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Le domande scomode non si fanno più

Francesca Centofanti - Pubblicato il 24/05/2021 - Visite: 68 Facebook Twitter
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Cathy è un avvocato che ha avuto un’impennata esorbitante di like negli ultimi due anni. Seguita, oggi, su Twitter da 56 mila utenti, su Facebook da 120.000 e su Instagram da 407 mila, non pochi.
La maggioranza dei suoi followers sono giovani (o quasi), assetati di verità - checché se ne dica in giro.
Giovani alla ricerca spasmodica di qualcuno che risponda alle loro domande, che riempia il senso di vuoto, il senso di giustizia, ma anche di accoglienza e di bontà.
E come Cathy, tanti altri. Loro, i modelli, i trascinatori di folle. Gli influenZer.
Persone che, per quello che il loro bagaglio di vita gli ha offerto, agiscono come credono giusto agire, ad esempio, chiedendo leggi in favore di chi, tra miliardi di persone, hanno ritenuto i “deboli da difendere”.
E come dare torto a quei ragazzi che li seguono, in un periodo della vita, come quello dell’adolescenza, in cui si crede fermamente che il sentimento dell’amore curi e superi ogni cosa; che voler bene a qualcuno equivale a non dire niente che possa farlo soffrire o farlo stare male, anche fosse, in realtà, la cosa più vera da dire.
Come non comprendere questo desiderio dei ragazzi. Come non capire il bisogno, che hanno, di punti di riferimento.
In particolare questa generazione, che spesso cresce da sola. Senza regole, senza limiti, senza qualcuno che le faccia assaporare, costantemente e coerentemente, i valori. Come l’altruismo, la pazienza, la profondità della vita.
Senza qualcuno che la accompagni nell’accettazione dei suoi cambiamenti, dei rifiuti, delle delusioni. Delle montagne che deve scalare.
E loro, gli adolescenti di oggi, sono alla continua ricerca di modelli così. Adulti che li sfamino di tutto ciò che, ad alcuni, è completamente mancato.
E si attaccano come cozze al primo influenZer che gli presenta qualcosa di un po’ più profondo dello schermo del loro telefonino.
Quindi basta una Cathy che parla di amore, di rispetto e di love is love. O un Federico con la sua Chiara, che fanno beneficenza e che lottano contro una, tra le centinaia di discriminazioni presenti sulla faccia della terra (azioni, non metto in dubbio, cariche di altruismo).
E loro, i ragazzi, ci si tuffano a bomba, come cagnolini affamati nella ciotola dei croccantini. Senza tirare su nessuna barriera, senza filtri, senza domande, senza chiedersi se tutto quello che passa dalla bocca di questi modelli alle loro orecchie (e poi al loro cervello e al loro cuore) è davvero tutta “roba” buona.
No, non se lo chiedono più.
Anche le domande, quelle serie, anche quelle che si accendono nel profondo della loro anima, spontaneamente. Anche quelle vengono silenziate. Perché i loro modelli hanno emesso una sentenza, indiscutibile: “quelle, domande non sono da fare”.
E allora come biasimarli.
Loro, gli adolescenti. Nel periodo in cui è d’obbligo essere stimati, amati, piacciati. Per loro, che è d’obbligo dire le cose giuste, fare le cose giuste. Fondamentale. Altrimenti sono etichettati. E li lasciano soli. E il gruppo li rifiuta.
Allora le domande quelle attente, quelle gravi, quelle che potrebbero ferire, ma che forse potrebbero anche aiutare, non le fanno più.
Perché i ragazzi si fidano dei loro modelli. Forse pendono già dalle loro labbra. E le domande, quelle pesanti, oramai gli sembrano cattive, anche a loro. Già, sono stati convinti.
E allora, a quell’amico di cui conoscevano la storia, il dolore che portava addosso. A quell’amico, a cui avevano curato ferite profonde, laceranti, e che forse - hanno pensato senza alcuna cattiveria o dietrologia - erano proprio quelle ad aver provocato tutte le difficoltà, le chiusure. Le sue scelte.
Ecco, a quell’amico non dicono più nulla. Non osano più.
E chissà forse anche lui, l’amico, avrebbe voluto ascoltare una campana mai sentita. O chiedere. Solo per capire davvero, fino in fondo. Fino a quel dubbio, fino a quel dolore.
Ma non possono, perché quelle domande non si fanno. E allora tacciono. E anche il loro amico, in cerca di risposte, di altre risposte, tace.
Perché gli influenZer hanno deciso che è giusto così. Che quella lì, non è una scelta. Mai.
E li hanno convinti che c’è un solo modo per essere felici, sempre: “restate liberi di essere come vi si sentite, ora.
Perché non siete voi che scegliete, mai”.
Ma ora chiedo io a voi, cari trascinatori di folle (perché io le domande me le faccio ancora, e me ne faccio tante, forse troppe). Chiedo a voi. Vi siete mai chiesti se è davvero così? O se lo è per tutti?
Se veramente non c’è scelta, mai? Per nessuno? Senza distinzione?
Vi siete mai chiesti se per qualche ragazzo, “non è una scelta, mai” potrebbe diventare una sentenza senza via d’uscita?
“Se non è una mia scelta, allora forse io non ho davvero altra scelta”.
Ve lo siete mai chiesto?
O anche voi, le domande scomode, quelle profonde, oramai non ve le fate più?
Perché sono domande che non si fanno?

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