Il porno: perchè va combattuto e vinto

09/06/2020 - A. Onofri
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Divieti superegoici, repressione sessuale, sensi di colpa per le proprie fantasie, barriere imposte dalla società, limiti rigidi e almeno pubblicamente invalicabili, impulsi giudicati inaccettabili: ecco il mondo conosciuto da Freud e descritto nei suoi famosi casi clinici.

Un mondo sicuramente ben diverso da quello in cui noi ci troviamo a vivere: il nostro è un mondo ancora gravato da mille enormi problemi, ma certo non un mondo in cui domini sovrana, come allora, la repressione sessuale. Il mondo della pubblicità, il nostro, piena non solo di belle donne femminili ed accoglienti ma di immagini insistenti e sempre più dettagliate di nudità e di parti del corpo, di una perenne mescolanza di seduzione e aggressività, di una ossessionante spinta al sesso, anzi ai “tanti modi di fare sesso”. Il mondo di Facebook è anche questo: la possibilità – a portata di mouse – di cercare, conoscere, incontrare, sperimentare. Con tutti i rischi che questo comporta.

Leggendo Freud, non posso fare a meno di confrontare mentalmente quelle prime teorizzazioni psicoanalitiche, nate nel mondo della Vienna puritana di fine Ottocento, con le storie di vita reali che i miei pazienti – i pazienti del terzo millennio – mi raccontano. Non c’è più bisogno di sbirciare dal buco della serratura della camera da letto dei genitori, per rimanere fissati a una particolare scena sessuale, non c’è più bisogno di un adulto che forzi il bambino verso una qualche forma di scambio sessuale (anche se quella degli abusi infantili è una realtà tuttora terribilmente presente), non c’è più bisogno di punizioni corporali da cui il bambino o la bambina si siano difesi ricorrendo all’eccitazione erotica. Basta molto meno: basta il mondo virtuale, sempre più parte del mondo reale.

Il nostro cervello – nelle sue reazioni più arcaiche – non discrimina facilmente tra immagini vere e immagini finte. E che grande facilità ha ora un bambino, un adolescente, rispetto a un tempo, di incontrare immagini sessuali e pornografia.

Fino a quaranta anni fa la tipica curiosità puberale si accompagnava alla ricerca di qualche termine sessuale sullo Zingarelli. Al massimo, si poteva ottenere che un cugino più grande procurasse, al giovane “esploratore”, un fumetto porno che andava sfogliato di nascosto e poi prontamente restituito. Tutto questo era la trasgressione. E probabilmente bisognava aspettare ancora parecchi anni prima di riuscire a incontrare nella realtà il corpo e la sessualità …

Ora, i bambini hanno il televisore in camera, alcuni hanno un account Facebook , molti il cellulare sempre collegato. Ricordo i pianti e l’angoscia di un giovanissimo ancora bambino, accompagnato da genitori allarmati, che non si spiegavano il suo improvviso cambiamento: poco dopo, nel mio studio, finalmente mi raccontava che accendendo la tv di notte si era trovato a vedere – suo malgrado – scene inquietanti di sesso e a raccogliere l’invito a telefonare a un numero che appariva in sovraimpressione promettendo piaceri senza fine.

Ora Google ha preso il posto dello Zingarelli e con un semplice clik si accede a racconti, immagini, filmati pornografici per ogni gusto e ogni stranezza. E magari quel clik è semplicemente il frutto della –quella sì, davvero normale – curiosità di un bambino.
 
Il sesso è diventato un diktat, il “famolo strano” sdogana come innocente gioco di coppia qualunque pratica sadomaso, il in fondo che male c’è, non faccio male a nessuno, legittima persino la prostituzione presente tra le giovani studentesse di liceo, l’uso sempre più diffuso di Viagra e Cialis sostiene la ricerca di prestazioni “super” anche in chi – da un punto di vista strettamente medico – non avrebbe bisogno di alcuna terapia farmacologica.

Sembra che ancora solo un limite resista, almeno formalmente, alla spinta sociale a esplorare, sperimentare, trasgredire senza vincoli: quello della pedofilia (ma per quanto ancora?). Certo, tutto questo Freud non poteva prevederlo. Non poteva prevedere che le nostre connessioni wi-fi, i nostri telefonini, i nostri tablet, permettessero un accesso così facile e veloce a contenuti un tempo rigidamente destinati “ai soli adulti”.

