Palamara racconta la storia d'Italia

26/05/2020 - Mario Adinolfi
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Ora che il caso Palamara è tracimato nell’attualità più stretta, con Italia Viva che ha “salvato” dal processo per Open Arms il buon Matteo Salvini che secondo il boss di Unicost intercettato andava “attaccato sui migranti, anche se ha ragione”, si può provare a capire cosa emerga di profondo dal reticolato di ipocrisie che finalmente vengono alla luce. Non voglio sostare nei pressi della cronaca giornalistica, quella la leggete nei pezzi dei cronisti d’inchiesta costretti al racconto di carte che ormai sono troppo esplicite per poter essere coperte con la distrazione: leggi le chat di Luca Palamara ottenute con il famoso “trojan” che la sinistra giustizialista ha preteso di poter utilizzare nelle inchieste ed ecco che l’effetto boomerang scatta senza pietà. Il Partito democratico ha una consuetudine imbarazzante di rapporti con Palamara e i suoi, non inimmaginabile, ma stavolta palmare: influisce direttamente con Zingaretti, Minniti, Lotti, Ferri, Legnini e tanti altri sugli equilibri della “indipendente” magistratura. E Palamara è di Unicost, corrente moderata dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), figuratevi i rapporti con la corrente che si chiama esplicitamente Magistratura democratica che dagli Anni Settanta teorizza il diritto di cambiare la società italiana attraverso l’attività investigativa e le sentenze. Ovviamente a senso unico. 

L’ipocrisia più vergognosa si ha nel 2019 quando il segretario del Pd Nicola Zingaretti costringe Luca Lotti a autosospendersi dal partito proprio per l’emergere del tentativo del renziano di influire sulla nomina del nuovo procuratore capo di Roma, attraverso intercettazioni pubblicate sui giornali antirenziani. Zingaretti maramaldeggia su Lotti e nel mentre ha contatti e incontri continui con lo stesso Palamara, che si mostra un vero e proprio fan del segretario Pd, che con faccia di bronzo invoca “una profonda riforma del Csm”. Quello stesso Csm da cui Palamara invia in diretta chat all’allora ministro dell’Interno Marco Minniti, sempre del Pd, gli esiti sulle nomine del procuratore capo di Napoli e sui destini di un magistrato che a Minniti è caro, Cafiero de Raho. I desiderata di promozione di Minniti per Cafiero saranno accontentati dal Csm “all’unanimità” come il solerte Palamara fa sapere in diretta in chat al ministro. Che risponde come il datore di lavoro di Homer Simpson, con una parola sola: “Eccellente”. 

Ma tutti questi elementi di cronaca, insieme a moltissimi altri, li troverete negli articoli dei cronisti citati. Quel che mi Interessa di più è la storia complessiva che emerge dal caso Palamara che è, semplicemente, la storia degli ultimi trent’anni del nostro Paese.

Ho avuto la ventura di entrare in politica da ragazzino, il 4 marzo 1985. Ho vissuto tutta la formazione e l’inizio della mia “carriera” per anni nella Democrazia Cristiana facendo in tempo a diventarne giovanissimo dirigente nazionale proprio quando scoppiò il bubbone Tangentopoli. Nel luglio 1993 vidi la Dc sciogliersi giusto un anno dopo aver vinto le elezioni politiche del 1992. Lo scioglimento fu provocato da un’azione concentrica della magistratura, del quotidiano La Repubblica, infine di tutte le televisioni comprese quelle di proprietà di Silvio Berlusconi. Il groviglio inestricabile di magistrati di sinistra, giornalisti di sinistra, testate di sinistra (anche Berlusconi si dipingeva come “socialista” e per il suo telegiornale principale non esitò a scegliere come direttore il giovane socialista craxiano libertario Enrico Mentana) provocò la fine del partito-architrave, la Dc, che aveva preso un Paese in macerie e lo aveva trasformato nella quarta potenza industriale del mondo. 

