Mario Adinolfi: La questione razzismo spiegata bene

06/11/2019 - Mario Adinolfi
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Ho notato non solo sui social (chi dà sempre di tutto la colpa ai social non legge titoli e articoli di certi giornali, non ascolta le parole in tv di politici e opinionisti) strani automatismi: i favorevoli alla "commissione Segre" erano schierati in blocco con Balotelli e contro il Verona, viceversa i contrari tendevano a considerare inutilmente plateale e strumentale la reazione del calciatore contro i buuu razzisti di cui è stato fatto oggetto nel corso della partita che il suo Brescia ha giocato allo stadio Bentegodi. Ho capito che questo terribile morbo della guerra tra bande ha ormai assalito la testa dei più e prodotto orrende reazioni di tipo automatico a temi che invece dovrebbero immergerci nella complessità di un ragionamento. Il razzismo nel ventunesimo secolo è certamente uno di questi temi.

Abbiamo tutti chiaro il fatto che il razzismo è stato a fondamento delle tragedie del ventesimo secolo: il nazismo poggia la radice del suo Male Assoluto nell'ideologia razzista, scimmiottato poi nell'antisemitismo che è stato anche fascista e sovietico; i grandi conflitti coloniali hanno attraversato tutte le nazioni europee occidentali, con pesanti strascichi per l'intero secolo; le politiche e le prassi razziste erano considerate naturali negli Stati Uniti fino alla ribellione delle masse di colore negli Anni Sessanta; l'apartheid in Sud Africa ha incoronato l'ultimo grande leader del Novecento identificandolo in Nelson Mandela che l'ha abbattuto alla fine del secolo. Diciamolo con assoluta chiarezza: nella tragedia dei totalitarismi novecenteschi, la componente razzista ha avuto parte rilevante. Considerare un uomo superiore o inferiore, comunque "diverso", in base al colore della pelle o alla provenienza etnica è illogico e irrazionale, dunque immorale e ingiusto. Questa è una conquista che la tragedia del Novecento ha consegnato a suon di decine di milioni di morti a ciascuno di noi. Chiunque abiti il ventunesimo secolo non può che essere convinto che essere razzisti sia sbagliato ed esecrabile, che i regimi che sul razzismo si sono fondati non possano che essere condannati storicamente.

Certamente c'è chi usa questa ovvia considerazione per traslarla su altri piani. Se si condanna chi considera un nero "diverso" (come è ovvio, nessuna diversità logica e ontologica è riscontrabile nella persona umana a seconda del colore della pelle), ogni ragionamento sulla diversità viene infilato a forza in questa condanna. Invece certamente un uomo è diverso da una donna, per caratteristiche biologiche e funzione nel ciclo generativo; certamente una famiglia naturale è diversa da una formazione sociale particolare che deve agire ledendo i diritti dei bambini per procurarseli; certamente il genere maschile è diverso da quello femminile e non si può transitare da uno all'altro pena cadere nella follia dell'ideologia transgender fatta di mutilazioni e abnorme bombardamento artificiale di ormoni. Esistono insomma diversità che sono ricchezze ineliminabili e trasportarci nella "notte in cui tutte le vacche sono nere" per affermare che la diversità non esiste, è sintomo di una perdita di ragione.

E allora se quindici scemi fanno ululati scimmieschi con intenti razzisti contro un calciatore di colore, noi dovremmo tutti istintivamente cacciarli a calci da un consesso sociale qual è lo stadio, senza se e senza ma, perché lo stadio deve essere un luogo dove fare festa e godere dello spettacolo positivo trasmesso dal messaggio dello sport. E se qualche idiota insulta la senatrice Luciana Segre, testimone vivente della orrenda tragedia razzista dei campi di concentramento nazisti, va preso a schiaffi e davanti a lei ci si deve inginocchiare rendendo l'onore che si deve a un simbolo dell'umanità che comunque resiste anche al Male. Allo stesso tempo se utilizzando il nome e la giustificabile weltanschauung della senatrice Segre, si intende costruire una commissione parlamentare la cui unica finalità pare essere schiacciare l'opposizione politica a questa maggioranza in uno spazio confinante con l'antisemitismo, questa operazione può essere legittimamente respinta.