Un problema, questo, socialmente ancora poco avvertito. Eppure, le neuroscienze lo affermano: esiste un legame tra pornografia e perversioni, perché la pornografia crea dipendenza, coazione a ripetere, compulsività senza freno. Proprio ciò che sembra caratterizzare ogni forma di perversione.

Le immagini hanno un potere enorme sul nostro cervello, soprattutto se ancora in formazione: le immagini pornografiche, così forti e terribilmente eccitanti, provocano una vera e propria “scarica” di neuromediatori collegati al piacere e a quelli che i neuroscienziati chiamano “i circuiti neuronali della ricompensa”. È come se il cervello in formazione (ma gli stessi fenomeni possono comunque avvenire anche negli adulti) si “legasse” in maniera sempre più intensa a quelle immagini, per ottenere quel piacere così intenso e così facile. Il cervello è un organo estremamente plastico e in qualche modo tale rimane tutta la vita. Con le nostre azioni, le nostre abitudini, i nostri comportamenti, noi modifichiamo e “ricreiamo” continuamente il nostro cervello. È come se si creassero delle connessioni neurali, delle “reti” sempre più profonde e stabili.

Così, dalla normale esplorazione, dalla trasgressione, il passo verso la dipendenza e la compulsione avviene con impressionante frequenza. Ecco che la pornografia comincia a scandire la giornata di colui che sarà il candidato più probabile alla perversione.

La ricerca di immagini e situazioni sempre più forti diventa ossessiva, finché si scopre che le scene tante volte ammirate sullo schermo possono diventare reali: siti internet, pagine Facebook dedicate, newsgroup, escort disponibili a mettere in atto – dietro pagamento – le richieste più bizzarre (bondage, urofilia, ma persino coprofilia e vampirismo). Ogni esperienza reale e realizzata approfondisce quella morsa asfissiante, quella vera e propria gabbia in cui il perverso si ritrova a vivere. Aldilà di ogni sua volontà, di ogni sua libertà, di ogni suo tentativo di resistere. Né più né meno di quello che avviene quando il nostro cervello è messo a contatto con una droga. E la pornografia può essere una droga. Nelle perversioni il cervello è come se fosse drogato. In maniera simile a ciò che avviene – è ormai diventata una emergenza sociale – anche per altri fenomeni come il gioco d’azzardo.

Mettere in atto la perversione viene avvertito come un bisogno irrefrenabile, qualcosa di cui non si può fare a meno, che invade la mente, che distoglie l’attenzione dallo studio, dal lavoro, dagli affetti reali. Per funzionare almeno al minimo rispetto a quanto richiesto dall’ambiente si ha bisogno – un bisogno sempre più impellente – della dose, proprio come se si trattasse di eroina o di cocaina. Altrimenti il perverso non riesce più a funzionare, a far nulla, a pensare ad altro. La vita diventa solo un attendere di potersi finalmente sedere di fronte al computer e programmare il prossimo incontro.

Tutto si impoverisce, non contano più la bellezza del partner, le sue caratteristich  psicologiche, le sue attitudini e preferenze. Basta che faccia e dica quello che la perversione richiede, come in un copione rigido e sempre più privo di ogni autentico incontro. Il film Shame ha offerto una ottima descrizione – grazie alle doti recitative di un bravissimo Fassbender – del mondo soggettivo del perverso dipendente dal sesso: pur di avere la propria dose quotidiana si diventa disposti a tutto, non si percepiscono più i rischi, ci si espone al pericolo, non si ha più la capacità di avere rapporti sessuali piacevoli se non nella modalità dettata dalla perversione, incuranti di lavoro, figli, matrimoni.

