché accetta l’invito della festa dell’unità di Bologna o presenta il libro di Walter Veltroni rispondo con una breve nota a margine di estrema importanza: Don Matteo ha presentato pubblicamente il libro che ho scritto con Massimiliano Fiorin “Le radici verso l’alto” a Bologna, ha inviato una bellissima lettera alla storica festa de La Croce Quotidiano a Camaldoli e ha dialogato con Mario Adinolfi e il sottoscritto nell’arena di “Feedback & Dialoghi” (moderati dal prezioso amico Massimiliano Esposito) durante il periodo più difficile dell’emergenza Covid-19. 

Per questo motivo possiamo dire che Don Matteo è un pidieffino? No, come non è un uomo del pd. È un intelligente uomo di Chiesa che interloquisce con chi ha un rapporto con la realtà leale, sincero e animato da alcune bussole valoriali che sono assimilabili alle sue, anche quando proviene da storie distanti o non sovrapponibili ad un cammino di fraternità spirituale. Per questo cari detrattori di Don Matteo vi offro un consiglio: andate a conoscerlo di persona prima di scrivere certe assurdità e vedrete che quell’incontro vi stupirà più di quanto immaginate. Lunga vita a Don Matteo e che il buon Dio ce lo conservi a lungo perché abbiamo bisogno di pastori così in tempi difficili per chi come noi è chiamato a testimoniare la fede nell’agone della vita pubblica.