Intervista a Sandro Mazzola: il calcio epico e la risata di Padre Pio

Pubblicato il 25/06/2020 Autore/Fonte: A. Bricchi Visite: 253
IncrFont Stampa Facebook Twitter


Abbiamo contattato in esclusiva Sandro Mazzola, storico attaccante dell’Inter e della Nazionale. Dopo aver vinto un Campionato Europeo, quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e molto altro, oltre ad aver giocato la finale dei mondiali del 1970 e la storica semifinale Italia – Germania 4 – 3, ha fatto il dirigente sia all’Inter che al Genoa e al Torino e il commentatore sportivo per la RAI. Di seguito l’intervista completa:

Lei crede in Dio?
Sì. Ho molta fede.

Com’è nata in Lei la fede?
Quando è morto mio papà, grande giocatore del Torino, io e mio fratello siamo tornati a Cassano d’Adda. Lì c’erano mia nonna e mia zia, che erano molto credenti. Erano devote soprattutto a Padre Pio. Quindi mi raccontavano tutte le sue storie.

E Lei ha assorbito tutto?
Sì, moltissimo. Quando andai a giocare a Foggia, anni dopo, io e Picchi, il mio capitano, c’eravamo interessati per andare da Padre Pio. Solo che l’allenatore dell’Inter, Helenio Herrera, il mago, non ti lasciava uscire dall’albergo prima delle 9. Allora abbiamo organizzato una vera e propria fuga perché io volevo parlargli, soprattutto di quello che pensavo fosse un sacrilegio.

Cioè?
Quando ero bambino, durante la Messa, dopo la Comunione, io dicevo a Dio: «Fammi diventare un calciatore come il mio papà, poi fammi morire pure come mio papà, a trent’anni, non m’interessa!». Quando l’avevo confessata al mio prete dell’oratorio, Don Giordano Miradoli, me lo ricorderò tutta la vita, mi disse che non mi poteva assolvere, perché era un peccato mortale, un sacrilegio. E allora io volevo andare a vedere Padre Pio, perché volevo parlarne con lui. Però c’era quel problema di uscire dall’albergo al mattino presto.

E come l’avete risolto?
Noi avevamo preso accordi con due fraticelli, che ci avevano confermato che ci aspettava. Cioè, ci avevano detto che ci poteva confessare e far la Comunione al mattino presto. Io dormivo con Luis Suarez, Picchi con Guarneri. Li mandammo a dormire assieme la sera prima, per non svegliarli. Noi alle cinque del mattino scappammo dalla finestra. Pensavamo di essere i soli e invece a quell’ora ci saranno state mille persone, forse di più, che salivano per andare alla Chiesa. Fu una cosa bellissima, fu un’emozione unica.

E vi confessò?
Sì, sì! Ci confessò. Io gli raccontai tutto con molto timore, quasi aspettandomi i suoi rimproveri. E invece lui si mise a ridere! E mi disse: «Quale sacrilegio? Non ti preoccupare! Cinque pater-ave-gloria e non ti preoccupare!».

Il grande Valentino Mazzola era credente?
Sì, moltissimo, moltissimo. Poi si era separato da mia madre e fu scomunicato. E lui ci soffrì moltissimo! Era un altro mondo, a quei tempi. Ci soffrì moltissimo, perché lui era molto credente e una cosa del genere lo rattristava veramente. Per lui era insopportabile.

Questo grande dolore che avete vissuto da bambini come ha cambiato la vostra vita, la vostra fede?
La fede non l’ha cambiata. Se non andavamo a Messa alla mattina alle 7 il prete non ci dava le chiavi del campetto dell’oratorio e non potevamo giocare a calcio. C’era solo una piccola strada che andava a finire contro il muro della Basilica. Quello era il campetto, in asfalto. E io per giocare rovinavo le scarpe. Mia madre mi aveva proibito di giocare, perché strisciando sull’asfalto rovinavo le scarpe. Allora mio fratello mi nascondeva un paio di scarpe e io me le cambiavo prima di tornare a casa. Era un mondo diverso, però io vivevo lì. La fede era legata sempre al calcio, in qualche modo. Era un mondo bello. I miei amici li ricordo tutti, uno l’ho chiamato l’altro giorno. Si chiama Prestinari, però per noi è sempre rimasto “lo scarso”, perché non sapeva calciare. fede, calcio, vita e amici, c’era dentro tutto lì, in quel mondo lontano.

