Processo Cappato-Welby, cronache dal Tribunale di Massa

Pubblicato il 29/07/2020 Autore/Fonte: Marcello Protto Visite: 109
IncrFont Stampa Facebook Twitter

L’udienza di discussione l’altro ieri presso la Corte d’Assise di Massa nel processo che vedeva imputati Marco Cappato e la nata bolzanina Mina Welby (Wilhelmine Schett ved. di Piergiorgio Welby) accusati ex art. 580 del vigente codice penale, ed in concorso ex art. 110 C.P., di aiuto al suicidio di Davide Trentini, entrambi rei confessi come pienamente acclarato nelle precedenti udienze dibattimentali, si è, un po’ a sorpresa, trasformata in un’udienza con rapida assoluzione, con camera di consiglio abbastanza breve.

Gli avvocati di Cappato e Mina Welby non hanno sollevato direttamente l’eccezione di costituzionalità relativo all’articolo del codice penale (vedere box sulla Corte costituzionale e sull’iter processuale su La Croce del 27/7/2020), ma hanno chiesto, per bocca dell’avv. Filomena Gallo, segretario nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, che la Corte di Assise, nel caso non decidesse per l’assoluzione “per non aver commesso il fatto”, in subordine ponesse la questione della legittimità costituzionale.

Malato di sclerosi multipla fin dal 1993, Trentini, visto il progressivo peggioramento delle proprie condizioni di salute, indebolito psicologicamente e probabilmente con una “Weltanschauung” che non considera comunque vita e un valore anche quella caratterizzata dalle gravi limitazioni di una malattia invalidante, si era rivolto agli imputati per essere aiutato a portare a termine la procedura di suicidio assistito nella clinica “Life Circle” di BielBenken nella Svizzera tedesca. Mina Welby non solo svolse le pratiche interfacciandosi con la clinica elvetica ed esercitando anche la funzione di interprete, ma materialmente accompagnò Davide Trentini; Cappato invece, - che non varcò la frontiera a differenza di quanto avvenuto nel recente caso di Dj Fabo (Fabiano Antoniani), morto il 27 febbraio 2017 - aveva raccolto, attraverso l’associazione SOS Eutanasia di cui fanno parte sia lui sia la Welby, i poco più di mille euro mancanti per pagare la clinica mortifera.

Rispetto al processo per aiuto al suicidio riguardante Dj Fabo, qui il caso tuttavia si presentava diverso, in quanto Trentini non era tenuto in vita da macchine salvavita, in realtà non continuativamente neanche in favore di Fabiano Antoniani. Il barista di Massa infatti per molti anni aveva condotto una vita quasi normale, nonostante la malattia che non conosce terapia risolutiva, ma solo cure sintomatiche, con necessità solo negli ultimi anni di assunzione di farmaci antidolorifici, sempre più potenti, fino al consumo di oppiacei e morfina. A causa del rallentamento e poi del blocco della motilità dell’intestino, Trentini era stato costretto, a un certo punto, a fruire di pratiche infermieristiche, che poi la madre stessa aveva appreso e praticato egregiamente, come quasi sempre accade in questi casi da parte dei “caregiver”, sia all’interno della famiglia sia esterni.

Questo aspetto è fondamentale, poiché è alla base della richiesta della difesa di Cappato di adire la Corte costituzionale, equiparando il caso della dipendenza da farmaci (e quale malato cronico non dipende dai farmaci?) e dalle pratiche infermieristiche, a quello dalle macchine di sostegno vitale.

