Riflessioni filosofiche sull’eutanasia alla tedesca

Pubblicato il 28/06/2020 Autore/Fonte: E. Fumaneri Visite: 122
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I difensori della “dolce morte” come i difensori del dovere di prolungare l’esistenza – ha scritto Robert Spaemann – condividono la medesima prospettiva per cui anche negli estremi stadi della vita occorre sempre fare qualcosa (dare la vita o la morte) che spossessa abusivamente l’uomo dell’atto di morire». Invano si sperava che la fresca cicatrice lasciata all’umanità dai totalitarismi l’avesse vaccinata dal desiderio di dissoluzione.

Parlare di eutanasia, in Austria, significa soffiare su ferite aperte, vuol dire toccare nervi scoperti. È ancora vivoil ricordo dell’Aktion T4, il programma di eutanasia nazista per la soppressione dei malati. E il più attivo tra i centri di sterminio si trovava proprio in Austria, presso il castello di Hartheim (Linz) dove nel biennio 1940-1941 trovarono la morte più di 18.000 persone. Senza dimenticare che nel 2011 ad Hall (Tirolo) sono stati rinvenuti i corpi di altre 200 vittime dell’eutanasia praticata dai nazisti.

Il consiglio, da parte della commissione di bioetica, di depenalizzare in alcune circostanze il suicidio assistito non poteva perciò che innescare vivaci reazioni. Come quella della quarantacinquenne filosofa Susanne Kummer, membro dell’Istituto di Antropologia Medica e Bioetica (IMABE).

Intervistata dal quotidiano “Wiener Zeitung”, la Kummer si è detta piuttosto critica sulla discussione, perché l’Austria non ha fatto interamente il suo dovere nel campo delle cure palliative e ospedaliere (la commissione d’inchiesta parlamentare sul fine vita attesta infatti che il fabbisogno nazionale è assicurato solo per il 50%). “Piuttosto abbiamo bisogno”, dice la filosofa, “di una nuova cultura del morire”. La Kummer boccia decisamente ogni ipotesi di liberalizzazione del suicidio assistito: “La risposta sociale alla depressione e alla disperazione non può essere il sostegno al suicidio”. È alquanto contraddittorio, dice, investire nella prevenzione dei suicidi e al tempo stesso decriminalizzare il suicidio assistito. La figura del medico verrebbe sfigurata qualora dovesse includere, tra le proprio prestazioni professionali, quella di dispensare la morte o di prestare assistenza al suicidio dei propri pazienti. “Un uomo vulnerabile al suicidio vorrebbe sottrarsi al dolore, non alla vita. La persona non vorrebbe non vivere, ma piuttosto vivere diversamente”. Verrebbe così a cadere la funzione di tutela della legge.

L’esempio di altri paesi mostra le conseguenze dell’abolizione del divieto di uccidere. In Svizzera esistono già associazioni (Exit, Suizidhilfe, Dignitas, Lifecircle-Eternal Spirit) che non soltanto si battono per il diritto di autodeterminazione. Fanno di più: si tratta di autentiche società di intermediazione tra l’uomo e la morte (Dignitas e Lifecircle-Eternal Spirit accolgono anche le richieste da parte di cittadini stranieri). Exit, che ha sede a Zurigo e oltre ottantamila soci nella sola Svizzera tedesca, per la modica cifra di 45 franchi annui (poco più che 43 euro) offre infatti vari servizi di consulenza ad hoc. Tra questi, Exit annovera anche la possibilità di essere “accompagnati” verso la morte. È un’attività in crescita: nel 2014 l’organizzazione con sede a Zurigo ha prestato assistenza al suicidio di 583 persone, 124 in più rispetto al 2013. Sempre nello stesso anno Exit ha ricevuto oltre 2.500 richieste di suicidio assistito. Una crescita del 21% rispetto al 2013 che si spiega, secondo i dirigenti dell’associazione, con la tumultuosa crescita delle adesioni. Nel 2013 si sono aggiunti infatti 13.500 nuovi soci: un record per Exit, che spiega l’incremento con l’aumentata copertura mediatica delle proprie iniziative. Il trend è lievitato anche in Olanda, dove nel 2014 sono state eutanasizzate 4.829 persone, con un aumento del 15% nei confronti del 2012. L’alleanza medico-paziente così si snatura, osserva Susanne Kummer, che accenna al “numero oscuro” (cioè non contabilizzato dalle statistiche) delle eutanasie somministrate clandestinamente in Olanda. Nel 1996 il “New England Journal of Medicine” pubblicò uno studio dal quale risultava che il 23% dei medici intervistati aveva posto termine alla vita di un paziente senza una esplicita richiesta da parte del malato.

