Violenza: la maggior parte dei suoi volti resta nascosta

26/05/2020 - R. Frecentese
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Ragionavo di quando la violenza si spri gionò all’interno della Ohio State Uni versity di Columbus, uno dei campus più grandi degli U.S.A. Non fu il primo caso e non sarà l’ultimo, purtroppo. Una violenza che i media analizzano solo in superficie, attribuendola a situazioni sociali di degrado, al porto di armi indiscriminato, alle ideologie pro terrorismo per puri scopi politici, all’esaltazione religiosa più o meno ammantata di finalità alte, ai raptus di follia. Chi legge oramai ha avuto davanti a sé un ventaglio impressionante di descrizioni con gli usuali articoli, nei quali vigono tre regole: sbattere il mostro in prima pagina trovando, anche sotto forma mediatica, un colpevole qualsiasi per accontentare l’opinione pubblica, descrivere i modi raccapriccianti delle esecuzioni per accontentare il desiderio del macabro che scorre nella mente dei lettori, ricordare che la violenza ha sempre cause per lo più sociali o familiari per accontentare il bisogno collettivo di sapere e mettere a tacere la propria coscienza pubblica. Il dott. Claudio Mencacci, già presidente della Società italiana di Psichiatria e direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, afferma: “Spesso pensiamo che il seme del male cresca a casa degli altri perché cerchiamo di espellerlo dai luoghi e dalle persone più care”, ponendo in rilievo che la violenza è un fenomeno che noi consideriamo estraneo dalla nostra vita personale. Gli spettacoli di intrattenimento e le serie tv, che occupano gran parte dei palinsesti tv, hanno il potere di aprire le notizie e di richiuderle in attesa di altro che occupi l’interesse avido di “sapere” del pubblico, compiendo l’opera di rassicurazione, il fine ultimo dell’intrattenimento.

L’operazione dei media va sempre a buon fine. Infatti il giuoco riesce sempre. Ad ogni episodio di scoppio grave di violenza (ma ne esistono di meno gravi?) puntualmente escono gli articoli per stigmatizzare l’accaduto. E poi fiumi d’inchiostro nel tentativo generoso di sedurre l’opinione pubblica e farla addormentare nel convincimento che si va comunque avanti. Il progresso non ammette soste: neppure per un lutto ci si può fermare, figuriamoci se il processo produttivo si possa arrestare di fronte a un grave fatto. L’indignazione raggiunge al massimo il livello del minuto di raccoglimento, magari da consumare negli stadi. Sono terminati e lontanissimi gli anni degli scioperi per i delitti. Ciascuno guarda le proprie tasche. Son tempi duri e ogni soldo va centellinato. Fin qui abbiamo descritto ciò che accade. I giornalisti sono ben pagati per le loro lunghissime trasmissioni, che hanno il potere di addormentare il pubblico attizzando curiosità morbose (non sembri un contro senso) e, in particolar modo, di ri-addormentare le coscienze improvvisamente svegliate dal torpore quotidiano. Altro che stampa e tv educatrici. Anche le omelie da un po’ di tempo risentono del clima generale e sono rese piuttosto soporifere sui temi caldi della coscienza cristiana e, come sostiene il Papa, proprio quella da formare rettamente. I sacerdoti fanno il possibile, ma probabilmente occorre cambiare stile. Forse non è del tutto insensata l’idea di una ripresa apologetica, rimodulata sulla nostra epoca, ripresa sostenuta già da tempo dal giornalista e saggista V. Messori.

In realtà la nostra stessa società odierna è malata, così come sosteneva E. Fromm in “I cosiddetti sani. Patologia della normalità”, evidenziando quanto il modello capitalistico abbia deformato i rapporti umani riducendoli a cose. Il capitalismo avanzato, come ho sostenuto recentemente, è finalizzato alla costruzione del post umano, sposando le teorie evoluzionistiche, la teoria malthusiana del controllo delle nascite, il neo illuminismo in una miscela a dir poco impressionante. L’evoluzionismo dà la benedizione al progresso inarrestabile e al mito della scienza che a breve risolverà tutti i problemi, la teoria malthusiana agisce con la sterilizzazione fisica e psichica di massa (contraccezione, aborto, selezione dei geni, gender), il neo illuminismo propaga gli ideali borghesi delle libertà individuali e dell’uguaglianza creando nuove disuguaglianze in uno stato etico laico. Gli ingredienti destabilizzazione l’uomo capovolgendo la sua stessa essenza, che per alcuni millenni ha sostenuto la sua crescita. L’uomo capovolto guarda il mondo diversamente dal passato. Proviamo a capovolgerci e la realtà ci apparirà insolita e magari più interessante, addirittura più vera, come denunciato in un’epoca non sospetta da G.K. Chesterton. Se la posizione capovolta dovesse procurare mal di testa corrono prontamente in soccorso gli analgesici sociali generosamente distribuiti. Non si elimina la causa ma si elimina il fastidio. Sono le nuove frontiere della medicina: eliminare i sintomi fastidiosi ma non rimuovere le vere cause.