L’udienza è cominciata con la richiesta preliminare dell’accusa, incarnata dal dott. Marco Mansi, di avvalersi dell’art. 507 del codice di procedura penale, che consente al giudice, una volta chiuso il dibattimento, quella fase del processo penale deputato all’assunzione delle prove, documentali o testimoniali, “se risulta assolutamente necessario, di disporre anche d’ufficio l’assunzione di nuovi mezzi di prova”. La ragione di questa richiesta è stata argomentata dal PM con un ripensamento sulla perizia di parte del dott. Mario Riccio, l’anestesista dirigente medico presso il reparto di anestesia e rianimazione de l’Ospedale di Cremona che è, tra gli altri incarichi, componente del Consiglio generale dell’ Associazione “Luca Coscioni” di Roma e del Consiglio direttivo della Consulta di bioetica di Milano, audito nell’udienza precedente dell’8 febbraio. Secondo il dott. Mansi, che inizialmente giudicava sufficienti le prove fornite nel dibattimento anteriormente all’audizione del consulente tecnico di parte (CTP), la mancata precisazione da parte del CTP dei modi con cui si rimediava meccanicamente alla ridotta motilità intestinale del Trentini, il fatto che dalle testimonianze della mamma e fidanzata di Trentini, non si sia mai chiaramente parlato di queste pratiche, come pure che le affermazioni del CTP fossero basate su quanto egli avesse sentito in telefonate con la mamma di Trentini e il Trentini stesso, e quindi non più verificabili con delle registrazioni o comunque con dei documenti medici, si rendeva necessaria un’ acquisizione supplementare di prove. La Corte di Assise, però ritiratasi in camera di consiglio per un’ora e quarantacinque minuti, alla fine decideva di non dare riscontro alla triplice richiesta del PM: 1) l’acquisizione di una consulenza tecnica d’ufficio (CTU) per verificare le effettive condizioni di salute di Trentini, 2) in subordine l’audizione degli infermieri dell’ASL che lo curavano; 3) in ulteriore subordine l’acquisizione delle altre sommarie informazioni tramite la polizia giudiziaria relativa ai due infermieri che accompagnarono Trentini da Massa alla Svizzera il 12 aprile 2017. La strategia accusatoria del PM puntava a chiarire questo aspetto fondamentale della supposta dipendenza dalle pratiche evacuatorie, cosa che sostanzialmente il dott. Mansi ha poi messo in forte dubbio durante la sua requisitoria, addirittura se esse fossero effettivamente salvavita. Ricordo che una conseguenza della malattia è la perdita progressiva, nello stadio avanzato, delle funzioni motorie e gestuali, fino ad arrivare a non controllare e distinguere gli stimoli della funzione intestinale e renale. Il dott. Riccio infatti non ha mai specificato in che cosa consistessero queste pratiche meccaniche per la evacuazione intestinale, se in massaggi, se in clisteri, farmaci o altro. Infatti né dalla testimonianza della fidanzata di Trentini né da quella della mamma, la sig.ra Anna Maria Massetti, come pure nemmeno dalle deposizioni degli imputati, si evinceva alcunché su queste pratiche. Il PM ha anche rilevato lacune nella perizia di parte relativa all’uso dei farmaci palliativi: il dott. Mondello, cui Trentini si era rivolto, era un terapista del dolore, e lo stesso dott. Riccio ha affermato all’udienza scorsa che “Trentini stava entrando in un percorso di cure palliative”.

Il PM ha poi fatto affermazioni che è un po’ insolito sentire in chi rappresenta l’accusa, in vece dei cittadini, cioè sostanzialmente che gli imputati erano animati da “nobili intenzioni...che hanno agito nell’interesse di Davide Trentini”. Preciso però, a onore del vero e per spirito di completezza, che il ruolo del PM nel processo penale non si limita all’accusa sempre e comunque, ma, occorrendone i presupposti e dopo attenta verifica dei fatti, potrebbero anche darsi dei casi in cui egli stesso chieda l’assoluzione degli imputati. Tuttavia da parte dell’Accusa è emersa una comprensione di alcune motivazioni degli imputati, ma non il riconoscimento che la condotta fosse penalmente irrilevante, anche alla luce dei famosi “paletti” posti dalla Corte Costituzionale in ragione dell’analisi delle condizioni psicologiche del povero Trentini, il quale non poteva non essere fortemente depresso, proprio per la presenza di una grave malattia invalidante e di dolori difficilmente controllabili negli ultimi anni. Egli non era curato e seguito dal punto di vista psicologico e dunque non era impossibile che qualcuno approfittasse di questa prostrazione, situazione che la stessa sentenza della Corte costituzionale a suo tempo aveva voluto evitare, affermando che è giusto che permanga nell’ordinamento il reato di istigazione e aiuto al suicidio.

Invero la scelta del PM di non chiedere la perizia di un Consulente tecnico di ufficio (CTU), che in astratto deve essere decisa dalla Corte, e solitamente viene concessa, soprattutto evidentemente se è già stata chiesta e concessa una consulenza di parte, ha ingenerato nei giornalisti delle testate locali più di un dubbio e molto stupore, che già erano stati espressi nelle domande del dott. Mansi al dott. Riccio nell’ultima udienza, quella dell’8 luglio 2020. In quella occasione infatti il PM aveva controesaminato il perito di parte, sollevando alcune perplessità poi espresse ulteriormente nell’arringa di oggi. Sarebbe stato quello il momento di chiedere la CTU, non invocare dopo l’uso dell’art. 507 del codice di procedura penale, che gli operatori del diritto sanno bene ha carattere eccezionale e si presta facilmente a un rigetto del collegio giudicante o di giudici monocratici.

