Pensare la famiglia per quel che è: l'ultimo baluardo

Pubblicato il 10/07/2020 Autore/Fonte: Luigi Mercogliano Visite: 97
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Qualche anno fa, mentre camminavo per strada assorto nei miei pensieri, la mia attenzione fu rapita da una vecchietta che, con un manico di ombrello e con tanta fatica perché piccola e smagrita, rovistava nella spazzatura alla ricerca di qualcosa. Non era vestita male e non pensai immediatamente a una persona in cerca di indumenti o altro come ce ne sono tante nella mia città e se ne vedono ogni giorno sempre di più in ogni angolo di strada del Paese. Per cui pensai di fermarmi a chiederle se avesse bisogno di aiuto, credendo che avesse perso qualcosa di pesonale cascatole magari dal polso mentre gettava l'immondizia. "Signora, ha bisogno di aiuto?", le chiesi. "Le è per caso caduto qualcosa nel bidone dell'immondizia"? Lei sospirò, si fermò, mi guardò con una contrazione del volto quasi a commuoversi e mi rispose: "Caro ragazzo, vivo di pensione e sono sola al mondo". 

A queste parole mi si ghiacciò il sangue nelle vene e mi si strinse di colpo la gola, impedendomi di respirare con pienezza per qualche istante. Le chiesi, allora, se potevo offrirle un pasto caldo, farle un pò di spesa, aiutarla in qualche modo. Ma lei, con estrema dignità, rifiutò e mi liquidò dicendomi comunque grazie per quel gesto di umanità che le avevo offerto, unico probabilmente di una vita solitaria e triste da chissà quanto tempo.

Ho incrociato, passando per quel quartiere, altre volte negli anni a venire lo sguardo di quella anziana sola che vagava come un fantasma per le strade. Finché, tutt'un tratto, non l'ho vista più. Poco tempo dopo, fermo alla fermata del bus sentii parlare due persone anziane e alcune donne più giovani che si raccontavano dei problemi sempre più assillanti delle famiglie, dei pensionati, degli anziani, dei malati. Le difficoltà comuni di tutti i giorni: trovare i soldi per la spesa, andare dal medico per farti prescrivere le medicine e poi trovare i soldi per comprarle perchè sono sempre di meno i farmaci passati dalla mutua, far andare i figli a scuola o all'università con quello che costa sempre più. Insomma, storie di ordinaria quotidianità tra le persone semplici e normali, di cui nessun giornale parla più perchè, diciamocelo con onestà, per questi non si può fare più nulla e se la devono cavare da soli. Perché, ammettiamolo, non fa più notizia parlare di queste storie.

Mentre li ascoltavo, un signore anziano si inserì nella discussione e disse: "Ve la ricordate Rosa, quella che viveva sola in quel monolocale all'angolo della strada? E' morta l'altro ieri. Non prendeva più da tempo le sue medicine e il cuore non ha retto più. E' morta nel sonno. La moglie del custode, che aveva le chiavi dell'appartamento e ogni mattina andava a vedere come stava, l'ha trovata sulla sua sedia a dondolo con la copertina sulle gambe. Probabilmente stava seduta davanti alla foto sul comodino del marito morto anni fa. Dicono che si sia addormentata e non si è svegliata più. Ha smesso di soffrire: una vita così meschina, in solitudine e in povertà senza nemmeno i soldi per curarsi, non è degna di essere vissuta".

Leggendo il libro di Mario Adinolfi "Il Grido dei Penultimi" ognuno di voi avrà, come è capitato a me, una storia triste o un episodio doloroso che d'improvviso gli ritornerà alla mente. E non sarà facile reagire, vi garantisco, al senso di smarrimento e di impotenza, all'ineluttabilità della nostalgia della memoria, a queste sensazioni.

Oggi, nell'era dei social media, siamo tutti diventati un pò scrittori e un pò giornalisti. Ma se vogliamo essere veramente onesti fino in fondo, dobbiamo riconoscere che per svolgere questi due mestieri nobili non serve, in fin dei conti, un patentino o un'abilitazione. Servono, invece, tanta professionalità e soprattutto tanta capacità di suscitare emozioni.

