Mario Adinolfi: Su Moro e il Papeete

05/08/2019 - Mario Adinolfi
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Il problema non è che Aldo Moro non andava in costume a fare il deejay al Papeete, per carità, ogni epoca ha i suoi modi. La differenza si misura sulla biografia. Matteo Salvini: diplomato al classico con 48/60, niente laurea, concorrente a Doppio Slalom, consigliere comunale leghista a Milano dal 1993, non si conoscono sue attività lavorative non collegate alla Lega (direttore Radio Padania), europarlamentare, oggi senatore e vicepremier. Leggiamo quella di Aldo Moro: ufficiale di fanteria nella seconda guerra mondiale, presidente degli universitari cattolici, tra gli autori del Codice di Camaldoli, padre costituente della Repubblica, parlamentare dalla prima legislatura fino alla morte, cinque volte presidente del Consiglio, ministro degli Esteri, della Giustizia, della Pubblica Istruzione, segretario e presidente della Democrazia Cristiana, presidente del Consiglio europeo, docente universitario fin dal 1948 e unanimemente riconosciuto come giurista finissimo. Morì trucidato avendo preso un’Italia devastata dalla guerra e lasciandola dopo trent’anni di governo con una disoccupazione al 7% e un rapporto deficit-Pil inferiore al 60%, quinta potenza industriale del mondo. Oggi l’Italia arranca dietro governanti senza laurea e senza idee, indebitata e con giovani disperatamente senza lavoro. Il problema non è Papeete versus grisaglia, il problema è che questi sanno fare giusto le dirette di propaganda Facebook, quelli erano statisti che provavano a fare il bene dell’Italia, fino a spargere il proprio sangue, rendendo conto ad un buon Dio in cui credevano davvero senza aver bisogno d’andare a baciare teche del sangue di San Gennaro o rosari. L’unica vera domanda che conta oggi è: come abbiamo fatto in appena quarant’anni a franare da quelli a questi?