Occorre insomma discernere e provare a evitare ogni riflesso condizionato. Il razzismo è male, l'antisemitismo anche, gli ambiti in cui prevalentemente questi argomenti beceri vengono esplicitati sono alcuni segmenti delle curve da stadio, dove prolifera una subcultura che si abbevera a tragici novecenteschi miti. Arrivando a Bologna domenica scorsa alcuni tifosi dell'Inter cantavano "Siamo arrivati in pullman perché / a Bologna la stazione non c'è" ironizzando sulla strage del 2 agosto 1980 (85 morti, 200 feriti), i tifosi della Fiorentina espongono striscioni irridenti sulla strage dell'Heysel, i tifosi della Juve fanno i cori sullo schianto di Superga e hanno una curva a forte infiltrazione ndranghetista, a Verona hanno daspato fino al 2030 il capo ultras dirigente neofascista di Forza Nuova, a Roma si fa a gara di idiozia tra figurine di Anna Frank, cori contro i napoletani e striscioni a favore di chi ne ha ucciso uno, coreografie per il capo tifoso boss del narcotraffico ucciso con pistolettata alla nuca, a Napoli Genny a Carogna capeggia frange di tifosi camorristi, il Milan ha il capo tifoso spacciatore che si abbraccia con Salvini. Insomma, un problema di subcultura evidentemente c'è e spiace vedere il sindaco di Verona con alcuni consiglieri comunali minacciare surreali querele contro Mario Balotelli, quando dovrebbero ringraziarlo per aver evidenziato un problema francamente insopportabile. Mi auguro che contro la subcultura razzista e antisemita delle curve si intervenga in maniera drastica e che si sia tutti uniti a difendere il diritto dei calciatori di colore di non essere insolentiti per il colore della loro pelle.

Allo stesso tempo mi auguro che non si voglia riempire la casella "razzismo" con tutti altri temi che con il razzismo non hanno nulla a che fare. Perché così anziché fare la lotta al razzismo lo si alimenterà, perché lo si trasformerà in strumento della lotta tra bande finalizzata sempre e solo alla politique politicienne, al "dagli a Salvini, dagli alla Meloni". Davanti alla strumentalizzazione, la reazione inevitabile sarà ampliare il numero dei razzisti che prima non lo erano e che per automatismo si rifugeranno nel giustificazionismo. Invece serve un'operazione verità: durissimi contro il razzismo per quel che è e per quel che è stato, per le tragedie che ha provocato; fermi nel non far tracimare la giusta condanna al razzismo verso un fattore della lotta politica quotidiana, che non ha ragion d'essere perché la destra italiana (a cui pure noi del Popolo della Famiglia non apparteniamo e di cui non subiamo il fascino) non è razzista. Se la si spinge verso quell'angolo, però, rischia di diventarlo per reazione e le conseguenze sarebbero orribili per tutti.

La ricerca del bene comune ci impone di essere seri: si può tranquillamente far notare che il numero che stranieri che delinquono è superiore agli italiani che lo fanno, si può essere contrari allo ius soli, si possono avere posizioni di chiusura rispetto agli sbarchi di immigrati non regolari e questo non vuol dire essere razzisti, vuol dire interpretare un sentire politico di destra che nel Paese c'è ed è legittimo che ci sia. Anche perché è vero che quel numero di delinquenti stranieri è preoccupantemente alto (ma la soluzione non è gridare il numero, ma lavorare alle soluzioni che passano dalla piena integrazione nel tessuto produttivo e culturale italiano), che lo ius soli è un errore (i bambini residenti sul territorio hanno gli stessi identici diritti, sia se sono italiani che se sono stranieri, la cittadinanza è una scelta della maggiore età e anche una conquista), che politiche di eccessivo lassismo sugli sbarchi hanno provocato migliaia di morti in mare. Ma questo attiene ai punti di vista politici, che possono essere legittimamente divergenti.

Quel che è inaccettabile è insultare una persona perché nera o affermare che "non sarà mai pienamente italiano" un italiano che invece lo è, ma è nero. Questo vizio va assolutamente estirpato, si chiama razzismo e non deve avere cittadinanza nell'Italia del ventunesimo secolo.