Quel cattolicesimo ideologico

29/09/2020 - D.Leonardi
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AAA cerchiamo braccia e cuore, astenersi perditempo!

Carissimo/a, cerchiamo collaborazioni in tutta Italia per fondare nuovi circoli del Popolo della Famiglia. Il Popolo della Famiglia è un soggetto politico aconfessionale e valoriale, di ispirazione cristiana aperto a tutti quelli che condividono il suo programma in difesa dei valori “non negoziabili”: il diritto alla vita; il diritto dei figli ad avere un padre e una madre; la dignità della persona, del lavoro e la sussidiarietà. Se condividi i nostri ideali e se vuoi aiutarci a difenderli, ti invitiamo a contattarci tramite questa pagina. Grazie.

Il 17 maggio 1981 avevo, ancora per poco, soltanto 18 anni. Votavo per la prima volta. Non furono elezioni politiche o amministrative ma un referendum. Quello sull’aborto e sulla legge 194, che lo aveva reso lecito e finanziato dallo stato. Nonostante i recenti tentativi di cambiamento, il vizio un po’ ipocrita di non chiamare le leggi (e le cose) con il loro nome è piuttosto antico: «Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza». Cosi si chiamava e così si chiama ancora quel provvedimento. Il gioco di prestigio verbale mette in primo piano un valore indiscusso e un programma da tutti condivisibile, quale la “tutela della maternità”, mentre per indicare un’azione da sempre percepita nella coscienza comune come abietta ed esecrabile, usa una perifrasi costruita con parole in se stesse innocenti: gravidanza - volontà - interruzione. Una coraggiosa schiettezza, senza “laici” bigottismi, avrebbe dovuto preferire la denominazione più precisa e più “onesta”, che sarebbe stata: «Norme che regolano l’aborto volontario e il suo pubblico sovvenzionamento». Un vizio, dicevamo, piuttosto antico ma di grande attualità oggi, in contesto simile, se alcuni recenti provvedimenti “in itinere” chiamano “prevenzione contro la discriminazione” la volontà di propagandare il gender nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, oppure “unione civile” e “stepchild adoption”, il matrimonio omosessuale e l’adozione di bambini (anche con la pratica dell’utero in affitto), per i contraenti dell’unione.

Ma torniamo a 1978. Il risultato di quel referendum fu disastroso. Il fronte favorevole all’aborto prevalse con il 68% dei votanti. Al mio primo voto incassai una sconfitta tremenda. Non credo che nessuno potesse all’epoca immaginare una simile debacle. In realtà, sia pure con l’inesperienza della gioventù, una qualche percezione del pericolo io l’avevo avuta. Avevo già assistito al solito rito, che da allora mi è diventato insopportabile, di chi, quasi sempre per calcolo personale, cominciava a distinguere fra dimensione privata e dimensione pubblica, fra apertura al dialogo e scontro con la “modernità”. Come se in nome di un qualsivoglia articolato “ragionamento” potesse diventare accettabile per legge sopprimere ciò che la scienza da sempre definisce come “vita umana”. Ad alcuni cattolici, specie a quelli dialoganti, non bastava che la costituzione conciliare “Gaudium et Spes” dicesse che “l’aborto come l’infanticidio sono abominevoli delitti”... A queste divisioni interne si aggiunse un’abilissima campagna stampa, orchestrata magistralmente dai radicali e sostenuta dal PCI, smanioso di cavalcare questa nuova prova di forza con la DC, tutta impostata sui casi limite: ora speculando sulle povere donne oggetto di violenza, ora gonfiando ad arte il fenomeno degli aborti clandestini, ora con il ridicolo argomento secondo il quale, negando l’aborto di stato in Italia, si favorivano le donne “ricche” che potevano permettersi di andare ad abortire all’estero. In tutta questa campagna, ben pochi ragionavano, oggettivamente, sulla cancellazione di ogni diritto per il bambino, sul dramma e sulle tremende conseguenze che l’aborto provoca sulle donne, a livello psicologico e talvolta anche nel loro corpo, anche a prezzo della loro stessa vita....