Mentre, però, la prima caratteristica (la professionalità) se non ce l'hai puoi acquisirla nel tempo imparando dai grandi maestri del giornalismo sgobbando per anni al loro servizio nelle redazioni di frontiera per imparare il mestiere, per la seconda è un pò più complicato il discorso. La capacità, infatti, o ce l'hai perché ti scorre nelle vene, oppure è inutile cercarla altrove. Mario Adinolfi - e lo dico senza piaggeria, credetemi, chi conosce la mia storia nel Popolo della Famiglia sa quanto ho criticato negli ultimi anni Mario, a volte anche a muso duro - queste caratteristiche le possiede entrambe, sia come giornalista che come scrittore.

Come giornalista, infatti, ci propone una racconto dei fatti che non si discosta mai dalla verità, facendo proprio quello che un giornalista deve fare e cioè raccontare gli eventi senza travisazioni nè cortigianerie. Appunto, con professionalità. Come scrittore, poi, ci conduce mano nella mano nel racconto di episodi di vita vissuta che ci dischiudono dinanzi agli occhi un vissuto reale che, a tratti, ci fa sembrare - almeno a me questo è l'effetto che ha fatto - attuali episodi di vita personale che Mario ha vissuto nel corso della sua vita, come se li stessimo rivivendo assieme a lui nello stesso momento in cui lui ce li sta raccontando. E questa è la capacità dello scrittore.

Personalmente ho trovato affascinanti e densi di pathos in particolare il primo e l'ultimo capitolo. Il libro si apre con un racconto personale della storia della famiglia Adinolfi, nata dall'unione di Ugo e Louise, un italiano dalle belle speranze e una bella australiana che si innamorano e decidono di mettere su famiglia. Da quella unione nascono Mario e Ielma. E da quel momento parte anche il racconto delle tribolazioni che una famiglia - che si regge sul solo stipendio di Ugo, che intanto dice addio alla sua carriera di attore per fare il padre di famiglia e il marito, giacché Louise rinuncia al ben remunerato posto all'Ambasciata per fare la moglie e la mamma a tempo pieno - deve affrontare per cercare quella stabilità necessaria per andare avanti. Mario racconta dei vari traslochi fatti dagli Adinolfi, dal quinto piano senza ascensore in via Vespucci "in assolute ristrettezze economiche ma piena fiducia nel futuro", passando per il sesto piano di via Antinori distante solo trenta metri dal quinto di via Vespucci, ma stavolta con ascensore. Una conquista di tutto rispetto per una famiglia dell'epoca, l'ascensore. Simbolo di una borghesia italiana che vedeva in questi piccoli ma importanti lussi guadagnati di decennio in decennio, di trasloco in trasloco, la propria illusoria realizzazione. Quella sensazione che ottieni da un piccolo vantaggio conquistato col sudore della fronte giorno dopo giorno, che ti da la dimensione della normalità tanto inseguita e desiderata. Fino ad arrivare, nel capitolo conclusivo, all'ultimo trasloco, quello nel seminterrato dove, per assurdo, si è consumata la tragedia più cruda che ha segnato la vita di Mario: il suicidio di Ielma, la sua giovane sorella che si lanciò nel vuoto in preda a uno stato depressivo che da tempo la accompagnava nel cammino interrotto troppo presto della sua giovane vita.

Troppo dolore, quanto dolore. Che ha consentito a un ragazzo testaccino, innamorato del bianconero in una città per la maggiore giallorossa e a tratti biancoceleste, di sviluppare quella capacità dello scrittore e al tempo stesso del giornalista di cogliere la disgrazia e la disperazione altrui, ma di farlo con quel tatto e quella rispettosa accortezza nello scegliere le parole giuste per i suoi racconti e per le sue interviste - che sono poi il cuore di questo suo lavoro - che ci fanno incontrare un Mario diverso da quello che dirige, col piglio autoritario e con mano ferma, il movimento a cui ha dato vita nel 2016 e che ostinatamente continua a mandare avanti, nonostante non siano ancora arrivati gli auspicati successi. 