Siamo giunti al dunque del problema. Il modello sociale che abbiamo davanti agli occhi ci propone esattamente questo: eliminiamo il fastidio sociale e non eliminiamo la causa del problema. Parliamo, descriviamo abbondantemente, ma, se notiamo con un pizzico di attenzione, in nessuna discussione alla fine emerge quale sia il problema da rimuovere. Ogni dibattito termina con una vaga e aleatoria accusa a sistemi impalpabili, a personalità oscure e non ben definite, a situazioni del tutto particolari ed eccezionali che certamente non si riproporranno. E quando proprio non c’è più nulla ci si affida al raptus come spiegazione dei fenomeni violenti. Corre il dovere di precisare che il raptus in senso psicologico non esiste. In una recente intervista fin troppo sincera lo psichiatraClaudio Mencacci così ha ricordato: “Sotto il cappello del raptus, o alcune volte della follia, si mette la violenza inaudita, quella imprevista, impulsiva. E non si considera mai che, guarda caso, quella violenza ha come oggetto i più fragili, i deboli, le persone indifese e quindi le più esposte. Lei ha mai sentito dire di qualcuno colto da raptus che ha assalito un uomo grande e grosso? … Noi, in psichiatria, tendiamo a escludere l’esistenza del raptus”. Le categorie inventate per giustificare che siamo tutti innocenti scaricano nel limbo sociale dell’indeterminato i fattori dell’essere violenti. Sempre il dott. Mencacci con davvero interessante lucidità avverte in merito alla follia che: “Si vedono le cose dal fondo e non si riflette su ciò che c’è dietro.

Bisognerebbe imparare a capire che ci sono individui che covano malvagità, crudeltà, cattiveria. Che quando accade un fatto di violenza apparentemente improvvisa c’è sempre una spiegazione, un motivo che si è costruito nel tempo. Non è mai un fulmine a ciel sereno e tendere a giustificare non aiuta nemmeno a cogliere i segnali di un eventuale pericolo”. Un primo interessante dato è che la violenza nasce dall’individuo, che con la propria storia personale viene condotto al gesto esasperato attraverso una costruzione maturata nel tempo: l’occasione scatenante giunge similmente all’apertura di una valvola esplodente con tutta la sua carica distruttiva. Un meccanismo simile al sogno, che nella notte, allentandosi l’attività razionale, rappresenta il materiale rimosso, cioè quanto è per noi angosciante e insopportabile nella vita della ragione vissuta durante il giorno. Con la differenza non proprio piccola che il sogno allenta e funge da scarico di angosce e tensioni, la violenza provoca disastri concreti.

Un fenomeno non molto approfondito seriamente, al di là dei salotti televisivi, che lasciano il tempo che trovano essendo tutti indistintamente pre confezionati, è l’infanticidio, cioè il delitto orribile per eccellenza, quello che l’umanità ha sentito come ributtante e ingiustificabile. In verità da quando l’aborto è stato sdoganato l’infanticidio embra un omicidio di serie inferiore e non appare così grave. Se le donne generatrici del corpicino vedessero proprio quel piccolino smembrato pezzo a pezzo forse ne uscirebbero, se sane, sconvolte. Ma tutto avviene in modo ovattato, con infermiere gentili, ogni segno di sanguinamento viene occultato; il corpicino a pezzi viene subito tolto e gettato per non essere visto. Fa nulla che la morte avvenga, è bene ribadirlo, alla stessa stregua delle famose torture contro le quali i benpensanti si scagliano in un assalto di perbenismo per ben altre situazioni: soffocamento, smembramento, emorragie… A chi ogni tanto si lamenta delle immagini sconvolgenti postate sui social network, dico sempre: ben vengano se servono a prendere coscienza di cosa sia un omicidio.