Come ha scritto lo psicoanalista Giancarlo Ricci, «nella struttura perversa della personalità le modalità della relazione con il partner sessuale, la sua scelta, le caratteristiche delle zone e delle pratiche erotiche prescelte, la ricerca spasmodica di un godimento dell’identico, la costruzione della scena sessuale si ripetono, sempre secondo lo stesso scenario e la stessa modalità. [...] Il tratto perverso cerca di ripercorrere sempre la stessa modalità di godimento, come se fosse un rituale irrinunciabile e al tempo stesso immodificabile. L’altro è ridotto a oggetto di godimento, è reificato in quanto cosa». Un effetto collaterale frequente è che viene drasticamente ridotta la capacità di amare, la sessualità diventa in un certo senso “deumanizzata”. Il rapporto non è più con una persona, ma con una azione, una parte del corpo, un oggetto, una “situazione”. La scissione tra sesso e sentimento diventa totale, la promiscuità quasi una strada obbligata. Molti sviluppano uno “stato dell’io estraneo” – un lato oscuro – il cui nucleo centrale è una lussuria antisociale avulsa da valori, che può condurli fino a comportamenti stigmatizzati dalle leggi come il turismo sessuale.

Un vero e proprio girone dell’Inferno dantesco, la lussuria. Del resto, non è un caso chela tradizione cristiana (e non solo la cristiana) la abbia posta tra i principali vizi capitali: San Tommaso d’Aquino spiega bene che la lussuria conduce a una sorta di accecamento dello spirito, fino alla disperazione. «Il lussurioso – spiega il Dottore angelico – fa della propria anima, della propria intelligenza, della propria volontà, gli schiavi dell’istinto sessuale e invece di padroneggiare il proprio corpo, gli si mette al completo servizio in tutte le sue abbiette passioni. La lussuria fa perdere all’uomo la fede e l’anima, la salute, la libertà, la mente, ed è contraria anche alla legge naturale. Essa fa perdere la fede e l’anima […] Ora siccome l’impudico nell’appagamento della sua passione vorrebbe scansare ogni rimorso di coscienza, comincia subito a dubitare della fede, prima occultamente, poi manifestamente e finisce con negare Dio, anima ed eternità».

Mai si è mancato di sottolineare, in tutte le grandi tradizioni spirituali, come la lussuria faccia perdere all’uomo la propria libertà. Infatti «chi si lascia dominare da essa finisce sempre per diventare un povero schiavo, schiavo di se stesso e schiavo degli altri. Essi dicono: “Vorrei finirla con quei disordini ma la passione è più forte di me”. Essi si rendono schiavi anche degli altri. Quante volte si vedono uomini, anche di grande levatura, che si lasciano mettere il laccio al collo e diventano servi dei capricci e delle esigenze di una creatura che è oggetto della loro turpe passione? La lussuria fa perdere all’uomo anche il bene dell’intelletto. Infatti l’impudico resta così accecato dalla sua passione, che non vede e non conosce più niente, né del suo stato, né della sua dignità, né delle conseguenze a cui va incontro e pur di soddisfare la sua brutale passione, non gli importa di trascurare i più sacri doveri, di calpestare la fedeltà coniugale, di mandare in malora i propri interessi, di rovinarsi nell’onore e compiere lo sfacelo della propria casa». Certo, non tutti coloro che incontrano la pornografia diventano drogati di sesso.

Come non tutti coloro che incontrano le droghe nel proprio percorso di vita sviluppano una dipendenza. I soggetti più a rischio – dopo i preadolescenti e gli adolescenti, ovviamente – sono quelli che si portano dentro bisogni affettivi mai soddisfatti, “buchi” di identità da colmare, ferite profonde se non necessariamente abusi e maltrattamenti. Attraverso la perversione una “parte” dell’individuo, una parte rimasta bambina, una parte ferita e bisognosa, cerca illusoriamente un soddisfacimento , una riparazione, un rafforzamento, un “riempimento”. Ma è un’illusione, appunto. Se mettere in atto la perversione comporta un forte piacere immediato, non comporta mai un aumento duraturo della soddisfazione, della vera felicità e della gioia. Dopo un intervallo di tempo sempre più breve il bisogno ricompare e, insieme ad esso, prima o poi, anche un sentimento di vuoto e svuotamento interno, di depressione, disperazione, odio verso di sé, sensazione di perdita di controllo su se stessi e sulla propria vita.

Spesso questo rappresenta una specie di “sorpresa” per i pazienti, come se la cultura dominante non ci attrezzasse più a considerare il sesso non solo come un “bisogno fisiologico” ma come una forza estremamente potente, portatrice di vita ma anche di rischi e pericoli.

