Popolo della Famiglia a Lia Celi: “Ru486, ogni farmaco può essere un veleno”

Grazia Ruini - Pubblicato il 29/12/2020 - Visite: 89 Facebook Twitter
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Buongiorno Direttore,

ho letto l’articolo di Lia Celi comparso sul vostro giornale il 20 dicembre a proposito dei cartelloni di Pro-Vita e vorrei esprimere qualche considerazione in merito, se me lo permette.

Prima di tutto, grazie Lia per avere toccato il tema dell’aborto. Qualunque cosa si pensi a proposito, ritengo positivo il solo fatto che se ne parli. Lo faccio anche come appartenente al Popolo della Famiglia che tu hai indirettamente citato, sebbene in modo un po’ sprezzante, e come medico cattolico, perché credo fermamente nella libertà di pensiero e nel confronto se fatto in buona fede. Pertanto, parliamone.

Tu non vuoi chiamare veleno la Ru486 perché, come affermi, è stata approvata dall’Agenzia del Farmaco. In realtà, ogni farmaco può essere un veleno perché ha interferenze biologiche. Dipende dal suo uso. L’uso della Ru486 nell’aborto è finalizzato a determinare la morte del prodotto del concepimento e la sua espulsione. E’ questo effetto che AiFa ha approvato ed è per questo effetto che per lui/esso (l’embrione) questo farmaco è un veleno.

Possiamo certamente giocare sui termini o cercare di spostare il discorso su altri aspetti che riguardano le motivazioni che spingono una donna ad affidarsi a chi le propone/propina questo farmaco come risolutivo dei suoi problemi: tutti argomenti validi su cui pure possiamo discutere. Ma se ci vogliamo attenere strettamente al tema di un’informazione che la donna ha il diritto di ricevere, ben prima di aver ingoiato la pillola, che riguarda gli effetti letali che essa ha sul concepito, così come quelli che ha sul suo stesso corpo, è giusto farlo con rigore, senza infingimenti, trattando la questione con quello scrupolo richiesto da ogni procedimento così impattante sulla propria e altrui vita. Perché del concepito si può dire qualunque cosa tranne che non sia una vita umana. E questa è scienza, non filosofia. Io non credo che si possa negare il fatto che affidare l’aborto all’ingestione di una pillola porti con sé il rischio della sua banalizzazione, a proposito della sua auspicata riduzione.

La Ru 486 determina danni irreversibili al feto con un rischio minimo di fallimento abortivo e pertanto non permetterà alla donna ripensamenti dopo l’assunzione. Ciò implica il diritto della donna ad una scelta informata e ponderata. La consapevolezza non può essere data per scontata, proprio perché l’accesso alla pillola abortiva è molto più facile rispetto all’aborto chirurgico. Trattare il tema della facilità di accesso all’aborto come una conquista, dando per scontato che le donne sono sempre consapevoli (bene informate) e libere (da condizionamenti) nelle loro scelte, è sbagliato e funzionale alla logica della banalizzazione, appunto.

Ben vengano quindi le provocazioni dei pro-life se servono a stimolare una maggiore consapevolezza o anche solo ad infrangere il perbenismo con cui il politicamente corretto tratta questo argomento. Qualunque donna dovrebbe essere adeguatamente informata prima di ingerire una pillola micidiale e poter considerare anche opzioni meno violente.

Grazia Ruini (coordinatrice regionale del Popolo della Famiglia)

Fonte: Chiamami Città

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