C’è da temere il rischio di una alleanza tra burocrazia “creativa” e cultura dello scarto dei malati. In Oregon, ricorda la bioeticista austriaca, c’è stato un caso clamoroso nel 2009, quando a due donne malate di cancro, Randy Stroup e Barbara Wagner, viene negata una costosa chemioterapia poiché dispongono soltanto del Medicaid, l’assicurazione federale che fornisce aiuti per le classi a basso reddito. Come alternativa viene loro offerta soltanto la copertura delle spese per il suicidio assistito. Il via libera per la chemio arriva soltanto quando questa vicenda kakfiana, portata a conoscenza della stampa, finisce per assumere una spiccata rilevanza mediatica. Ma per una delle due donne èa già troppo tardi. Nel frattempo, infatti, Barbara Wagner è morta.

“Si parla sempre di autodeterminazione del fine vita”, sbotta la Kummer, ma “proprio attraverso il rilassamento delle leggi lo Stato si siede sul letto di morte per mettersi a controllare per mezzo della burocrazia”. È più opportuno invece, accanto allo sviluppo della medicina palliativa, investire maggiormente nella formazione medica (uno studio riporta un dato preoccupante per la Germania, ma estendibile anche all’Austria, per cui solo il 6% dei medici intervistati dice di sentirsi preparato al contatto quotidiano coi pazienti terminali). A queste parole fa eco il direttore dell’IMABE, il dottor Johannes Bonelli, che opera nei reparti di medicina intensiva. “Ciò di cui abbiamo bisogno”, sostiene Bonelli, “è una nuova cultura del morire e di gestione del dolore. Una tale cultura non può consistere nel reclamare la morte come prestazione professionale. Perché in questo caso la cultura del morire si converte in una cultura della morte”.

La viennese Sigrid Pilz, difensore dei diritti del malato (una sorta di difensore civico nel settore della sanità), trova al contrario “ragionevole” la richiesta di depenalizzare il suicidio assistito. Commenta invece sarcastica le raccomandazioni della commissione parlamentare d’inchiesta, che richiede un maggiore sforzo nel campo della medicina palliativa. È sua opinione che nella prassi, nonostante gli auspici, cambierà poco. Non c’è reale volontà, dice, di investire nel settore. E questo tanto a livello ministeriale che delle regioni, dove non sono previsti finanziamenti. Il rischio è dunque di arrestarsi al semplice flatus vocis. Ad ogni modo, sostiene la Pilz, investire sulle cure palliative non arresterà la discussione sul tema del suicidio assistito.

Merita di essere segnalata anche una istruttiva intervista a Rudolf Likar, primario del reparto di medicina intensiva e palliativa a Klagenfurt, il capoluogo della Carinzia. Il dottor Likar può vantare ormai una vasta esperienza clinica maturata sul campo attraverso un contatto quotidiano con la sofferenza umana. Ha avuto in cura almeno tremila pazienti e tra questi, racconta, soltanto due hanno manifestato la volontà di farla finita. In situazioni così estreme, dice, dove gli uomini sono coinvolti in un faccia a faccia con la morte, le valutazioni non sono più le stesse fatte da uomini sani, nel pieno del loro vigore fisico. E anche la fredda contabilità dei numeri, giocoforza, deve rendere omaggio a questo realtà della vita.

Bisogna aggiungere che il primo dei due aspiranti suicidi, osserva il dottore esperto nell’accompagnamento dei malati terminali, ha deciso infine di rinunciare all’eutanasia. Dopo essersi consultato coi medici si è persuaso che i sintomi dolorosi di cui temeva l’insorgenza potessero essere alleviati dalle cure palliative (come in effetti sarebbe avvenuto). Solo il secondo avrebbe optato per il suicidio assistito in Svizzera. “La nostra attività di palliative care – afferma il primario – è la risposta alle ansie degli aspiranti al suicidio”.

