La gravidanza non è una malattia

26/09/2020 - L. Debolini
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AAA cerchiamo braccia e cuore, astenersi perditempo!

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A settembre, come ogni insegnante precaria, sono tornata al lavoro, nuova scuola, nuovi ragazzi. La prima mattina che entro in classe, una terza, i ragazzi arrivano che sono già seduta alla cattedra. Mi presento e racconto un po’ di cose su quello che faremo durante l’anno. Un ragazzo di origini africane dimostra tutte le sue perplessità sul fatto che una donna possa avere qualcosa da insegnargli riguardo alle “tecnologie e tecniche di installazione e manutenzione” (perché questo sarebbe il nome della materia che dovrei insegnare). Allora mi alzo in piedi come per dimostrare tutta la mia “levatura” culturale in merito, lui si accorge del mio pancione, che non passerebbe più inosservato neanche ad una classe di ipovedenti, e allora cambia subito atteggiamento, si fa premuroso, non vuole che mi stanchi, mi chiede se ho bisogno di acqua o altro, vorrebbe offrirmi la sua colazione e si informa sul fatto se sia il primo figlio o no, quando nascerà, come si chiamerà ... insomma mi inonda con tutta la sua curiosità! 

Decido di stare al gioco, anche perché in queste classi difficili degli istituti professionali il rapporto umano con i ragazzi è fondamentale, quindi racconto che la bambina si chiamerà Elisabetta, sarà la mia quarta figlia (non mi metto a spiegare che la prima è affidata e gli altri due sono adottati) e quindi mi prendo anche un complimento che suona più o meno così: ”Brava prof! È difficile trovare una donna bianca che si mette a fare tanti figli!!!” Che ti devo dire: “Grazie ragazzo nero, invadente ma simpatico!” (Questo ovviamente l’ho solo pensato). Tra le risate generali la lezione riprende più o meno nella normalità. Qualche giorno dopo questo simpatico episodio, rientro in quella classe e lo stesso ragazzo, stavolta insieme ad altri, si preoccupa del fatto che io sia ancora a lavoro, che non mi riposi abbastanza, che dovrei stare a casa ad occuparmi della bambina, che è pericoloso lavorare troppo, e cominciano a raccontare di fantomatiche sorelle, cugine, zie che una volta rimaste in cinta non hanno più fatto niente se non stare nel divano e ricamare corredini. È evidente che tanta premura sia legata al fatto che stavo cominciando a programmare le verifiche, però tutto questo mi ha fatto riflettere su quale sia il sentimento comune nei confronti di una donna in dolce attesa. L’incontro con Meri, ostetrica del corso di accompagnamento al parto, ha chiuso il cerchio del ragionamento.

«La gravidanza non è una malattia! La maternità, il travaglio e il parto sono periodi totalmente fisiologici per una donna. Il personale sanitario che vi affianca serve solo a dare sostegno, conforto ed intervenire nei casi di necessità, che non sono la norma.» Queste sono le parole con le quali questa ostetrica ha esordito in uno degli incontri del corso, per cominciare a parlare di travaglio e nascita. Tutto il confondimento nasce, forse, dal fatto che la gravidanza oggi è altamente medicalizzata, ci sono tante analisi da fare, tanti esami clinici non sempre necessari ti vengono proposti e ti ritrovi nella condizione di dover decidere se eseguirli o no, la prima cosa che ti chiedono amici e parenti quando ti incontrano è come sia andato l’ultimo controllo dal dottore, comunque devi partorire in ospedale ... e in ospedale, si sa, ci vanno i malati.

Perciò passa questo sottile messaggio che comunque, anche se non una malattia, la gravidanza è uno stato che mette la donna nella condizione di non stare bene, di aver bisogno di cure (e non di cura) e questo cambia la percezione che una ha della sua pancia e del bambino che vi si sta formando, come fosse un problema da risolvere e non un mistero da custodire.

Poi però, finalmente, vai a fare un giro nella zona nascita del reparto maternità del tuo ospedale. In un momento in cui non è utilizzato da nessuna puerpera, un sabato pomeriggio nel silenzio surreale fatto di attesa, stupore e tensione, ti aggiri tra le varie sale travaglio/parto, con tuo marito per la mano, in compagnia di un’ostetrica che con voce ferma e dolce spiega cosa succede in quelle stanze di solito, quali siano le procedure in caso di parto fisiologico e quali in caso di intervento dei medici. Di colpo ti dimentichi di essere in ospedale, sì perché le stanze sono decorate ed arredate in modo da assomigliare il più possibile ad ambienti casalinghi, alle pareti ci sono murales e quadri dipinti con colori caldi, avvolgenti, in una stanza c’è un letto matrimoniale per poter accogliere entrambi i genitori ... tutto è studiato per farti sentire a casa tua, a farti percepire che sei pronta ad affrontare il parto perché è il tuo corpo che conosce quello che deve fare, devi solo assecondare quello per cui che la natura ti ha preparato. Certo se li cerchi, trovi facilmente tubi dell’ossigeno, carrelli d’emergenza, attrezzature e apparecchi ospedalieri, ma se non servono restano comodamente nascosti nei loro angolini.