A proposito di infanticidio, nella sua recente intervista al Corriere della Sera Claudio Mencacci precisava: “Le statistiche ci dicono che gli uomini che fanno del male ai propri figli hanno tendenzialmente fra i 30 e i 45 anni e utilizzano quasi sempre un coltello o una pistola. A differenza delle donne che commettono invece infanticidi usando oggetti casuali, a volte per annegamento o soffocamento”. Quello che va aggiunto, secondo le statistiche ufficiali del primo Rapporto Eures, l’Istituto di ricerche economiche e sociali con banche dati affidabili e ricerche istituzionali, considerando il periodo 2000-2014, è che in Italia 379 sono stati i figli uccisi da un genitore, pari a uno ogni 15 giorni.

In particolare il 95,5% dell’uccisione dei figli (362) è stato compiuto da un genitore naturale e il 4,5% (17) da uno acquisito. In 6 casi su 10 l’assassina è la madre. Oltre la metà delle uccisioni, il 51,5%) (195), è avvenuto al Nord che appare l’area più a rischio.Senza voler enfatizzare troppo i dati, colpisce comunque che la maggioranza degli infanticidi sia commessa da madri. Assieme alla statistica pubblicata sugli aborti ufficialmente dichiarati dalle strutture pubbliche (con esclusione del “mercato parallelo” sotterraneo) che ne indica per l’anno scorso in 105.000 circa, l’uccisione dei figli ci rappresenta un mondo femminile diverso dall’immagine angelicata di letteraria  memoria. Togliendo i casi estremi (stupri), la gran parte degli aborti dichiarati in strutture pubbliche è avvenuta per motivi e cause rimovibili con l’istituto delle adozioni e con interventi economici adeguati. Nell’arco di poco meno di un decennio gli aborti sono stati ben oltre un milione nella sola Italia. Una strage di innocenti che ha viste protagoniste le madri o future madri. Leggendo i semplici dati, senza voler colpevolizzare, ne esce un quadro desolante dell’essere donna, che fa a pugni con l’immagine libertaria del femminismo più estremo e contorto ideologicamente. Perché dalla società l’aborto non venga percepito come un omicidio è presto detto: l’approvazione della legge, che ha reso legale l’omicidio di aborto ha fatto perdere il senso della gravità estrema del gesto. L’accettazione legale e sociale, ha reso minore il senso del peso individuale e collettivo, che in altri casi avrebbe provocato rigetto e disprezzo. A ciò si aggiunge il fatto, non di piccolo conto, che il feto o bambino viene allontanato dagli occhi della madre e dell’opinione pubblica. Il modello di percezione personale dell’evento è simile a quello del militare in guerra. Nell’antichità vi era il versamento del sangue nello scontro diretto, oggi il militare lancia un missile che colpisce e uccide ma egli non vede nulla delle conseguenze prodotte. La crudeltà nel secondo caso viene come attenuata. Il non vedere visivamente l’effetto diretto del proprio gesto impedisce la comprensione e valutazione di quello che accade. La stessa logica guida l’omicidio di aborto: il feto ucciso e sembrato viene nascosto al volto della madre, che non prende coscienza e consapevolezza di quanto sia accaduto. Tuttavia, per correttezza, occorre dire che comunque la mente della donna rimane segnata. In molti studi clinici si è posto in rilievo quali ripercussioni nel corso degli anni accadano nella psiche e quante rimozioni guidino la vita della donna che abortisce. Gli psicoterapeuti con onestà intellettuale e scientifica l’hanno ribadito: abortire non è una passeggiata per la salute della donna. In lei si assiste ad una perdita di equilibrio nelle sue dinamiche psichiche con una ricostruzione delle stesse molto difficile. Aborti e infanticidi ci regalano l’immagine di una donna dalle dinamiche assai diverse rispetto alle immagini dorate della “pubblicità”, del modo comune di pensare, proiettato dal pensiero unico dei diritti personali inviolabili. Un Guido Cavalcanti, un Francesco Petrarca, un Dante Alighieri, che hanno avuto davanti a sé la donna quasi angelo e guida spirituale alta della propria vita, di certo, oggi non la riconoscerebbero più. Ma non ne sono totalmente convinto. Allora esaltarono una donna che esisteva e non esisteva. Esisteva perché c’era, ma vi era anche l’altra donna implacabile, approfittatrice, falsa, cattiva presente nelle novelle di Giovanni Boccaccio. Come non ricordare le crudeli e sanguinarie interpreti delle epopee di altre letterature? Nell’immaginario collettivo sono ancora presenti le prime immagini di donne angeliche e non le seconde…

