Rossana, anima e corpo per l’aiuto alla vita

13/10/2020 - G. Focone
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AAA cerchiamo braccia e cuore, astenersi perditempo!

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Una madre, una nonna, prima ancora una moglie e sempre una donna. Una vocazione che si è fatta strada tra le pieghe di sofferenze e domande cui non sempre la risposta è arrivata rapida e facile. Questo è il profilo della colonna portante del Centro di Aiuto alla Vita di Napoli, Santa Maria di Portosalvo: se vuoi aiutare una donna a portare un bimbo in sé devi portarla dentro di te

Quello che ti colpisce, la prima volta che incontri Rossana, sono i suoi occhi. Profondi come il mare, luminosi come due fari.
È difficile da spiegare, non puoi fare a meno di perderti dentro quella luce. Ne vieni attratto, come una falena sedotta dagli abbaglianti di un’auto in corsa in una strada buia di campagna.
La conosco ormai da qualche anno e mi fanno ancora lo stesso effetto. Rossana è donna, ed è moglie; è mamma ed è nonna.
Lei si dedica anima e corpo ad uno dei tanti Centri di Aiuto alla Vita presenti in Italia.  Rossana è cuore e polmoni del mio C.A.V., quello di Napoli, Santa Maria di Portosalvo.

I Centri di Aiuto alla Vita sono associazioni di volontari che forniscono accoglienza, ascolto e assistenza alle mamme e alle famiglie alle prese con una gravidanza non voluta e sostengono, moralmente e concretamente, il coraggio di chi intende far nascere un bambino nonostante le difficoltà economiche.
Nel nostro paese si assiste ad un paradosso insopportabile.
Il nostro Stato, da un lato mette a disposizione risorse per chi vuole abortire ma, dall’altro, non fa nulla per aiutare le mamme e le famiglie che vorrebbero tenersi i loro bambini a dispetto di tutti i problemi.

A una donna in difficoltà economiche a causa di una gravidanza non cercata, lo Stato è pronto a fornire il bisturi di un medico o una pillola abortiva, ma non è disponibile a fornire cibo, latte, pannolini, vestitini, medicine, insomma, non il superfluo, ma l’occorrente necessario per accogliere e crescere un figlio.
Lo Stato, per tutte quelle mamme che vorrebbero far nascere i propri figli nonostante le difficoltà, semplicemente non esiste. Ecco, chi opera nei CAV crede che le mamme vanno aiutate cercando di eliminare le difficoltà e non eliminando i bambini. Incontro Rossana in un freddo lunedì di Dicembre, fuori degli orari di apertura del Centro. Ho la macchina piena di omogeneizzati, latte, pannolini e ogni sorta di ben di Dio di cui la commovente generosità di una comunità parrocchiale della città ha voluto farci dono. Lei è già li che mi aspetta con il consueto sorriso e l’inseparabile marito Emanuele.
Non parla mai volentieri di sé, ma oggi sa che, appena messi in ordine gli scatoloni appena portati su, dovrà fare un’eccezione. La storia di certe vite spese a servire gli altri, il più delle volte nel nascondimento, meritano di essere raccontate perché sono come tracce per chi seguirà lo stesso cammino.
Rossana ne è consapevole e, vincendo la sua discrezione, non si sottrae, mite e umile come solo le persone di buon cuore sanno essere.
Si siede di fronte a me e mi sorride, venendo in soccorso del mio imbarazzo per quell’insolito ruolo di intervistatore.
“Nei primi anni ’80 – inizia a raccontare - mio marito e io ci ritrovammo, giovani sposi, alle prese con il cosidetto “viaggio della speranza” negli U.S.A.
Il primo infarto colpì Emanuele presto. Aveva 33 anni e un cuore capriccioso che proprio non volle saperne di farsi capire e curare dai medici italiani.
E così fu che, dopo molte peripezie e tanti momenti di sconforto, approdammo al St. Luke Hospital di Houston, Texas.
Soli, senza conoscere la lingua, con un senso di precarietà che ci pervadeva l’anima. Emanuele fu sistemato in una stanzetta al quarto piano del reparto di cardiochirurgia dove avrebbe dovuto trascorrere anche i giorni successivi all’intervento già pro- grammato.

