Mario Adinolfi: Sul perdono pubblico e obbligatorio ai terroristi

13/08/2018 - Mario Adinolfi
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Sul Corriere della Sera il buon Giovanni Bianconi, già responsabile della eroicizzazione di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro con il suo libro "A mano armata", racconta l'incontro alla chiesa del Gesù tra Franco Bonisoli e Giovanni Ricci, figlio di Domenico Ricci, l'autista di Aldo Moro ucciso nella strage di via Fani. Mi impressiona che Bianconi non scriva che Bonisoli è il più probabile assassino materiale di Ricci. Si limita a definirlo "ex brigatista" o "ex terrorista" scrivendo solo in un inciso che "partecipò alla strage di via Fani". Chi ha letto il mio "Storia del terrorismo in Italia" sa che alla strage hanno partecipato almeno quattordici brigatisti rossi e sa anche, come Bianconi sa benissimo perché ha letto tutte le carte, che Bonisoli non è semplicemente uno dei quattordici: è quello che spara più colpi di tutti in via Fani, precisamente esplode 49 dei 93 proiettili indirizzati contro i cinque uomini della scorta di Moro, uccide direttamente Iozzino e non pago quando esaurisce il caricatore del mitra (o esso si inceppa, secondo un'altra versione) estrae la pistola e continua a sparare, andando sugli uomini a terra e colpendoli alla nuca per finirli.

Conosco benissimo il tormento pubblico di Bonisoli, sono lieto della sua conversione, ricordo le lacrime che lo costrinsero a interrompere un'intervista a Sergio Zavoli subito dopo aver ammesso davanti al giornalista di aver sparato un intero caricatore contro gli uomini di via Fani, tra cui Domenico Ricci. Quando ho letto nell'articolo la frase "feci una scelta totalizzante che trasformava le persone in cose" ho capito che Bonisoli ha colto il punto centrale del suo tragico errore, l'ho scritto un'infinità di volte e ormai da molti anni, il problema ideologico che ci trasportiamo da mezzo secolo è esattamente quello (aborto, eutanasia, utero in affitto sono figli di quella visione del mondo): la trasformazione delle persone in cose, la reificazione dell'essere umano. Bonisoli ha collaborato con molte realtà cattoliche, che lo hanno accolto con comprensione e grande umanità.

Voglio però dire una cosa dura: io non l'avrei fatto parlare dall'altare. Meno che mai dall'altare della chiesa del Gesù, a pochi metri da via Caetani, in quella piazza del Gesù che è stata luogo cardine della tragedia (oggi anche il Popolo della Famiglia ha sede nazionale in quella piazza, non per caso). Di più: affiancargli il figlio della vittima sa di assoluzione pubblica, di perdono obbligatorio, di equiparazione tra Caino e Abele che non è a mio modo di vedere in alcun modo accettabile. Io trovo già incredibile e scandaloso che tutti gli assassini di via Fani vivano fuori dal carcere, che tengano discorsi pubblici, che scrivano libri, che siano trattati come star. In qualsiasi altro paese del mondo Franco Bonisoli sarebbe in carcere per aver gambizzato Indro Montanelli, per aver ucciso in via Fani, per aver sequestrato Aldo Moro e per aver deciso la sua uccisione a sangue freddo avvenuta il 9 maggio 1978 dopo 55 giorni di prigionia. Nel nostro strano paese Bonisoli come gli altri terroristi è fuori dal carcere da anni. Ha avuto un suo percorso di pentimento credo molto sincero e apprezzabile, ma io sull'altare della chiesa del Gesù avrei davvero evitato di farlo salire a prendersi persino l'applauso dei giovani che non sanno, non possono sapere, non ricordano, con accanto il figlio della vittima obbligato al pubblico perdono.

Come si fa con i sacerdoti che sbagliano gravemente, penso ai preti pedofili ad esempio, la Chiesa davanti a errori così tragici e plateali invita al silenzio e all'assenza di qualsiasi celebrazione pubblica. Appare giustamente dura, viene invitata alla denuncia e a punire il reo non solo con le conseguenze di legge, ma anche costringendolo a tacere e certamente a mai più salire su un altare, figuriamoci davanti a dei giovani. Ecco, a un terrorista che ha ucciso in maniera così ideologica e brutale, io l'altare della chiesa del Gesù davvero non l'avrei consegnato. Fossi Bonisoli, poi, non ci sarei salito. Un abbraccio al figlio di Domenico Ricci e a tutti i familiari delle centinaia e centinaia di vittime dei terroristi, dimenticate e costrette a leggersi sui giornali solo quando un Bianconi decide di scrivere di un assassino. Perché di loro, dei morti e di chi ha sofferto per averli visti uccisi, non frega niente a nessuno a meno che non ci sia un terrorista a raccontare, pontificare, spiegare e esigere l'obbligatorio perdono.