Vorrei ancora ricordare l’efferatezza delle ultime conquiste al femminile: le donne capo mafia o camorra che si sono dimostrate molto più spavalde e spietate dei colleghi maschi. Basta scorrere i report delle polizie per notare il diffuso e tentacolare fenomeno della delinquenza al femminile, che ha costretto gli investigatori a rimodulare e aggiornare metodi di indagine e i profili criminali. In queste righe esce fuori un profilo al femminile duro da digerire ma implacabilmente autentico con dati alla mano.

Per gli uomini, abbondantemente dichiarati violenti per la loro stessa natura e colpevoli, pertanto, a priori e a prescindere soltanto per appartenere al dato maschile, il discorso è altrettanto netto. La violenza maschile è sulle pagine quotidiane. Uccidono, ma occorre comunque distinguere per evitare di cadere nella trappola ideologica. Gli uomini sono figli di un tempo, quello odierno, che li ha costretti in un angolo e la loro risposta spesso è simile a quella del nemico che si sente accerchiato e, secondo la sua logica, in diritto di difendersi, provocando anche l’eliminazione dell’altro, la vera causa dei suoi problemi. Ancora nel maschio scattano meccanismi che portano a vedere sminuito il suo ruolo sociale e questo, in determinati contesti, provoca risposte aggressive per la mancata accettazione di ricollocare la propria presenza nella società.

La difficoltà ad accettare nuove dinamiche è alla base, ad esempio del numero impressionante di suicidi al maschile. Il rapporto è di tredici a uno rispetto alle femmine, statistiche recenti alla mano. Quando un maschio decide il suicidio, nella stragrande maggioranza dei casi ci riesce, contrariamente alle femmine, il cui tentativo di suicidio, molto spesso, è l’espressione di un’ipotetica richiesta di aiuto. Dinamiche diverse ma terribili. Il maschio riversa in modo diretto e abbastanza semplificato la sua violenza a livello fisico fuori di sé o contro di sé (con prevalenza dei meccanismi depressivi); i meccanismi al femminile sono molto più contorti e sofisticati e la violenza viene a saldarsi nella psiche con l’immagine mentale che la donna ha di se medesima, rivolgendo la violenza contro gli altri e contro se stessa (con prevalenza di disturbi della personalità).

I maschi con l’uccisione “culturale della figura paterna, con Edipi irrisolti e figure materne molto virago e padri molli e impalpabili, ne escono fuori in due direzioni: eccessiva e inutile aggressività o sottomissione frustrante. Nell’uno e nell’altro caso sono figli di squilibri che portano, spesso, all’uso violento della propria persona, giungendo all’omicidio irresponsabile e irrazionale. Sono diseducati all’assunzione di responsabilità sociali, viziati e narcisisti come non mai era accaduto nel passato. La donna per gli uomini è ridotta al suo corpo. “Il corpo della donna, infatti, è l’ ‘oggetto’ per eccellenza in quanto è la moneta con la quale i maschi instaurano la comunicazione tra loro. Una moneta che costituisce la riserva aurea del gruppo che la possiede e che pertanto non deve mai andare perduta perché qualsiasi scambio in tal caso diventerebbe impossibile. È il motivo per il quale lo stupro delle donne del nemico costituisce la verifica, concreta e simbolica, della propria vittoria”, così si esprimeva Ida Magli, la grande antropologa e prima femminista italiana.

La stessa Magli, qualche tempo più tardi, coglieva molto opportunamente l’aspetto di deriva sociale del nostro tempo e in una delle sue ultime interviste pubblicate invocava che i maschi finalmente si sarebbero dovuti riappropriare del proprio ruolo, pena la distruzione sociale. Così Ida Magli: “La nostra è una società che ha allontanato i maschi e ha preso il lato peggiore delle donne. Che sono aggressive, anche nell’eroticità. Devono sempre farti vedere il seno, le cosce. Per un maschio, oggi, forse è più attraente una donna musulmana col velo che queste qui. Il maschio la donna la deve anche un po’ conquistare, deve esserci anche un po’ di mistero, nell’erotismo. Di una donna che è subito pronta a dare tutto, il maschio non sa che farsene. Io sono una donna e posso dire cose che sono in apparenza contro le donne e cioè che la scienza, l’arte, tutta l’attività intellettuale fino ad oggi è stata fatta dei maschi. Poiché oggi i maschi si sono allontanati, la nostra società è povera intellettualmente, culturalmente. Non è una società “femminilizzata”, come dice qualcuno, ma malata, patologica. Dobbiamo immediatamente riprendere il controllo. E tocca ai maschi riprenderlo”.