Il giorno prima dell’intervento lo lasciai per qualche minuto da solo per andare a recuperare gli occhiali da vista che avevo dimenticato in albergo.
Quando feci ritorno mio marito non c’era. Il cuore mi si strinse e un senso di vuoto e di perdita mi avvolse. Lo avranno portato a fare gli accertamenti del caso, razionalizzai. Fatto sta che quella sensazione di mancanza, mi costrinse a fare i conti con un’eventualità a cui mai, prima di allora, avevo pensato.
Tirai fuori dalla borsa il piccolo Vangelo che porto sempre con me e iniziai a leggere.
Nei momenti particolari della mia vita Gesù è sempre con me e a Lui mi rivolsi con fiducia anche quella volta: -Aiutami, non vedi che sono sola!- lo imploravo.
Mentre così leggevo e pregavo bussarono alla porta.
Una donna, bassina e bionda, era in piedi davanti a me. Ancora oggi il tepore del suo sorriso mi riscalda il cuore.
Lucia, quello era il suo nome, mi spiegò che era una volontaria impegnata nell’assistenza nell’ospedale delle persone di lingua diversa e che dall’accettazione le avevano segnalato il nostro arrivo.
- Se volete, vi assisterò finché ne avrete bisogno!-.

E così fu, rimase con noi per tutti i quindici giorni necessari alla convalescenza postoperatoria di Emanuele. Sono convinta che la sua presenza fu il modo in cui nostro Signore intese darci un segno visibile della sua vicinanza.
Vissi quell’episodio fu come una ‘chiamata’; sentii sorgere in me il desiderio di restituire in termini di accoglienza e assistenza quanto avevo ricevuto.
L’intervento al cuore riuscì perfettamente e Emanuele migliorava di giorno in giorno.
Si faceva tempo di rientrare in Italia.
Tornata a Napoli, decisi di seguire un corso di volontariato presso l’Istituto Don Bosco per poter prestare assistenza ai ragazzi a rischio. In quell’esperienza, come nella successiva presso una delle tanti sedi della Caritas, mi aiutò l’essermi diplomata “Maestra d’Arte” alla Scuola delle Belle Arti.
Alla Caritas, mi occupavo dei figli di detenuti con situazioni familiari complicate; rientravo a casa la sera tardi e mio marito iniziava a mostrarsi preoccupato per i pericoli che quel tipo di attività, svolta in una delle zone più difficili di Napoli, comportava. Ma, noncurante dei suoi borbottii, io andavo avanti.
Il progetto che il Signore aveva per la mia vita di volontariato prevedeva che verso la fine degli anni ‘80 incontrassi una vecchia amica che non vedevo da tempo e che questa mi proponesse di andar a far visita al Centro di Aiuto alla Vita, che di lì a poco si sarebbe trasferito nella sede attuale. Al Centro conobbi Olga, la suora missionaria che lo dirigeva.
Furono anni di straordinaria intensità. L’alternarsi di gioie e sofferenze, di soddisfazione e dispiaceri cambiarono il mio modo di essere volontaria.
Mi avevano sempre spiegato che per essere un buon volontario non bisogna mai farsi coinvolgere emotivamente, per essere sempre lucidi ed efficienti.
Fu in quegli anni che compresi che questo princìpio, forse valido in altri campi di volontariato, non funziona quando hai a che fare con l’anima e, insieme, con la carne delle persone.
Essere al servizio della vita vuol dire darsi completamente, con tutto te stesso. Vuol dire lasciare che il tuo istinto di genitore ti porti a immedesimarti in una mamma o in un papà, immergerti anima e corpo nella loro situazione, soffrire e gioire con loro, partecipare alla loro vita.
Non può essere un lavoro, ma un esserci incondizionatamente.
Ricordo che una sera, era molto tardi, mi telefonò Olga: - Hanno chiamato preoccupati, forse parenti, pare che ci sia una coppia che ha prenotato un intervento per abortire domani mattina; ho indirizzo, piano e numero d’interno dell’appartamento, che si fa?
-Che si fa? Si va!
All’epoca le cose erano diverse; oggi, grazie a Dio, c’è il telefono S.O.S. Vita, l’800 813 000 al quale le mamme in difficoltà o i loro parenti possono rivolgersi per far attivare immediatamente un concreto sostegno di pronto intervento attraverso la rete dei tanti Centri sparsi in tutta Italia.
Parlo di un periodo in cui non esistevano i cellulari e le persone si potevano rintracciare solo quando erano a casa; quando eri per strada potevi telefonare solo con il gettone e aiutava moltissimo il passaparola della gente.

