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ll Popolo della Famiglia Firenze scrive ad Alessandro Zan sul caso Malika Chaly: Onorevole, ci consenta di dirLe che associare la vicenda di Malika al DDL a Suo nome, ci è parsa una mossa molto infelice

Pdf Firenze - Pubblicato il 14/04/2021 - Visite: 47 Facebook Twitter
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Il Popolo della Famiglia Firenze ha preso nota delle dichiarazioni dell'On. Alessandro Zan, promotore del noto DDL "anti-omofobia", al quotidiano La Nazione, in data di ieri, circa la nota vicenda di Malika Chaly. Il referente del PdF per Firenze, Pier Luigi Tossani, ha creduto opportuno scrivergli in risposta (originale allegato alla presente):

"Onorevole Zan, a prescindere dalla dinamica dei fatti, sulla quale abbiamo letto più di una versione, e comunque non entriamo nel merito in questa sede, ci consenta di dirLe che il Suo riferimento a quanto accaduto nei termini di

"Un vero e proprio crimine d’odio omofobico avvenuto tra le mura domestiche"


ci è parso assai infelice. In un caso come questo, invece di evocare l'odio, meglio sarebbe prendere in carico, diremmo caritatevolmente, l'intera famiglia. La figlia in prima istanza, non escludendo per opportunità un allontanamento più o meno temporaneo dal nucleo di provenienza, certo, ma considerando dignitosamente anche la madre e il padre. Quindi, in questo caso, associare la vicenda Chaly alla necessità dell'approvazione del DDL a Suo nome, ci pare grave. In tal modo si va a evocare il fatto che, una volta a regime la Legge Mancino modificata secondo la Sua proposta, per una madre che si trovasse coinvolta in una situazione analoga a quella in argomento, potrebbero aprirsi le porte del carcere. Siamo convinti che, con questo approccio, i problemi si aggravino, invece di essere risolti.   

D'altronde, il fatto che il DDL a Suo nome non sia necessario per risolvere i casi di discriminazione, pare evincersi proprio dalle Sue parole, dove Lei afferma che "mancano ancora i mezzi legislativi per perseguire questi atti violenti. Ho appreso che la procura di Firenze avrebbe già aperto un fascicolo sul caso di Malika: è chiaro che se la legge fosse già in vigore scatterebbero le aggravanti già previste dall’articolo 604 ter del codice penale".


Il nostro sistema giuridico, in realtà, non presenta nessun vuoto in materia. Nell’ipotesi che una persona commetta un qualsiasi tipo di reato verso un’altra, solo perché questa è omosessuale, é già previsto un inasprimento della pena, in via dell'articolo 61 comma 1 del codice penale (la cd. circostanza aggravante per futili motivi).

Di più: nell'ambito della Legge Mancino, accorti giuristi hanno evidenziato che gli articoli 604 bis e ter sono, di per sé, già caratterizzati da un bug ontologico. Nel senso che tramite essi si va a inferire nell'ambito del processo alle intenzioni, nel quale è difficile la base fattuale di verifica oggettiva. Ciò tende a porre la sentenza nella discrezionalità del magistrato di turno, e conseguentemente, nel caso della c.d. "omofobia", promuove il silenziamento di tutti coloro che volessero arrischiarsi a dire pubblicamente, esempio, che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati, contrari alla legge naturale» (art. 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica). Quindi, l'esito finale del DDL a Suo nome, è che esso va ad attentare alla libertà di espressione, fino a oggi garantita dall'articolo 21 della Costituzione.

Chiudiamo accennando brevemente alla delicata ed importante questione delle c.d. case rifugio, da Lei ricordate nell'intervista. Ne leggiamo la storia in questo testo a cura della "Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio". Vedendo l'approccio ideologico che caratterizza la matrice culturale di alcune delle suddette strutture, ci dispiacerebbe che Malika trovasse ospitalità in una di esse, nella quale però non fosse considerata come persona nella sua interezza, possibilmente aperta all'evoluzione verso l'incontro naturale con l'altro sesso, ma avesse a ritrovarsi invece ancor più ristretta nella sua condizione attuale, secondo la nota contrapposizione di schemi che vede la donna in perenne opposizione all'uomo, visto quest'ultimo secondo lo stereotipo padre-patriarca-padrone.

Crediamo infatti che la causa di tanti danni nelle relazioni interpersonali, che oggi vediamo sotto i nostri occhi, muova giustappunto dalla svirilizzazione dell'uomo e dall'eliminazione archetipica del padre, che, come si sa, sono fra gli assi portanti della modernità. Siamo quindi del parere che, per superare tale crisi antropologica - che è la madre di tutte le altre crisi - e quindi per far sì che storie come quelle di Malika non abbiano a ripetersi, si debbano restaurare la figura dell'uomo e quella del padre. Si metteranno così i due sessi, l'uomo e la donna, in piena, complementare e amorevole sinergia, andando a superare storiche contrapposizioni ideologiche strumentali, fallaci e quindi perdenti".

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