Ode a Diego Armando Maradona

27/10/2020 - Mario Adinolfi
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Sento il bisogno di respirare, queste settimane così dense di morti, veleni e polemiche mi regalano una necessità: pensare a qualcosa di bello. Ho letto che da qualche giorno, il 23 ottobre, Pelè ha compiuto ottant'anni e che tra qualche giorno, il 30 ottobre, Diego Armando Maradona ne compirà sessanta. Non so se avremo un'altra occasione con la cifra tonda per celebrarli entrambi in vita e non so neanche dire se sia più facile che Pelè non arrivi ai novanta che piuttosto Maradona non arrivi ai settanta. So per certo però che ora possiamo congratularci e sorridere con loro. Mio papà amava molto Pelè, la sua classe innata, l'eleganza, il gol issato in cielo contro la nostra piccola grande Italia alla finale di Città del Messico nel 1970. Maradona era più rozzo, ci chiamò tutti figli di puttana quando gli fischiammo l'inno alla finale di Roma del 1990, si è recentemente mostrato a culo di fuori e non è mai stato elegante. Ma è stato il genio che si nasconde dentro la bellezza e nella mia vita non ne ho mai incontrato uno che sapesse coniugare le due cose quanto lui, pur essendo sommamente inelegante per nascita, lignaggio, comportamenti. Per questo alla fine ho sempre preferito Diego.

Di Maradona, diciamoci la verità, ne nascono uno a secolo. E poteva nascere solo a Buenos Aires. Siete mai stati a Buenos Aires? Andateci, è uno dei viaggi in assoluto che non può mancare al vostro giro della prigione. Penso che il mio amore per Papa Francesco, la mia indulgenza verso qualsiasi cosa dica o faccia, dipende anche dall'amore che ho per l'Argentina. Una nazione che non è sorridente come il Brasile, assolata come il Brasile, benedetta come il Brasile (il "Paese più cattolico del mondo") dove tutto pare essere gioia e bellezza come nel noto ritornello della canzone. L'Argentina è una terra ostica, ancora selvatica, profondamente malinconica, attraversata da ferite profonde non rimarginate, sempre in bilico tra salvezza e disastro, tra sospiro di sollievo e povertà.

Nella povertà nasce Diego Armando Maradona, la povertà quella vera, quella che ancora vivi a Buenos Aires se ti inoltri in certi quartieri. Non pensate al tango, non pensate al bife de lomo, non pensate al Rio della Plata. L'argentino odia i luoghi comuni sulla propria terra, l'argentino è terribilmente orgoglioso almeno quanto il brasiliano è drammaticamente allegro. E lì, all'intersezione esatta tra povertà e orgoglio è nato Diego Armando Maradona. Nato a Buenos Aires, l'unica città che non potete non andare a conoscere, se vivete in questo mondo.

Andavo a giocare in un casinò che era un barcone su un fiume ed era bellissimo seguire lo scorrere delle carte mentre l'acqua ti cullava e qualche volta ti costringeva a ballare anche se non ne avevi voglia. Lì un amico mi si avvicinò dopo che aveva perso tutti i pesos per barattare qualche altro minuto al tavolo da poker con due biglietti per la Bombonera. Probabilmente li strapagai, ma ecco un altro buon consiglio per il vostro viaggio a Buenos Aires, con pochi euro o dollari in tasca potete permettervi di vivere settimane in Argentina. Il cambio è più che favorevole, ma pagate tutto in pesos.

Alla Bombonera gioca il Boca Juniors, la prima vera squadra di quel Maradona sedicenne che fece subito innamorare il mondo intero. E l'unica squadra che lui abbia davvero amato, oltre al Napoli. L'esperienza di una partita alla Bombonera è assolutamente indimenticabile, secondo tutti gli esperti del settore la curva degli Xeneizes (i tifosi del Boca vengono chiamati "genovesi" perché la squadra fu fondata nel 1905 da un gruppo di emigrati liguri) è la più calda del pianeta anche se qualcuno preferisce la Avalanche del Gremio, nota appunto per l'effetto valanga a ogni esultanza, ma insomma siamo sempre lì: Argentina o Brasile? Pelè o Maradona?