Ad ogni modo, quella sera mi vestii in tutta fretta e uscii di casa, lasciando i figli che dormivano al marito che brontolava.

Parcheggiai la macchina a ridosso di un vicoletto transennato. Dovetti proseguire a piedi. Pioveva a dirotto e, nella fretta, avevo dimenticato di prendere l’ombrello. Per strada non c’era anima viva. Raggiunsi il palazzo orientandomi a fatica tra pozzanghere e calcinacci. Il portone era socchiuso. Entrai. Ero bagnata fradicia. Non c’era l’ascensore, le scale buie incutevano un certo timore.

– Gesù, pregai, vai avanti tu ché io ti seguo!
– Trovai la porta dell’appartamento e suonai il campanello.

Dopo qualche minuto, un uomo grosso come un armadio aprì la porta: - Sono del Centro di Aiuto alla Vita – dissi senza lasciargli il tempo di chiedermi chi fossi. Lui mi fissava con aria stupita e restava in silenzio.
Alle sue spalle comparve un viso di donna. La testa era l’unica parte del suo corpo che riuscivo a vedere, come se volesse nascondersi dietro la figura di lui.
- Chi ti ha detto di noi?- mi urlò in faccia visibilmente scossa – E comunque io non voglio parlare con te, non ho niente da dirti! – sbraitò senza darmi il tempo di aprire bocca.
- Ti scrivo il numero di casa mia su questo foglietto – trovai la forza di dire armeggiando nella borsa – se vuoi mi trovi qui! -.
Così come si era aperta, la porta si richiuse davanti a me. Dall’interno udii provenire un pianto convulso, soffocato, che mi strappava il cuore dal petto. Andai via con un groppo alla gola.
Rincasai che era notte fonda, stanca, bagnata e infreddolita. Emanuele mi guardava scuotendo la testa.

Laura, così si chiamava quella mamma, mi chiamò alle cinque di quella mattina: - Non ci vado ad abortire, non mi hai fatto dormire tutta la notte. Tu eri lì, tutta bagnata, sei venuta a cercarmi perché ti angosciavi per me e per mio figlio e neanche mi conosci! Allora ho pensato, ho riflettuto. Se una persona che non ho mai visto in vita mia si prende pensiero per mio figlio, allora perché non dovrei preoccuparmene io che sono la mamma?-

Vedi, le ricordo una ad una le mamme che ho incontrato e i bambini che sono nati. Non tutte le situazioni sono uguali, anzi si può dire che ogni storia è diversa dall’altra. Ricordo di Alina, giovane Ucraina, partita dal suo paese in cerca di un futuro migliore senza neanche sapere che fosse incinta. Bussò alla porta del Centro quand’era ormai al nono mese, con una valigia piena di disperazione e di promesse mancate.
Non aveva neanche più le scarpe ai piedi, era scalza. Aveva bisogno di ogni cosa, non solo di latte e pannolini per il bambino che sarebbe nato.
Ci aiutò un noto vescovo, ora Cardinale a Roma.
Ricordo di Assunta e Salvatore, 15 anni lei, 16 lui, alle spalle della sua breve vita già una storia di scippi e di droga. Lei volle tenersi il bambino; Salvatore era contento, quando veniva al Centro prometteva che sarebbe cambiato, giurava che avrebbe cercato un posto di lavoro ‘normale’. Andarono a vivere in un ‘basso’ che le famiglie avevano affittato per loro. Ne sono passati di anni, il figlio è cresciuto, loro sono ancora insieme. Salvatore, però, non ha cambiato la sua vita.
Aiutare la vita che nasce è come avere tanti figli, io mi sento come se fossi madre di centinaia di bambini, alcuni dei quali adesso sono grandi. Sembra una cosa enorme, ma in realtà penso che noi non facciamo niente. Cosa è ascoltare e poi aiutare, dare qualche pannolino, un po’ di latte in confronto alla vita di un bambino?
Quando, verso la metà degli anni ’90, Olga fu trasferita in una missione in Africa, mi propose di sostituirla come responsabile del Centro e io, pur non sentendomi all’altezza della situazione accettai, confidando nell’aiuto di Dio e nella pazienza della mia famiglia!”
Prende fiato Rossana, e respira forte. Rivolge un sorriso al marito seduto su una poltrona della stanza dove vengono accolte le mamme, a pochi metri da noi; discreto, ma presente, come sempre.
Guardo Emanuele, sembra un capitano di lungo corso; una barba rada, bianca e curata, incornicia un volto dolcissimo. Mi sorride, e io mi sorprendo a pensare che gli voglio un gran bene.
“Quanto è cambiato anche lui, da quando ci siamo conosciuti!” – sospira Rossana – “Era una persona che non credeva possibile che si potessero fare cose in maniera assolutamente gratuita ed ora eccolo qui, sempre con me, che si fa quattro piani a piedi con il suo cuore ballerino e prepara i pacchi da consegnare alle mamme e dà i giocattoli ai bambini che vengono al Centro!”
Sulla parete, alle spalle di Emanuele, un grande cartoncino bianco che Imma, una delle tante mamme che qui hanno trovato accoglienza, ha usato come carta da lettera, parla del luogo dove ci troviamo. Aveva quarant’anni e un compagno che fuggì dopo aver saputo che lei era incinta. Voleva abortire, poi cambiò idea e decise di tenersi il bambino.
Quando nacque, lei decise di scrivere una lettera a suo figlio, grande quanto il cuore di Rossana. Scrisse:
... Sarò felice solo se tu mi amerai! E spero che un giorno tu non debba mai sapere il sentiero tortuoso e pieno di solitudine che tua madre ha dovuto affrontare per la tua esistenza, un sentiero tutto in salita, reso a tratti più dolce dalle persone che con il loro amore hanno alleviato le nostre sofferenze, che hanno contribuito a farti vedere “la luce”, quella luce che ti accompagnerà per tutta la vita e che illuminerà sempre questo percorso da seguire. Ti auguro, mio piccolo angelo, tanta felicità.
Mamma