Io personalmente, insieme alla giornalista de La Nazione, ho manifestato lo stupore già sorto all’udienza dell’8 luglio al dott. Mansi, nel mentre che la Corte decideva sulla sua istanza.

Singolare poi nella requisitoria è stata l’affermazione che egli non credeva all’uso strumentale di questo caso da parte degli imputati per forzare la mano del Parlamento, da Cappato in particolare accusato di non discutere mai la proposta di legge dei radicali di riconoscimento dell’eutanasia.Ecco le affermazioni precise:”Non mi sento di dire c’è un disegno politico, io su queste cose non ci voglio neanche entrare”

In ogni caso, almeno formalmente il PM ha poi chiesto la condanna degli imputati alla pena dei anni tre e mesi quattro, concedendo tutte le attenuanti.

È seguita poi la breve arringa dell’avv. Gian Domenico Caiazza, presidente delle Camere penali , il quale sorprendentemente non solo ha affermato la penale responsabilità degli imputati, ma detto che “gli imputati che hanno concepito questa iniziativa fin dall’inizio con il dichiarato fine di assumersene la responsabilità di fronte al proprio giudice per disobbedienza civile... con l’obiettivo di modificare l’assetto normativo”, smentendo il PM in modo plateale. “Noi oggi siamo qui a celebrare il secondo tempo di un ‘iniziativa che è nata con la vicenda milanese (Processo Cappato/Dj Fabo, nota mia)“. Il difensore ha rifiutato con forza l’interpretazione data dal PM, cioè che la responsabilità sia molto annacquata dai fini della pietà omicida. Ha poi fatto leva sul concetto che la eliminazione della responsabilità penale nell’aiuto al suicidio, concesso a certe condizioni dalla Corte Costuzionale, sia “una crescita di libertà , il rafforzamento dei vostri diritti, dei nostri, siamo piu’ liberi di prima...più tutelati nella nostra dignità.” Al proposito debbo fare una digressione su questa concezione della dignità della vita, in assenza di piena salute, per acclarare la primazia della dignità della vita sulla qualità della vita.

Per gli imputati non v’è dubbio che uno dei criteri ispiratori della loro condotta illegale è la considerazione che la dignità della vita non può essere tutelata se non rispetta standard di qualità soggettivamente accettabili. Se iscriviamo la loro condotta passata nella prospettiva futura, da loro per il momento politicamente accantonata in attesa di compiere poi un’ulteriore passo verso la liberalizzazione del suicidio assistito in qualsiasi situazione l’uomo si trovi, non posso non analizzare alcuni dei presupposti antropologici che stanno alla base di una simile concezione. Il primo è la riduzione dell’uomo a specie animale, solamente un po’ più evoluta. Ciò è in contrasto col senso comune, perché trascura come “quantité negligeable” caratteristiche dell’essere umano che lo rendono infinitamente superiore agli animali: l’ampiezza della ragione e della capacità di comunicare non solo emozioni ma concetti astratti, lo stadio eretto, l’apertura della ragione al dominio degli impulsi primari e alla loro sottomissione alla sfera morale, il fatto che l’uomo sia capace di Dio o comunque orientato ad una dimensione verticale e spirituale. Gli impulsi biologici nell’uomo possono essere facilmente arrestati, inibiti o talvolta sublimati, non così nell’animale, che pretende di soddisfarli in ogni caso. Ne consegue che se l’uomo non è un essere superiore ontologicamente all’animale, irriducibile al dato biologico, allora per questo nuovo paradigma la vita vale nella misura in cui da essa l’uomo tragga stati mentali gratificanti o rimuova quelli dolorosi in relazione a condizioni di vita penose e difficili.