A cadere sotto i colpi della “rivoluzione giudiziaria” fu anche il Psi ma non il Pci che venne sempre preservato. Come ha detto in queste ore un ex magistrato che più di sinistra non si può come Luigi De Magistris, contro gli eredi del Pci è vietato fare indagini. Quando provò a muoversi in quella direzione, persino De Magistris fu fermato dal consueto groviglio: magistratura più o meno “democratica”, giornali, televisioni e potere politico che nel suo caso arrivò fino al presidente della Repubblica, anch’egli un ex Pci. 

Calpestai per le prime volte il palcoscenico televisivo proprio in quei primi Anni Novanta: spuntavo da giovanissimo (e magro) volto democristiano da Santoro, da Costanzo, da Ferrara. Mi veniva sempre affibbiata la parte del difensore dell’indifendibile, perché i partiti storici e il concetto stesso di partito venivano messi in discussione. La vita politica era letteralmente decisa dai provvedimenti della magistratura. Berlusconi, che fece lo scherzetto a Achille Occhetto sconfiggendolo alle elezioni del 1994, venne abbattuto subito nel 1995 da un avviso di garanzia inviatogli dai magistrati ma recapitato in anteprima dal Corriere della Sera diretto dall’ex PotOp Paolo Mieli. Le elezioni del 1996 vennero vinte da Romano Prodi e per un quinquennio le procure si quietarono. Il capo della “rivoluzione giudiziaria”, Antonio Di Pietro, si fece eleggere in Parlamento per decisione di Massimo D’Alema nel rossissimo collegio blindato del Mugello, in una elezione suppletiva. 

Dal 2001 fino al 2011 ripartì la caccia all’uomo con un solo obiettivo: Silvio Berlusconi. Andava abbattuto dalla magistratura ma anche nella reputazione e così i colpi mortali alla sua statura politica vennero inferti con le terribili intercettazioni con le puttanelle dei bunga bunga, alcune delle quali addirittura destinatarie di una carriera nelle istituzioni. La magistratura spiegava risorse ed energie senza precedenti solo per mandare al tappeto Berlusconi, Repubblica e poi il Fatto Quotidiano in sinergia ne demolivano lo standing internazionale, Merkel e Sarkozy potevano platealmente riderne. Alla fine Berlusconi cadde e venne addirittura espulso con ignominia dal Parlamento per una condanna come evasore fiscale. 

Da allora non abbiamo più avuto un premier eletto, il groviglio magistratura-stampa-televisioni ha deciso sempre da chi dovessimo essere comandati e quando si è issato al ministero degli Interni uno “sgradito” c’erano i Palamara a organizzarsi affinché ripartisse la tiritera dell’attacco giudiziario. Ed eccoci ai giorni che stiamo vivendo. 

I partiti sono spariti, restano solo dei clan che si fanno la guerra, giornalisti come Marco Travaglio e Andrea Scanzi ogni giorno in televisione ci spiegano che questo governo di scappati di casa è il migliore dei governi possibili, i magistrati sperano di spolparsi Salvini per la Open Arms e qualsiasi opzione sgradita allo stato maggiore piddino, di provenienza comunista, viene colpita.

Esisteva la corruzione dei partiti della Prima Repubblica? Certo che sì. Ma non è sparita. Era indegno il comportamento di Berlusconi? Certo che sì. Ma non sono meno indegni alcuni comportamenti, che restano coperto, a Palazzo Chigi. È contestabile l’operato di Salvini? Certo che sì, io stesso ne contesto molti aspetti sul piano politico. Ma l’utilizzo del maglio della giustizia contro gli avversari per tutelare sempre invece quelli che rubano, ad esempio, 35 milioni di euro di mascherine mai consegnate, è diventato un meccanismo troppo evidente e ormai insopportabile.

Non sia Luca Palamara il capro espiatorio di tutto questo. Si mandi a casa questo sistema e questo intreccio, si libereranno energie che possono ancora salvare l’Italia.