Tra Vendola e Muraro parlerà Tobia

30/10/2020 - Mario Adinolfi
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È in corso una pericolosa operazione di legittimazione della pratica dell’utero in affitto ormai gestita esplicitamente con l’utilizzo delle leve di giornali e televisioni, con in prima fila la Rai che ha pagato un documentario intitolato Tuttinsieme per sdoganare tale pratica attraverso la storia del suo più noto utilizzatore: Nichi Vendola. Come è noto per l’ordinamento giuridico italiano è reato non solo utilizzare l’utero in affitto ma anche pubblicizzare tale metodo. La pena arriva a due anni di carcere e un milione di euro di multa. In Italia da anni fa propaganda attorno al metodo barbaro con cui acquistato sul mercato il figlio Tobia facendo leva sulla condizione di bisogno di colei che l’ha partorito, ma nessuno ha mai osato contestargli alcunché sul piano giuridico. Solo io da sette anni, da quando ho scritto Voglio la mamma proprio conoscendo i piani di Vendola che aveva avviato le pratiche negli Stati Uniti per “diventare padre” esplicitamente cancellando dall’orizzonte di Tobia anche solo la possibilità di tracciare la sua origine biologica materna, continuo a contestargli l’estrema violenza del suo comportamento che certamente meriterebbe sanzione penale.

Dà Voglio la mamma io compio un’operazione in più, che Vendola non mi perdona: gli contesto “da sinistra” il suo comportamento. Mi chiedo come possa un esponente che ha passato la vita a definirsi comunista e a denunciare l’oppressione dei ricchi sui più poveri, non rendersi conto che utilizzare la sua agiata posizione economica per piegare l’istinto di donne che solo per via della condizione di oggettivo bisogno gli vendono l’ovulo e gli affittano l’utero è a questo punto una contraddizione talmente pesante da rendere immediatamente vuota la sua intera esistenza, che suona come moneta falsa. Di più: volendo deliberatamente cancellare dall’orizzonte di Tobia anche solo la possibilità di rintracciare l’origine biologica materna (confondendogli le tracce tra donatrice dell’ovulo diversa dall’effettiva partoriente) dimostra la natura egoista della propria scelta, di un egoismo cattivo che ha come vittima il proprio stesso “figlio”, il bambino innocente. Che gli chiederà conto, ne siamo certi, prima o poi, di tale orrendo comportamento.

Conseguentemente a questi punti di analisi compiuti anni fa nel mio libro, mi sono battuto riuscendo a far stralciare dalla legge Cirinnà l’articolo 5 sulla cosiddetta “stepchild adoption” e ho portato a conoscenza di molti quel che quell’articolo così misterioso significava, mobilitando una battaglia di popolo che transitò poi nei due Family Day del 2015 e del 2016 che mi hanno fatto due nemici per sempre: Matteo Renzi per via dello striscione “Renzi ci ricorderemo” (e ce ne siamo ricordati, Maria Elena Boschi pure ancora se lo ricorda) e Nichi Vendola appunto per avergli fatto saltare il giochino che avevano acchitato con l’articolo 5 insieme a Sergio Lo Giudice, altro esponente di sinistra ad aver utilizzato la pratica barbara di comprarsi un figlio negli Usa.
In una intervista uscita in questa settimana sul Venerdì di Repubblica (quattro pagine di glorificazione del documentario Rai Tuttinsieme che dovrebbe essere subito ritirato visto che istiga a commettere un reato e ne encomia uno già commesso) il buon Vendola si ritrova a fronteggiare le accuse anche di molte femministe di sinistra e addirittura esponenti del mondo Lgbt. Accuse di molto successive a Voglio la mamma ma che sembrano al naso di Vendola “puzzare” di meno: “So bene che Luisa Muraro non è Mario Adinolfi...”. Sottotitolo: la Muraro è una compagna femminista di sinistra “colta”, mica come quel troglodita omofobo che ha tradito, è addirittura un apostata e dunque meritevole di damnatio memoriae...

C’è una vulgata secondo cui farebbero più male a Vendola queste critiche che gli arrivano dalle femministe di sinistra che quelle del mondo pro-life. Questo avviene per la consueta subalternità culturale che i cattolici patiscono nei confronti della sinistra, che sembra spesso voler dettare l’agenda anche al nostro campo. Diciamolo chiaro: Vendola accarezza la Muraro perché sa che fa parte del suo album di famiglia. Il femminismo della Muraro è individualismo, nasce dalla rottura con il “patriarcato” (cioè con il concetto stesso di famiglia come cellula fondamentale della società e principale agenzia educativa) che è la matrice del Sessantotto e ancora di più del Settantasette.

Vendola non teme la Muraro, sa che troveranno un accomodamento in virtù del comune individualismo che ha soppiantato il comune sogno giovanile comunista. La chiamano “autodeterminazione” e in quello schema in cui l’Io prevale, non ci vuole niente a trasformare l’Altro in oggetto. Per alcuni questa operazione di reificazione della persona umana riuscì così bene che finirono per ucciderne a centinaia dopo quel Settantasette, spiegando a loro stessi che sparavano a cose, a “simboli”, mica a persone. Nella stessa logica la Muraro è femminista e nella stessa logica Vendola può affittare un utero di donna in stato di bisogno e comprarsi il figlio partorito, il suo denaro di abbiente lo emancipa e ne legittima il sopruso in nome dell’autodeterminazione, della prevalenza dell’Io. Non a caso un’altra testata si intitola Io Donna, siamo sempre in quel territorio, quello è l’album di famiglia.

Se ci aspettiamo che sia la Muraro a mettere in crisi Vendola, stiamo freschi. Sarà il solito dibattito di carta caro alle sinistre individualiste. Certo sono lieto che un certo femminismo percepisca il danno alla donna compiuto dai Nichi Vendola, ma so che non sono intenzionate a inchiodarlo davvero alle sue responsabilità. Ma sono tranquillo. Vendola vuole la Muraro come interlocutore, non è pericolosa come Adinolfi, sa come tenerla a bada. Ma non gli consentiremo di scegliersi l’avversario comodo. Ci penseremo noi e alla fine ci penserà Tobia, l’innocente che ha pagato più di tutti per l’egoismo di un annoiato politico ricco di sinistra.