Parole dure dette da una donna insospettabile per la sua militanza femminista. Parole che mettono ordine nella lettura degli atti violenti coniugati al maschile, frutto della distorsione sociale dei ruoli. Gli uomini sono diventati incapaci di trovare una strada che esprima valori e ideali alti e hanno ridotto la propria vita a corporeità, possesso, dominio come risposta ingenua alla crisi.

Ora appare chiarissimo che la violenza non è legata al genere umano. Maschi e femmine la esercitano; e gli uni e le altre non sono meno efferati nel compierla. Tutto questo che abbiamo narrato ha un suo senso se collegato all’analisi di Diego Fusaro, il filosofo ultimo vero marxista rimasto integro, come lui stesso si definisce. Non si desidera colpevolizzare nessuno, ma piuttosto dare una lettura più profonda del fenomeno della violenza senza fermarsi alla superficie o alle pseudo analisi dei talk show. Qual è il pensiero di D. Fusaro al riguardo? Egli così scrive: “Violenze orribili e certo da condannare e da punire senza se e senza ma che tuttavia sono oggi impiegate in modo apotropaico, per farci credere che esse siano le sole: e per nascondere ideologicamente il fatto che la violenza è l’essenza stessa della società di mercato, fondata sul rapporto di servitù e signoria, sullo sfruttamento e sull’immiserimento di sempre più persone a vantaggio di poche. Sia chiaro, allora: condanniamo la violenza, ma condanniamola in ogni sua forma, a partire dalla violenza economica su cui si fonda la società di mercato.”. E continua: “La scena mediatica e intellettuale è occupata dalle figure dei nuovi Soloni, che denunciano la violenza soggettiva per accettare sic et simpliciter quella sistemica, condannano le forme dispotiche del passato perché restino invisibili quelle del presente, dell’economia e della circolazione delle merci: pontificano sulla questione morale perché l’attenzione non torni a concentrarsi su quella sociale, e condannano ogni forma di violenza che non sia quella economica. Così si spiega l’ideologia del femminicidio, la cui funzione è – lo dico nel modo più semplice e diretto – distogliere l’attenzione dalla violenza economica per spostarla su altre forme di violenza. Accade così che la di per sé giusta denuncia dell’omofobia o del femminicidio è oggi impiegata puntualmente per distogliere l’attenzione dalla violenza sistemica della società di mercato.

La violenza – ripete l’assordante ideologia che pervade capillarmente il regno mediatico – è ovunque fuorché nel mondo di cui siamo abitatori, signoreggiato com’è dalle divinità olimpiche di “Libertà, Eguaglianza, Proprietà e Bentham.”. E più avanti per concludere: “In questo modo, complice la gran cassa del pensiero unico dominante, passa l’idea secondo cui la società di per sé non è violenta e la sola violenza è quella ai danni delle donne: occorre reagire a questa nuova, imponente ideologia e inserire la denuncia incondizionata di ogni forma di violenza (sulle donne come sui bambini, sugli animali come sull’ambiente) in una più ampia pratica attiva di opposizione alle prosa reificante del capitale.”.


Ecco una chiave di lettura sensata del fenomeno della violenza. Essa è sempre frutto della società che si costruisce. Se il modello economico alla base dei rapporti sociali è fondato sulla competizione, sul disinteresse del destino altrui, sul narcisismo, sulla reificazione delle persone riducendole a soli oggetti di consumo, sul possesso, non si può pensare che queste modalità non scatenino processi violenti diretti e indiretti. Gli slogan sciocchi e ripetuti contro la violenza di genere, nel più perfetto stile consumista sui mezzi di comunicazione, non fanno altro che nascondere le vere cause della violenza.