Non so quante volte l’ho letta e lo faccio anche oggi. Rossana se ne accorge: “ Non va sempre così, purtroppo! Il telefono S.O.S. Vita continua a smistare a noi le richieste di  aiuto che arrivano dalla città e noi cerchiamo di fare del nostro meglio. Le persone che incontriamo sono quasi sempre sole, impaurite, spesso con situazioni familiari ed economiche al limite del tollerabile. ‘Aiuto’ è la parola che mi sento rivolgere più frequentemente, non sanno neanche loro che tipo di aiuto, ma ne vogliono di qualsiasi, purché ne sia uno. Molte volte, però, nonostante la nostra vicinanza, le mamme sono sopraffatte dalla paura e dai disagi e rinunciano ai loro bambini!”
Per un attimo, un velo di malinconia sembra coprire il suo viso solare.
Solo per un attimo, però, perché sul volto degli uomini di Dio è gioia quella che si legge, è il loro tratto caratteristico e facilmente riconoscibile.
E il sorriso di Rossana torna a illuminare il suo volto.
“Ma una persona che ha salvato quasi mille bambini e aiutato migliaia e migliaia di mamme, cosa può desiderare ancora?” Le chiedo mentre mi rendo conto di quanto fosse stupida quella domanda.

“Farne nascere ancora quanti più bambini possibile e aiutare ancora quante più madri possibile.
Per me Gesù e lì, io lo incontro in tutte le donne con cui parlo, anche con quelle che poi decidono di abortire. Gesù si fa vedere in tanti piccoli segni, il telefono che squilla, una donazione, un pacco di pannolini.
Non bisogna mai tirarsi indietro, bisogna esserci sempre.
Il CAV ti entra dentro e diventa parte della tua vita, non sai più dove finisci tu e dove inizia lui!”

Gratuitamente hai ricevuto, gratuitamente dai.
Si è fatto tardi, da qualche parte della città c’è un’altra mamma che ha chiesto aiuto, e Rossana deve correre da lei.
Mentre scendo i quattro piani del palazzo del Centro penso a San Paolo che duemila anni fa scriveva:
... La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine...
Appena in istrada vengo avvolto dall’atmosfera natalizia. Bambini corrono festanti. Gente trafelata. Luminarie.
In lontananza il suono familiare di una zampogna.
È tempo di tornare a casa, è tempo di salvezza.
Non bisogna aver paura del Natale, di ogni Natale. È Natale ogni volta che un bambino nasce.

Fonte: La Croce Quotidiano