Tutto il tempo del “giro turistico” la nostra guida lo spende a cercare di farci capire quanto il momento del parto sia da vivere in coppia, anzi in famiglia(!), solo la nostra richiesta farà intervenire il personale sanitario e solo il loro parere farà intervenire il personale medico. Non c’è niente da curare, c’è solo da accompagnare e sostenere chi sta affrontando comunque un evento grande della propria esistenza e garantire al bambino il massimo della sicurezza.

La vera ciliegina sulla torta arriva quando ci viene spiegato cosa succederà nelle due ore successive alla nascita, ovviamente in caso di parto naturale senza complicazioni, tanto per cominciare il bambino viene subito appoggiato sulla pancia della mamma, così com’è! Il contatto pelle a pelle, al quale è consigliato che partecipi anche il babbo, è fondamentale per tranquillizzare il neonato, che non dimentichiamocelo ha il compito più difficile! E il più traumatico. Passa da un ambiente caldo, rassicurante, ovattato ad uno freddo, rumoroso, e ha tutto il diritto di ritrovare qualcosa che gli sia familiare: l’odore e il sapore della sua mamma. Niente bagnetti, niente visite pediatriche, niente operazioni invasive nei confronti di quello che è il primo abbraccio della nuova famiglia; ad- dirittura il taglio del cordone avviene con il bambino sulla pancia della mamma.

Dicono gli studiosi che in quel momento avviene un picco di ossitocina nel corpo della madre che stimola la produzione del latte materno, l’attaccamento madre-bambino, il senso di protezione nel padre che assiste attivamente a quell’abbraccio, anzi partecipa abbracciando l’abbraccio madre-figlio. Qualcuno si azzarda a chiamare l’ossitocina l’ormone della famiglia o l’ormone dell’amore, perché viene prodotto anche in altre situazioni, ma tutte richiamano ad uno stadio di benessere totale della donna che diventa il fulcro attorno al quale si costruisce la casa ... ora sicuramente chi ha un minimo di conoscenze mediche più approfondite delle mia rabbrividirà a leggere quello che ho scritto se usa lo sguardo dello scienziato, ma a me questa cosa fa solo commuovere! Perché la donna che si è lasciata attraversare dal dolore per permettere al proprio figlio di venire al mondo, si è già dimenticata (parole della Bibbia) di quello che ha provato e rimane solo l’adorazione per il mistero grande che ha custodito e finalmente può ammirare in tutto il suo splendore. Sì perché quel cosino sporco di sangue, bagnaticcio, puzzolente che ti appoggiano sul seno un attimo dopo che è uscito dal tuo ventre è il dono più grande che puoi fare all’uomo con cui hai deciso di condividere la vita.

Capisco solo adesso qualche articolo sull’utero in affitto (pardon, “gestazione per altri”) che ho letto nei vari giornali, quale sia l’urgenza appena il bambino nasce di toglierlo dalla vista della madre (sì, perché la donna che lo ha partorito è e sarà sempre sua madre), non permettere alcun tipo di contatto tra quei corpi, e se per sbaglio qualche volta avviene, magari per la pietà di qualche ostetrica che sa bene cosa sia quel momento, allora la neomamma impazzisce all’idea di lasciare il proprio figlio, si vuole rimangiare la promessa fatta, del contratto firmato vorrebbe farne carte straccia, perché non c’è compenso in denaro che possa in qualche modo avvicinarsi anche solo lontanamente all’estasi dell’abbraccio con la propria creatura. Dite che sono gli ormoni della gravidanza che mi fanno parlare così? Allora provate a parlare con una mamma alla quale non è stato concesso di avere questo momento perché alla nascita il bambino ha avuto qualche problema, anche piccolo, e quindi sono intervenuti i medici per la salute del piccolo, chiedete a queste donne cosa hanno provato fino a che non hanno potuto stringere a sé i loro bambini; a me più di una ha raccontato che credeva di impazzire, ma non per la preoccupazione della possibile malattia, per il solo fatto di non poterlo toccare.

Fonte: La Croce Quotidiano