Ha fatto sentire la sua voce, ricorda il portale Kath.Net, anche il prestigioso filosofo Robert Spaemann. Il suo intervento sul foglio amburghese “Die Zeit” ha avuto grande eco anche nella vicina Austria. Classe 1927, ancora capace, alla veneranda età di 88 anni, di argomentare con straordinaria lucidità, Spaemann ricorda la stretta liaison tra tecnicismo e eutanasia. È per questo che, ricorda il filosofo, già sessant’anni fa si era sentito in dovere di raffreddare gli entusiasmi suscitati, anche in campo cattolico, dall’impetuosa avanzata di tecniche che promettevano inedite possibilità di prolungamento della vita umana. Era agevolmente prevedibile, argomentava allora, che il ricorso scriteriato a queste tecniche avrebbe finito per produrre, in reazione, l’appello all’eutanasia.

Qualcuno lo aveva accusato di esagerare.Si pensava che la ferita bruciante dell’esperienza nazista avesse stabilmente inculcato nelle coscienze, alla stregua di un vaccino, il tabù dell’eutanasia. I fatti si sarebbero incaricati di smentire queste superficiali convinzioni. Gli uomini hanno scarsa memoria, constata amaramente Spaemann: il tabù era stato infranto una prima volta dal film di propaganda nazista Ich klage an, dove appare un pastore che argomenta alla stessa maniera del teologo Hans Küng e di Peter Singer.

Scrive Spaemann: «I difensori dell’eutanasia come i difensori del dovere di prolungare illimitatamente la vita condividono la medesima prospettiva per cui anche negli estremi stadi della vita occorre sempre fare qualcosa – dare la vita o la morte – che spossessa abusivamente l’uomo dell’atto di morire».

Trasformare il suicidio in diritto avrebbe gravi ripercussioni. Godere di un diritto equivale ad essere responsabili delle conseguenze derivanti dal fatto di non esercitarlo. Il tecnicamente possibile si confonde così col moralmente doveroso, col risultato di riversare una illegittima pressione psicologica su anziani e malati. La consapevolezza che la propria sopravvivenza può rappresentare un peso per i familiari e la volontà di sgravarli da un tale carico possono portare infatti a colpevolizzarsi fino a coltivare desideri di morte che in precedenza non si erano presentati.

La condanna morale del suicidio si trova già in Socrate, in Platone e successivamente nella dottrina cristiana. Ma anche in Kant e Wittgenstein. È quest’ultimo a scrivere: “Se è permesso il suicidio, tutto è permesso”. Se però col suicidio l’uomo in un certo senso si sottrae alla sfera della legge, tutt’altra cosa si deve dire del suicidio assistito. Perché questo è un atto che coinvolge due persone, seppure in maniera asimmetrica. Come tale non può essere considerato un atto esterno, bensì interno al diritto. Ma nessun individuo può chiedere a un altro di proclamare: “Tu non devi più esistere”. Un contratto finalizzato alla propria uccisione è totalmente irreversibile, quindi ancor più immorale di quell’atto di sottomissione unilaterale col quale ci si consegna in schiavitù. Agire così equivale ad estraniarsi dalla comunità umana.

Senza contare che mai il suicidio può essere considerato un atto “liberatorio”. Lo scopo di un atto di liberazione è la libertà, mentre lo scopo dell’uccisione su richiesta è l’annientamento del soggetto di ogni possibile libertà. Anche l’idea di assistenza al suicido come “accompagnamento” verso la morte appare assurda se si pensa che nella gran parte dei casi il desiderio suicida svanisce nel momento in cui il malato sente di essere protetto e rassicurato da una presenza umana piena di attenzione per la propria sofferenza.

Tuttavia senza riferimento a una nozione di normalità, senza ricorso a una natura umana normativa, preesistente all’esistenza, diventa perfino impossibile valutare in che consista la violazione della dignità umana.