Esistono due criteri diversi per definire la qualità della vita, una più connotata sul versante soggettivo, l’altra su quello oggettivo. Il primo è stato elaborato da un gruppo di lavoro dell’Organizzazione mondiale della Sanità (O.M.S.) nel 1995, secondo cui la qualità della vita risulta dall’insieme delle percezioni individuali nel contesto dei sistemi di valore e culturali in cui ciascuno vive e in rapporto con le proprie mete, aspettative, interessi e standard. Il secondo, più oggettivo, permette di riscontrare una serie di “indicatori di umanità”, da cui si ricaverebbero giudizi appropriati sulla qualità della vita. Qualcuno ha identificato alcuni di questi criteri nella capacità intellettiva, anche minima, nell’autocoscienza del soggetto orientato nel tempo e nello spazio e nell’esplicazione delle funzioni cerebrali neocorticali. Questi criteri hanno certamente un’utilità in campo descrittivo, ma diventano inservibili e anzi perniciosi se adottati sul piano etico e giuridico. Il primo criterio è talmente vago e soggettivo, che è giuridicamente inadatto a fondare una certezza normativa, neanche nel caso si ammetta un relativismo estremo, dato che la norma deve sempre essere caratterizzata dalla generalità di applicazione. Se si considera che il mondo contemporaneo è dominato da concezioni della qualità della vita, indotte da interessate istanze del potere politico, economico e finanziario, che oramai è diventato ipertrofico nei nostri sistemi sociali e giuridici, che si estende con propaggini tentacolari nel campo dello spettacolo, della mediasfera e websfera, non può non venire alla mente quanto scrisse S. Giovanni Paolo II, nell’enciclica “Evangelium vitae”, al n. 23: “La cosiddetta qualità della vita è interpretata in modo prevalente o esclusivo come efficienza economica, consumismo disordinato, bellezza e godibilità della vita fisica, trascurando le dimensioni più profonde – relazionali, spirituali religiose – dell’esistenza”. Se invece si adottano gli indicatori di umanità di cui sopra, che sono diventati quasi normativi per una certa parte del “mainstream” culturale, non si può non temere per quei milioni di esseri umani nel mondo  anziani con malattie degenerative del sistema nervoso più o meno gravi o colpiti da ictus, persone in coma o in stato vegetativo di lunga durata, pazienti con diagnosi infausta di tumore, etc – si aprirebbe un danno incalcolabile alla tranquillità e pace sociale di tutti. Anche per via di questi parametri che non riconoscono la dignità della persona umana, si otterrebbe una palese violazione dell’art. 3 della Costituzione che afferma che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” con il dovere correlativo della Repubblica di rimuovere gli ostacoli per garantire l’uguaglianza, quindi anche concretamente assicurando le necessarie terapie e pratiche infermieristiche. Infatti nel corso del dibattimento era venuto fuori, a riprova di come siamo molto lontani da una situazione accettabile, che Trentini era caduto cinque volte in casa, con frattura delle costole, e questo significa, che nonostante tutti gli indubitabili sforzi della famiglia e dell’A.S.L. le cure palliative e il sostegno alla persona non erano sufficienti.

La nostra Costituzione prevede anche dei doveri di solidarietà sociale a carico dei cittadini: lo enuncia la seconda parte del già citato art. 2, quello sul riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo, nell’espressione: “...la Repubblica... richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, il che significa che non sono ammesse scorciatoie eutanasiche per non impegnarsi nel miglioramento delle condizioni di vita, anche dei membri più sofferenti della società.

Sul punto può essere utile trascrivere una risposta di Lucien Israel, oncologo francese laico e non credente con una lunga esperienza nella cura dei malati di cancro, nel libro intervista redatto insieme a Elisabeth Lévy, “Contro l’eutanasia”, tradotto nel 2002 da Lindau editore. L’intervistatrice chiede: “E tuttavia, vi sono dei casi di malati che hanno dichiarato davanti alle telecamere che non potevano più sopportare la loro esistenza: ora, questi malati non erano fisicamente in grado di suicidarsi. Non erano forse legittimati a sentirsi vittime di una discriminazione sulla libertà di morire?”. La risposta del medico è: “ Ho troppi esempi contrari per non pensare che gli individui di cui lei parla siano stati costretti alla disperazione, magari per un trattamento inadeguato del dolore fisico o mentale, o per entrambe le cose, o ancora per l’indifferenza del personale medico e la sua mancanza di compassione: in breve per il fatto di essere stati trattati come se non facessero più parte della comunità umana. In base alla mia esperienza, anche in questi casi, se la comunità medica e paramedica cambia atteggiamento, i pazienti riescono a riguadagnare la loro pace interiore, se non addirittura la speranza, e a rinunciare alla loro richiesta iniziale.”