Fu Benito Lorenzi, detto Veleno, che vi venne a cercare al paesello e vi portò nell’Inter, perché si sentiva in debito con vostro padre. È vero?
Sì, è vero! Veleno era un toscanaccio, aveva un caratteraccio! Giocava nell’Inter ed era sempre convocato in Nazionale, però non giocava mai, perché c’erano mio padre e gli altri del Torino. Un giorno mio padre parlò con Pozzo e gli disse: «Devi far fare una partita a questo ragazzo!». E quello lo fece giocare. Da allora per lui mio padre era un venerabile, uno cui essere riconoscenti tutta la vita. E quando morì, Veleno veniva sempre a portarci i regali a Natale e a portarci alle partite. Tutti gli altri si erano dimenticati di noi. Veleno no.

E vi fece giocare nell’Inter?
Lui ci veniva sempre a prendere con una macchina scassatissima, una cinquecento vecchia. Poi litigava con tutti, perché con quella macchina lui voleva sorpassarli tutti. Un giorno ci disse: «Voi ci dovete far vincere gli Scudetti! Dovete venire alle partite vestiti con la maglia dell’Inter, perché ci portate fortuna…».
E così ci portava a mangiare con la squadra. Allora non si facevano i ritiri, si andava a mangiare da Marino, in Galleria Vittorio Emanuele a Milano. Poi ci faceva entrare in campo, ci faceva schierare a centrocampo con la squadra e ci mandava in panchina a vedere le partite.

E così in pratica eravate già dell’Inter?
Sì. E il bello è che all’epoca i giocatori ricevevano un premio partita ogni volta. C’era una cifra per il pareggio e il doppio per la vittoria. E Lorenzi disse al Presidente Masseroni: «Dovete pagare anche loro, perché ci fanno vincere!». E così ci pagavano pure. Erano cinque o diecimila lire, che per noi erano soldoni, perché eravamo poveri… Poi crescendo incominciai a giocare davvero nell’Inter.

Quale esperienza ricorda con più emozione?
Per me fu molto importante quell’incontro con Padre Pio. Quella fu l’esperienza più importante, perché m’insegnò moltissimo. Mi fece capire che c’erano altre cose, oltre al calcio, come la famiglia, gli amici, la fede. Quella fu proprio una meravigliosa lezione.

Ci sono stati dubbi, momenti in cui la Sua fede ha un po’ vacillato?
Quand’ero ragazzino, sì, perché ero magro. Io continuavo a chiedere a Dio di farmi diventare come mio padre. Quindi il mio fisico non mi piaceva, io volevo crescere e lì pensavo che Dio non mi ascoltasse.

Lei che ha vissuto un calcio epico, come vede il calcio oggi?
Lo vedo diverso. Bisognerebbe ripartire dai settori giovanili, insegnare ai ragazzi a divertirsi, non a essere campioni. I ragazzini oggi sono montati, anche fisicamente, e poi non sanno dribblare. Vedono in televisione i giocatori che fanno i bulli. Vanno a giocare e si sentono ripetere solo di “giocare semplice”. Il calcio invece è divertimento, è fantasia, è tecnica.

Cosa si può fare?
Io mi chiedo sempre chi, dei giocatori di oggi, giocherebbe nella mia Inter? Allora penso a Totti, penso a Di Natale… E poi non vedo nessuno. L’Italia è stata omologata agli altri per fisico, per allenamento, per sistemi di gioco, però non sappiamo più giocare a pallone! Il mio allenatore, quando avevo dodici anni, si chiamava Giovanni Ferrari, due volte campione del mondo. Questo signore ci prendeva, ci metteva davanti il pallone, poi s’inginocchiava e ci metteva il piede per farci capire come si calciava di collo, di piatto, d’interno… Questo non lo fa più nessuno. La tecnica dovrebbe essere la base.

Dio per che squadra tiene?
Dio non ha squadre!

È un arbitro?
Per carità! Sennò sarebbe juventino! [ride, n.d.r.]. No, scherzo, ovviamente. Lui è al di sopra, guarda tutti. Ti dà un’occhiata e ti basta quella per capire che hai sbagliato, che devi fare altre cose. Il problema è avere il tempo per pensarci, a Dio.

Grazie!
Posso dire una cosa? M’è piaciuta molto questa intervista, davvero! È bello parlare di queste cose, perché sono importanti. Oggi tutti si vergognano, sembra sempre che uno sia più bravo se se le dimentica. Invece la vita è questo, bisogna pensarci a Dio! E quest’intervista è stata proprio bella!

Fonte: La Croce Quotidiano - Marzo 2015