Gli apologeti dell’eutanasia assegnano un valore infinito alla volontà del momento, ma se dovesse contare soltanto l’intensità del desiderio individuale non sarebbe possibile, per esempio, eccepire alcunché al volere di quella giovane donna che, delusa da un amore non corrisposto, aveva chiesto di ricorrere al suicidio assistito. Era stato inutile obiettarle che col tempo il dolore per la delusione amorosa sarebbe svanito assieme all’intenzione di togliersi la vita.

La giovane aveva respinto l’obiezione con queste parole: “È proprio quello che non voglio. L’amore non deve morire prima di me. Odio il tempo. Voglio rimanere la persona che sono in questo momento e non diventare la persona che sarò domani”. Una logica stringente, impossibile da confutare, osserva Spaemann, se il desiderio viene elevato a parametro unico e universale.

O esiste qualcosa come una natura costitutiva dell’uomo oppure l’essere umano si identifica soltanto col proprio volere. Siamo ciò che vogliamo essere: è la tesi sostenuta ieri da Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir e oggi ripresa dalla teorica del gender Judith Butler, per la quale l’appartenenza al genere sessuale non è che una semplice questione di scelta. Le differenze fisiologiche valgono solo per il corpo, secondo questa prospettiva che professa un antibiologismo ancor più bizzarro del materialismo biologistico. Appare invece evidente, nota Spaemann, l’esistenza di una natura normativa dell’uomo. Lo status di persona non coincide con uno stato di coscienza, per cui l’uomo non cessa di essere persona quando dorme, e tale rimane anche quando versa in uno stato di profonda incoscienza. “Colui che desidera scegliere cosa vuol essere è già qualcuno che possiede una natura in base alla quale scegliere”. È solo per questo che ci è concesso di intrometterci nella vita dei nostri compagni in umanità, perché in forza della nostra comune natura siamo associati in un’unica comunità solidale.

È per questo che Dio interroga Caino, il primo omicida della storia, per chiedergli conto del sangue del fratello Abele. Dio non  chiede a Caino se per caso avesse arrecato danno ad Abele. Dio domanda soltanto: dov’è tuo fratello? E Caino risponde: sono forse il custode di mio fratello? Perché mai dovrei sapere dove si trova? “Eppure Dio vuole che tu lo sappia”, scrive Spaemann, “ma non per aiutarlo a uccidersi”.

C’è per differenza, ricorda Spaemann verso la fine del suo lungo intervento, tra uccidere e lasciar morire. Il filosofo Ernst Tugendhat, che nega questa distinzione, sostiene invece l’equivalenza tra uccisione e omissione di qualunque terapia di prolungamento vitale. Ma una simile equazione è estremamente controintuitiva: lasciar morire di fame un bambino o soffocarlo con un cuscino è senza dubbio un atto omicida in ambedue i casi. Tugendhat afferma che è ugualmente omicida rinunciare a sottoporre un’anziana nonna a un’operazione che le prolungherebbe la vita anche solo di pochi mesi.

Qual è la differenza? Impossibile rispondere senza ricorrere, ancora una volta, al concetto di normalità. Nel regno della fisica la nozione di normalità non esiste. Se un pianeta dovesse deviare dalla propria orbita calcolata l’errore non andrebbe certo ricercato nel pianeta, quanto piuttosto nei calcoli del fisico. “Non c’è, nel dominio del non-vivente qualcosa come la normalità e l’anormalità”, scrive il filosofo berlinese. Il biologo e l’antropologo non possono però rinunciare a questi concetti. Esistono senz’altro omissioni che sono sinonimo di uccisione, perché negano alla persona quegli elementi che fanno parte delle normali, ordinarie condizioni di vita. Diverso il discorso per quei trattamenti straordinari che procurano un prolungamento della vita. In questo caso occorre una valutazione discrezionale e talora sospendere queste terapie può essere anzi doveroso qualora dovessero rivelarsi sproporzionate (come nel caso dell’accanimento terapeutico).

Spaemann conclude chiedendosi se non sia piuttosto il caso di modificare la legge in maniera tale da consentire al medico di non rischiare sanzioni nel momento in cui, “tenuto conto di tutte le condizioni, interrompe i trattamenti straordinari di prolungamento della vita”, perché così facendo “non uccide, bensì smette di costringere un paziente a vivere”.

Fonte: La Croce Quotidiano - Aprile 2015