Massa, processo Welby-Cappato. «Noi in piazza per la vita»

07/02/2020 - Il Tirreno
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Massa. In piazza per dire «Vietato morire di indifferenza». Sono una trentina di rappresentanti del Popolo della Famiglia, arrivati da tutta Italia davanti al Tribunale di Massa per assistere al processo che vede imputati Marco Cappato e Mina Welby, accusati di aver aiutato il suicidio di Davide Trentini, malato di sclerosi multipla dal 1993, morto a 53 anni in Svizzera. Arrivano dal Piemonte, da tutta la Toscana e dal Lazio; sui loro cartelli c’è scritto: “Custodiamo la nostra umanità”, “Il primo diritto è quello alla vita”, “No alla cultura della morte”. Sorridono: «Sì, perché noi manifestiamo per la vita – inizia Alessandra Trigila, da Roma – In un paese civile lo Stato dovrebbe occuparsi del bene comune, cercare sostegni e aiuti per allungare la vita delle persone, non favorire l’eutanasia». «Trentini non era come dj Fabo – spiega Marcello Protto da Torino – Non era tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitali. Cappato e Welby devono essere condannati. Viceversa si manda un messaggio sbagliato, cioè che possa essere facilitato il suicidio assistito per tanti soggetti deboli, come gli anziani, o i disabili, che però avrebbero ancora molto da vivere e da dare».

Secondo il Popolo della Famiglia, il caso di Trentini, che pure soffriva le pene dell’inferno, non coprirebbe tutte e quattro le condizioni espresse dalla Corte costituzionale per le quali è stato ritenuto possibile “agevolare” l’esecuzione del proposito di suicidio. “Una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile – si legge nella sentenza 242 del 2019 – fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente”.

«Non possiamo adeguarci ad una cultura della morte – dichiara Nino Iraci da Imperia – Persone come cose che poi, quando non funzionano più bene, devono essere eliminate». «Mi raccontarono una storia che mi è sempre rimasta impressa – aggiunge Gilda Lombardi da Roma – La famiglia di un malato terminale, 20 giorni di vita, acconsentì alla sedazione profonda. L’infermiere che lo curava mi disse però di essere certo che lui avrebbe preferito vivere anche quei 20 giorni. Per noi è un appello alla vita».

Intanto, dentro al Tribunale di Massa, si era riunita la Corte d’Assise, formata da due giudici togati, Ermanno De Mattia e Valeria Vincenti e cinque giudici popolari. In programma l’ascolto del dottor Mario Riccio, il medico anestesista che staccò la spina a Piergiorgio Welby, chiamato come tecnico di parte dalla difesa, a discutere del caso Trentini, ma impossibilitato a intervenire in udienza per un legittimo impedimento. Per questo motivo il processo è stato rimandato al 18 marzo ed essendo cambiato il collegio dei giudici togati, il Pm Marco Mansi ha chiesto che venissero acquisite tutte le dichiarazioni precedentemente rese, sia dagli imputati che dai testimoni. Richiesta appoggiata anche dalla difesa e accordata dai giudici.

Fonte: Il Tirreno