E le storie che Mario racconta ci parlano tutte della stessa sofferenza: da quelle di cui ci parla col taglio dello scrittore e che ci descrivono le vite delle persone incontrare tutti i giorni nei vari bar che frequenta, che gestiscono con operosità e difficoltà, soprattutto dopo la chiusura imposta dal Covid, con l'unità e la solidarietà che solo la conduzione familiare consente le loro attività messe a dura prova dal lockdown; passando per quelle che invece ci descrive col piglio del giornalista professionista, come l'intervista alla figlia del magistrato Pietro suicidato in Svizzera col pentobarbital, della cui morte Francesca, sua figlia appunto, ha appreso da una fredda telefonata avvenuta soltanto nove ore dopo il decesso. La stessa sofferenza di chi in questa società non occupa l'ultimo posto, ma il penultimo. Perché i penultimi sono i dimenticati. Quelli di cui non conviene più parlare perché le loro storie non fanno più notizia, non vanno di moda, perché non interessano più a nessuno.

A nessuno interessa infatti la tragedia di un magistrato ingiustamente accusato e sputtanato dagli stessi suoi colleghi che, persa la dignità di uomo e di professionista, decide di farla finita e si va a suicidare in Svizzera pagando decine di migliaia di euro un'iniezione letale a una insensibile dottoressa elvetica che, mentre lui muore col fiato strozzato in gola dal veleno recitando a singhiozzo l'Ave Maria, mangia indifferente una fetta di torta.

A nessuno frega più nulla se un uomo come Pietro è riuscito ad ottenere molteplici certificati medici per compiere il suo gesto estremo e come mai nessun medico gli abbia mai chiesto perché gli servissero, provando così a distoglierlo dal suo mortifero intendimento. E, infine, a nessuno frega nulla se una clinica in Svizzera si preoccupa di recidere ogni forma di legame con la famiglia perché così non ci sarà nessun ultimo baluardo a fargli cambiare idea offrendogli una ragione estrema di vita, nonostante tutto.

In questo periodo di Covid ci sono stati quotidianamente decine e decine di suicidi in tutta Italia. Quanti di questi sono stati raccontati in prima pagina sui quotidiani o in prima serata all'apertura dei Tg nazionali? Alcuni, pochi, hanno trovato spazio nelle "brevi" delle pagine dei dorsi locali dei quotidiani. Il resto è stato chiacchiericcio. Il ragazzo a cui non è stato rinnovato il contratto e che si è gettato dal balcone, il papà di famiglia a cui non hanno pagato la cassa integrazione di marzo e aprile che si è sparato nel parcheggio isolato dentro la sua auto, l'imprenditore che non ha avuto più il credito dalla banca per pagare i suoi fornitori e i suoi dipendenti che si è impiccato nella sua azienda chiusa per il Covid perché non aveva più il coraggio di guardare in faccia i suoi lavoratori. Di storie come queste, vere e crude, Mario interpreta - citandone soltanto alcune in cui si è imbattuto personalmente come uomo e come giornalista - gli aspetti più tristi e raccapriccianti: tutte queste persone sono state lasciate sole a guardare negli occhi la propria disperazione e davanti a questa, senza uno Stato alle spalle che tenta invece quotidianamente di distruggere in tutti i modi anche quell'ultima rete di protezione che, sola, può dare ancora un senso all'esistenza dispensando conforto e amore a chi non ce la fa proprio più ad andare avanti, hanno semplicemente fatto quello che potremmo fare tutti, ognuno di noi, se fossimo messi dinanzi alla nostra disperazione senza nessuno a darci conforto: hanno mollato. E mentre tutto questo accade, la risposta dei media e della politica qual è, si chiede Mario? E' quella di inginocchiarsi per un fatto tragico e sicuramente degno di nota, che però è accaduto in Usa, a migliaia di chilometri di distanza e in un contesto sociale distante anni luce dal nostro. Perché si è smarrita così irrimediabilmente la via al punto di vedere in un episodio accaduto dall'altra parte del mondo il principio di tutte le nostre difficoltà, continuando colpevolmente a ignorare le tremende disgrazie che sono sotto gli occhi di tutti noi che viviamo la vita quotidiana di persona e non in un comodo salotto televisivo o in una accogliente aula parlamentare? Forse - ed è questo a cui ci spinge la riflessione - perchè anche noi siamo i penultimi, quelli di cui non si vuole più sentir parlare.