È quasi impossibile non scorgere in quell’esperienza, le numerose analogie con i nostri giorni. A proposito di famiglia e della sua tutela, basterebbe leggere il commento del cattolico professor Melloni, pubblicato il 19 giugno sul Corriere della Sera, per cogliere tutte le sfumature di un ragionamento, ancora una volta, strumentale. Non alla difesa di ciò è veramente essenziale allo sviluppo di una società ma piuttosto al portare acqua a quello che si ritiene il proprio “schieramento”. Di fronte al tentativo di una maggioranza silenziosa di italiani di far valere le proprie opinioni per la tutela della famiglia, come la Costituzione vuole, anche attraverso il ricorso alla manifestazione di piazza, ecco il prospettare scenari di convenienze politiche di parte, di trame “contro”. Contro la Chiesa, contro il segretario della Cei Galantino, perfino contro il Papa, che pure invece della bellezza e dell’importanza della famiglia (e del pericolo che il gender rappresenta per essa) parla in continuazione.... Il professore è un illustre e apprezzato studioso di storia del Cristianesimo. Forse, azzardiamo, la sua lettura di questo fenomeno non è lucidissima, anche perché, ipotizziamo, parte dal presupposto che ci sia un perpetuo dinamismo progressisti-conservatori anche nel modo di guardare alla realtà, usando la ragione.

Eppure il discrimine fra giusto e sbagliato passa sempre per la ragione. Se lo si dimentica si sbaglia quasi sempre. Le grandi ideologie sono forse tramontate ma l’ideologismo che piega la realtà agli interessi di parte è sempre in agguato.

Nel 1981 avevo terminato il secondo liceo classico e mi ero innamorato dei sonetti romaneschi di G.G. Belli, forse il più famoso poeta dialettale italiano. Uno di essi è dedicato alla famiglia e – come spesso accade alla poesia - rappresenta una lezione universale. Si tratta de “ La famija poverella”: 

Quiete, crature mie, stateve quiete:

sì, fiji, zitti, ché mommò vviè Ttata.

Oh Vvergine der Pianto addolorata,

provedeteme voi che lo potete.

Nò, vviscere mie care, non piaggnete:

nun me fate morì ccusì accorata.

Lui quarche ccosa l’averà abbuscata,

e ppijjeremo er pane, e mmagnerete.

Se ccapìssivo er bene che vve vojjo!...

Che ddichi, Peppe? nun vòi stà a lo scuro?

Fijjo, com’ho da fà ssi non c’è ojjo?

E ttu, Llalla, che hai? Povera Lalla,

hai freddo? Ebbè, nnun méttete lì ar muro

viè in braccio a mmamma tua che tt’ariscalla.

In quel verso “e ppijjeremo er pane, e mmagnerete” è condensato tutto il succo dell’amore e della dedizione di quella mamma e quel papà (Ttata) per i propri figlioli. Una dedizione che spinge a mettere al primo posto il loro bene piuttosto che il desiderio, sia pure legittimo, di riempire un po’ lo stomaco dopo un giorno di fatica e di stenti. Forse oggi dobbiamo rimettere in ordine le priorità di tanti adulti che hanno perso la capacità di guardare agli altri e si concentrano solo su se stessi immaginando di essere loro soltanto depositari di diritti.

Per fortuna, non siamo come nel 1981. Non abbiamo davanti una legge da abrogare. Siamo ancora in condizione di far sentire la nostra voce. Il rischio di ricadere in errori già visti è reale. Speriamo tutti insieme, da cittadini consapevoli, di essere il vaccino che difenda il nostro paese da una malattia che mira a colpire i più deboli: i nostri figli.

Fonte: La Croce Quotidiano