Pupi Avati e la nostalgia del padre

15/06/2020 - Mirko de Carli
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ll grande regista parla con noi dei sensi di colpa per essersi lasciato sottrarre i figli dal lavoro, ma pure del dilagare della dittatura del relativismo e dei suoi ricordi d’infanzia. Trova però consolante vedere il lento recupero della “cultura contadina”. «La bellezza è indistruttibile», dice.

Pupi Avati, Lei ha dichiarato che decise di fare il regista dopo aver visto e mezzo di Federico Fellini, perché Otto vedendo quel capolavoro capì che il cinema poteva raccontare la vita (tutta quanta) e non era solo la messinscena di un duello tra cowboy e indiani o l’inseguimento di un gangster da parte della polizia».

Che cosa significa, per Lei, raccontare la vita in un film?


Io vidi in quel film la possibilità di raccontare se stessi, nella parte che riguarda la vicenda umana, sociale, familiare. Ma soprattutto la parte più segreta, più intima di se stessi. Non avevo mai immaginato che il cinema potesse diventare lo strumento che simultaneamente potesse raccontare il di fuori e il di dentro dell’essere umano. Questo lo ha dimostrato Otto e mezzo.

Bologna, la città in cui è nato, ha segnato diversi passaggi della sua produzione cinematografica. Che ricordi ha della sua vita in famiglia, in particolare del rapporto con suo padre, nei confronti del quale lei dichiara di aver sempre sofferto di inferiorità, di sentirsi inadeguato. Che esperienza di paternità porta con se?

Mio padre è stato una figura mitica, irraggiungibile e molto intimidente. Una figura con cui ho vissuto i primi dodici anni della mia vita perché dopo, purtroppo, a causa di un incidente è morto e la mia avventura paterna è diventata un disastro. Da ragazzino, essendo mio padre un essere umano molto speciale perché bello e molto colto, antiquario, elegante, piaceva moltissimo a tutti, suonava il pianoforte, componeva musica... insomma aveva una serie di elementi per i quali pensavo che non ce l’avrei mai fatta a diventare come lui. Quando poi io mi sono trovato a essere genitore, a essere tu per tu con un figlio, questo problema me lo sono posto perché colpevolmente ho guardato la vicenda molto dall’esterno. Erano gli anni in cui i miei bambini in cui erano piccoli e anche io ero piccolo, in senso cinematografico, perché cominciavo allora a trovare una mia visibilità, delle opportunità. Tenga conto che la carriera cinematografica è una delle carriere più complicate, più difficili e pensi che quando parlo del mio mestiere parlo di un mestiere molto vicino a quello del gioco d’azzardo, quindi molto legato alla fortuna, ad eventi che non puoi neppure preordinare. Per questo motivo, in quegli anni, sono stato un genitore, un padre molto assente che ha lasciato a sua moglie, che è stata straordinaria in questo, il compito di educare i figli. Adesso che sono anziano comincio ad avvertire questi sensi di colpa e non sarà un caso che dedico molto dei film alla figura paterna.

Lei ha recentemente partecipato alla serata organizatta da Centro Culturale Ruah action e Civiltà dell’amore dal titolo “La figura del padre nel cinema e nell’arte”. Lei ha dichiarato che «da qualche tempo sta mettendo in atto una riflessione sulla figura paterna avvertendo che, nel corso degli anni, si è andata sempre più sbiadendo»: può illustrarci meglio questo sua analisi e le conseguenze che vede nel ridimensionamento contemporaneo della figura paterna?

Non si sta sbiadendo solo la figura paterna ma si stanno deresponsabilizzando tutti quei luoghi che facevano della famiglia un punto di riferimento e di rassicurazione nell’educazione di un figlio, perché il bambino guardava nel contesto familiare e trovava i modelli ai quali avrebbe ispirato la propria vicenda umana, soprattutto nelle figure paterne. Adesso è evidente che con il disgregarsi del contesto famigliare, con la confusione che c’è nell’interpretazione dei ruoli stessi, dove molto spesso i ruoli paterni vengono interpretati dalla madre, si è verificata una involuzione molto dannosa. Poi sono venuti a mancare sia i legami orizzontali (i fratelli) che figure come gli zii, i cugini e quindi, a causa di questo fenomeno del decremento demografico, il bambino cresce da solo. Il padre, quando è presente, è una figura spesso poco visibile perché è impegnato in altri fronti (molto spesso è anche assente perché all’età del figlio di cinque o sei anni esce dal rapporto coniugale per via di una separazione e subentra nel proprio ruolo la madre). Insomma parliamo di conseguenze dirette di quel relativismo al quale alludeva Papa Benedetto XVI quando salì al soglio pontificio.

Nei suoi film si riflette il suo forte ancoraggio a quella che lei definisce “cultura contadina” che fa parte delle sue origini e della sua famiglia. Oggi che viviamo in una società dove la tradizione e il legame con la comunità (e con la sua cellula fondante: la famiglia) vengono sempre meno, cosa potrebbe dire la “cultura contadina” della sua gioventù a due giovani che vogliono costruire un futuro buono per se, e per i propri figli, come famiglia?


Credo che stia già avvenendo, che ci sia un fenomeno di residuiscenza. Io vedo che molto spesso i giovani, delusi dalla metropoli e dalla città, ritornano sui loro passi e riprendono in mano le loro origini familiari. I dati dell’Istat lo certificano. Si ricredono su quella che è stata la grande diffidenza prodotta dalla cultura contadina e dalla campagna stessa. Sono molti i giovani che ripensano di tornare in campagna e di andare oltre a quelle che sono ormai le condizioni difficili, dolorose e omologanti che offre la cultura occidentale dominante. La cultura contadina, che è la cultura dei secoli e dei millenni, ha avuto la responsabilità di creare problemi come quelli di dover vivere in una famiglia patriarcale e quindi allargata. Certamente non era semplice ma allo stesso tempo permetteva a un ragazzino di scegliersi un interlocutore a cui raccontare il proprio rammarico. Adesso vediamo invece famiglie “asfittiche” cioè composte da due genitori che sono due figure languide come sono quelle del padre e della madre di oggi. E sono stato generoso nel definirla così.

In conclusione: Dostoevskij chiede «quale bellezza salverà il mondo?»... E lei come sente questa domanda oggi?


È rimasta irrimediabilmente vera perché la bellezza è un elemento della qualità dei rapporti, non è soltanto un fatto estetico, anche se esteticamente ha la sua importanza, il suo valore. La bellezza sta nella bellezza della vita stessa, della ricerca umana di infinito, nel suo rapportarsi con gli altri. Nella riconoscenza quindi, nel vedere attorno a se un universo di cose e di persone che, malgrado stiamo facendo di tutto per peggiorarlo e precipitarlo nel baratro, resta meraviglioso. Credo che l’uomo non ce la farà mai a distruggere la bellezza.

Fonte: La Croce Quotidiano