Mentre scrivo, apprendo della notizia da poco battuta dalle agenzie di un tabaccaio cinquantaduenne di Somma Vesuviana, importante e popoloso comune alle falde del Vesuvio nel napoletano, che ha tentato di togliersi la vita. E' stato ritrovato poco fa in una pozza di sangue ancora vivo dai Carabinieri. Quanti piccoli imprenditori, commercianti, lavoratori, impiegati, pensionati, malati, anziani, mamme e padri di famiglia sono stati lasciati soli in questo tremendo inizio del 2020 a causa della pandemia?

La riflessione di Mario è questa e la condivido pienamente: se diventiamo sempre di più "mera materia" col solo compito di produrre - perché la società ci riconosce sempre più e solamente in questo modo - nel momento in cui, per qualsiasi ragione valida come lo stop imposto a gran parte dei settori merceologici dalla crisi sanitaria, non possiamo più assolvere, anche se soltanto temporaneamente, al compito per il quale la società ci considera degni delle proprie sempre più rimaneggiate attenzioni e cioè quello della produzione, perché dovrebbe avere ancora cura di noi?

Ed ecco che Mario apre così uno squarcio su queste tremende contraddizioni facendoci vedere la verità della famiglia che deve continuare a rappresentare, in un momento di crisi sociale ed economica senza precedenti per il nostro Paese e per tutto il resto del mondo, quell'ultimo baluardo che funga da sostegno prima di tutto dell'animo umano, sempre più fragile, sempre più triste, sempre più solo che nella famiglia può ancora ritrovare quella ragione ultima per la quale valga ancora la pena di vivere. Perciò Mario insiste - e tutto il Popolo della Famiglia insiste assieme a lui - perchè questo mondo, sempre più arido e gelido per chi ci vive - ritorni a dare una speranza alle future generazioni. E l'unica speranza che l'essere umano contemporaneo può coltivare, oltre ovviamente alla Fede in Dio, non può che essere la ripresa della natalità da lasciare come eredità ai nostri figli e al tempo stesso come insegnamento. Perché mentre tutto fuori gela, nel focolaio domestico si sviluppi il calore della solidarietà dell'amore e dell'affetto della famiglia che, sola, può dare ancora un senso alla vita dell'uomo su questa terra. Cosa potrà mai diventare un mondo senza nuovi nati se non un mondo di vecchi, depressi e soli, destinato all'estinzione?

Mario nostalgicamente ci conduce nel finale ancora una volta nelle sue vicende familiari per offrirci, attraverso il sentimento di un figlio a cui manca il papà scomparso nel 2016, nuovamente il senso di questo suo lavoro evidenziando l'importanza della memoria e invitandoci a ricordare come nell'amicizia, nel donarsi all'altro e nella famiglia, l'ultimo baluardo di umanità in un mondo che agonizza, ci si può prendere cura degli anziani mostrando loro amore e riconoscenza: "dovremmo cullarli noi i nostri vecchi - scrive Mario - come loro cullarono noi da bambini, prima della fine dobbiamo restituire un pizzico del calore che ci ha permesso di esistere".

Ho avuto la possibilità di fare a mio padre quello che Mario avrebbe voluto fare al suo, accompagnandolo con amore verso la sua ultima ora. Gli ho tenuto la mano, gli ho accarezzato la fronte mentre era nel letto moriente e mentre gli sorridevo perdonandogli così tutti i suoi peccati terreni e dicendogli grazie per quello che ha fatto per me, l'ho visto andar via.

E, come Mario avrebbe voluto fare col suo papà, anche io, rubandogli l'intuizione, è come se gli avessi cantato questi splendidi versi di una poesia di Patty Pravo:

"...portami al mare

fammi sognare

e dimmi che non vuoi morire

la la la, la la la

e dimmi che non vuoi morire..."


Fonte: La Croce Quotidiano