Per me la risposta è Maradona. E quei due biglietti recuperati per caso al casinò sul fiume mi hanno regalato un pomeriggio di impressionante bellezza camminando per le strade della Boca, il barrio che dà il nome alla squadra, angolino della periferia meridionale di Buenos Aires oltre il quale si rischia davvero di finire in mano a persone non raccomandabili, perché in America Latina non dimenticatevi mai che bellezza e violenza convivono. Ma insomma la passeggiata per avvicinarsi alla Bombonera è qualcosa di commovente tra i colori accesi delle case del Caminito, la zona ormai turistica del barrio, e la verità dei muri scrostati affiancati al "museo del gol", un campo dove da decenni delle sagome ricordano la posizione esatta in cui Maradona saltò uno per uno come birilli praticamente tutti i giocatori inglesi prima di segnare il gol più bello della storia al mondiale di Messico 1986, quello che vinse come Pelè aveva vinto Messico 1970 levandosi in cielo per un colpo di testa elegantissimo che il bassotto inelegante Maradona imitò aggiungendoci però anche un pezzo di mano, la mano di Dio. 

Quando entrai alla Bombonera sedendo sui gradoni di cemento come al vecchio Stadio Olimpico di Roma in cui papà mi insegnò ad amare lo spettacolo del calcio visto dal vivo, gli occhi mi si riempirono di giallo e di blu, i tifosi erano impressionanti per calore poi a un certo punto, pochi minuti prima dell'inizio della partita si fece silenzio. Avevo già visto con i miei occhi Maradona giocare, ma ero nella fredda Budapest di un'Ungheria appena liberata dal comunismo nel 1990 dove ero capitato ancora per caso allo stadio per un match di Coppa dei Campioni, agevolmente vinto dal Napoli ricordo ancora con gol di Incocciati e Alemao. Paradossalmente non l'avevo mai visto giocare in Italia, ma mi fu regalata la possibilità di vederlo nel piccolissimo stadio dell'Ujpesti Dozsa e quindi molto da vicino. Battè il calcio d'inizio. Anche solo da quello che era il più banale dei tocchi, si vedeva la differenza tra un artista e tutti gli altri in campo.

Vent'anni dopo alla Bombonera Maradona era leggenda ma per cocaina, evasioni fiscali, ingrassamenti estremi e fucilate ai giornalisti era anche il più sconclusionato e chiacchierato degli argentini. Già, Bergoglio non era ancora Papa. Comunque sia allo stadio gli lasciavano sempre una tribunetta riservata, dove lui non si faceva mai vedere. Mai. Ma per me fece un'eccezione. Quel giorno, pochi minuti prima della partita, Maradona stava per entrare nella tribunetta a lui riservata. Ecco cos'era quell'improvviso silenzio. Nello stadio del Boca s'era diffusa la notizia. Era arrivato, lui era arrivato. Quando s'affacciò alla tribuna dello stadio io non so neanche descrivere con le parole quel che accadde, non fu un boato, fu letteralmente il terremoto. Ho scoperto più tardi che uno degli effetti particolari di quel catino deriva proprio da ciò che i tifosi riescono a fare con i loro piedi, facendo sobbalzare l'intero impianto. Spaventoso, ma anche da lucciconi agli occhi, tanto amore.

Tornai alla Bombonera altre volte, in altri anni, ma non m'è più capitato di incrociare l'arrivo allo stadio di Diego Armando Maradona, l'uomo che anche se calciava il tiro d'inizio a centrocampo di una partita lo faceva in maniera diversa dagli altri. Il cappellino del Boca Juniors lo regalai al mio papà quando decisi che a Buenos Aires non sarei tornato più ed è uno dei rari miei regali che lui ha sempre amato indossandolo con sospetta insistenza ed è finito nella bara il giorno in cui m'ha lasciato.
Il 30 ottobre di due anni fa, poi, è nata Joanna Benedetta. Stesso giorno di Diego Armando Maradona ed ho capito definitivamente che la bellezza irripetibile nella vita non è un dettaglio.