Questo sì che rappresenta una vera novità: la dissoluzione di tutte le forme tradizionali in cui per millenni (da sempre?) si è articolato il rapporto dell’uomo con l’affettività e il desiderio sessuale. Da sempre, in ogni civiltà, anche molto antica, l’uomo ha saputo che la sessualità ha a che fare con la morte e con il sacro; da sempre tutti i popoli hanno riconosciuto che l’unione sessuale dei corpi ha un’intima, essenziale, ineliminabile rilevanza sacrale, nel suo rapporto con un ordine superiore e assoluto; proprio in virtù di questo la sessualità non è mai stata pensata come un valore in sé: legata alla vita, al mistero della sua trasmissione, alla fecondità, nessun atto sessuale è mai stato pensato come lecito di per sé, pur nel suo legame col piacere e con la ricerca umana dell’Assoluto.

Ovviamente questo non vuol dire che in passato non esistessero le perversioni, sia in termini di fantasie sia di atti, vuol solo dire che è mutato profondamente il rapporto personale tra l’uomo e le proprie perversioni, che tali erano riconosciute proprio perché considerate “altro” rispetto all’ambito in cui la sessualità ha una legittimità piena e assume un significato autentico legato alla sua sacralità.

Come il filosofo Michel Schooyans ha scritto: «Stiamo vivendo una rivoluzione antropologica: l’uomo non è più una persona, un essere aperto agli altri e alla trascendenza; è un individuo, votato a scegliersi la sua verità, ad adottare una sua etica; è un nucleo di forza d’interesse e di piacere. [...] Non ci può più essere posto per norme morali oggettive e comuni a tutti [...]. Oggi i nuovi valori appaiono il risultato di calcoli utilitaristici regolati dal consenso: si esprimono nella frequenza delle scelte osservate e si riducono in definitiva a ciò che agli individui fa piacere».

Anche la psichiatria non appare certo esente dalle trasformazioni del costume e della società e quindi dal cambiamento di quelle che possiamo chiamare le rappresentazioni sociali delle perversioni, considerate non più situazioni definibili a priori come anormali e patologiche, bensì delle condizioni che possono costituire dei disturbi solo se e quando si presentano con determinate caratteristiche cliniche.

Se da un lato assistiamo a una tendenza verso la proliferazione di nuovi disturbi psichiatrici in molti ambiti del comportamento umano, nell’area della sessualità troviamo invece una progressiva “scomparsa” di patologie, un assottigliamento di quelle che sono considerate delle anormalità. Nel 1987 il termine perversione è stato eliminato dal famoso DSM (il manuale che elenca le patologie psichiatriche), per essere sostituito da quello, più politically correct, di parafilia.

Nell’ultima edizione – la quinta, appena pubblicata – dell’ormai famoso (anche tra i non addetti ai lavori) – DSM, non troviamo più la pedofilia, l’esibizionismo, il voyeurismo, il masochismo, il sadismo, il frotteurismo, il feticismo, il travestitismo, bensì il “Disturbo pedofilico”, il “Disturbo masochista” e così via, a voler sottolineare come il problema clinico sia costituito dal disagio percepito e non da un concetto astratto di normalità. Per poter fare diagnosi di disturbo, gli psichiatri devono quindi riscontrare una sofferenza soggettiva, un intralcio alla propria vita e al proprio funzionamento (relazionale, sociale, lavorativo) . In altre parole, le perversioni vengono considerate patologiche solo quando sono egodistoniche, ovvero quando non sono volute, accettate, dalla persona, quando provocano disagio, sofferenza, tensione, ansia. Oppure, per le implicazioni legali che possono comportare, come nel caso della pedofilia. Resta il fatto, al di là di ogni astratta teorizzazione, che la sessualità così apparentemente liberata, tipica della nostra epoca, continua a restare per alcuni fonte di schiavitù soggettiva e sofferenza compulsiva.

È spesso necessario un lungo lavoro, quasi sempre condotto con strumenti diversi (dai gruppi di auto aiuto per i Sessodipendenti Anonimi, agli psicofarmaci, alla psicoterapia) per restituire dignità, valore e pieno significato, a una sessualità altrimenti spersonalizzata e spersonalizzante.