La prima violenza è aver creato un essere umano sottomesso al denaro e all’economia; dalla prima violenza si sono generate per corruzione tutte le altre. L’uomo ridotto a oggetto ha perso la propria dignità e il senso del suo esistere profondo, dovendo pensare unicamente a sopravvivere e a generare nuovi produttori e consumatori. Sembra un paradosso ma chi oggi si scaglia contro la violenza delle donne, dei bambini, degli indifesi, a meno che non abbia una dimensione ultraterrena a cui appellarsi, non fa altro che distogliere lo sguardo dalla causa generatrice dei rapporti violenti. La violenza tra uomo e donna, tra adulto e bambino, tra uomo e uomo, tra donna e donna, tra madre e bambino, tra padre e bambino, tra giovane e anziano, tra padrone e operaio trova origine nei rapporti che si instaurano tra esseri ridotti a cose, a oggetti. Il capitalismo ed il mercato economico generano continua violenza e continui conflitti.

Fin qui l’analisi lucida e brillante di Diego Fusaro. Ma il processo economico nel corso dei secoli è mutato. Anche nel più antico e recente passato la violenza veniva perpetrata e i modelli economici non erano come quello odierno. Potremmo dire che ogni modello economico riserva in sé un’essenza violenta nella costruzione dei rapporti sociali. Come nasce, allora, la violenza? Non dall’economia, che è un concetto astratto e non personale, ma dall’uomo che crea l’economia. L’uomo ha creato ed in lui risiede la causa dei fenomeni positivi e negativi. Il male è radicato nella natura umana. L’uomo, inutile nasconderlo, ha in sé bene e male, buono e cattivo, dolce e salato, giusto e ingiusto.

Sta all’uomo trovare un equilibrio dinamico tra le sue componenti contraddittorie. C.G. Jung, il grande psicoterapeuta svizzero, ammoniva perché l’uomo trovasse il corretto equilibrio tra le sue forze contrapposte senza ignorarle o nasconderle, sapendo indirizzare gli opposti verso la sublimazione positiva nelle grandi opere o nell’impegno culturale, sociale, estetico. Gli squilibri nascono quando si vuole cancellare una parte di sé. Per cui ogni forma di violenza non nasce all’improvviso ma deriva da quella parte di noi nascosta o cancellata o rimossa. Ecco che non ci si può meravigliare che persone apparentemente normali compiano gesti clamorosi o efferati: in realtà dentro di loro ha prevalso il lato oscuro. Quel lato oscuro che travalica i generi umani. Nulla accade che non sia stato preparato prima, come ha sostenuto lo psichiatra Claudio Mencacci.

Per il cristiano lo scompenso dell’uomo, creato a immagine di Dio come maschio e femmina, come pura bontà, è accaduto con il peccato originale, che ha devastato il volto originario di somiglianza dell’uomo con Dio per innestare in lui l’assenza di Dio o Amore, cioè il male, secondo la definizione di s. Agostino. Il male è la causa prima delle scelte sconsiderate dell’uomo che hanno provocato divisione, lacerazione, in ultima istanza violenza. Alla frase del dott. Mencacci: “Spesso pensiamo che il seme del male cresca a casa degli altri perché cerchiamo di espellerlo dai luoghi e dalle persone più care. E invece il male può essere ovunque, la cattiveria alberga anche a un passo da noi.”, aggiungerei: “Il seme del male è dentro di noi.”. La prima violenza è in noi e la disperdiamo nei rapporti con gli altri, seminando discordia, falsità, menzogna, discredito, arroganza, offesa, prepotenza, prevaricazione, reificazione, invidia… Tutto ciò che l’uomo costruisce: case, ricchezze, benessere, onori, giuochi non sono cose né buone né cattive, come sosteneva l’ebreo B. de Spinoza, scomunicato dalla sua stessa comunità degli Ebrei di Amsterdam. Quei prodotti umani diventano cattivi se l’uomo vi introduce il male. Contro la violenza, allora, occorre davvero che cambi il cuore dell’uomo. L’ebreo Paolo, che di violenza ne sapeva qualcosa essendo stato il propulsore della persecuzione cristiana a Gerusalemme, scriveva ai cristiani, disseminati nelle comunità visitate, di cambiare il proprio cuore, di abbandonare la parte peggiore di se stessi e avere come modello l’amore incarnato dalla croce di Cristo. Non si tratta di un impegno facile e privo di rischi, ma è l’unica strada per evitare che prevalga nel “guazzabuglio dell’animo umano” di ciascun uomo e donna, come lo definiva A. Manzoni, il nostro lato peggiore e oscuro.

Fonte: La Croce Quotidiano