Vorrei rischiare di morire con Laura

11/07/2020 - La Croce Quotidiano
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Laura ha 24 anni, vive in Belgio e ha ottenuto di accedere all’eutanasia, legale nel suo paese, per grave e insopportabile sofferenza psicologica, che sta durando da tanti anni: Laura è depressa.

Adesso si scatenano i siti pro-life contro questa vicenda, assunta ad esempio di eutanasia che sconfina nell’illogico, ma io, che sono depressa, vorrei dire due parole un po’ più in profondità, al di là delle polemiche ideologizzate.

La depressione non è una semplice malinconia, uno stato di lamentìo piagnucoloso che rende le persone fastidiose e tediose: è una malattia che annebbia la vista, che toglie il gusto delle cose, piccole e grandi, che rende impossibile essere felici: manca l’ossitocina nel cervello, il benessere non arriva mai, la tristezza è perenne. Poi ovviamente ci possono essere tanti livelli, tante differenze da persona a persona, tante concause che si possono eliminare e permettere un miglioramento, a volte netto, a volte irrisorio; si può anche guarire o per lo meno, con la terapia giusta, si può vivere. Non si può, non si deve generalizzare, mai mai mai, soprattutto quando di mezzo c’è la mente umana e non esistono sulla terra due persone uguali con due storie uguali. Quindi bisogna andare cauti anche a giudicare.
Laura: io la capisco, ha lottato, è stata ricoverata a lungo, ha provato molte terapie, è lucida quando parla di sé e della sua storia e di come essa ha influito nella sua situazione attuale. Non sta cercando sensazionalismi, non sta lanciando il tipico grido d’aiuto del depresso che ancora spera di poter essere salvato. Laura ha deposto la speranza e in questa sua resa sembra quietarsi, trovare quel rasserenamento che la vita non le ha concesso. Adesso che organizza il suo funerale, si culla nell’idea estremamente confortante di essere agli sgoccioli, alla fine delle sue sofferenze e questa è la vera speranza che non ha mai avuto.

Negli articoli di giornale apparsi in giro non si dice se Laura crede in qualche Dio oppure no: probabilmente no, altrimenti non sarebbe arrivata a questo punto. Ho fatto con nonchalance un’affermazione fortissima: se credi in Dio non ti suicidi. Ma è proprio vero? Beh, sicuramente la fede è un ambito complesso e anche qui non tutte le spiritualità sono uguali, ma credo che anche la tiepida convinzione che esiste un essere ultraterreno rappresenti un minimo conforto alla mente disorientata del depresso, se non altro perché può sempre rifugiarsi nella speranza, un po’ evanescente e illogica, che un senso, per quanto inafferrabile, ci sia, e con esso una fine delle sofferenze. Non è tanto, forse è più utile riuscire a proiettarsi un Dio indifferente con cui arrabbiarsi ferocemente per la grave ingiustizia subita dall’aver ricevuto un cuore sofferente: anche la rabbia, in fondo, è un sentimento che tiene in vita. Ma queste possono essere solo fasi passeggere: solo se la persona riesce a maturare una fede profonda e radicata può davvero appoggiarsi ad essa con fiducia.


Cerco di spiegare meglio, non è una questione di magia religiosa, ma di psicologia sociale: il depresso vede il mondo distorto, vede se stesso in modo eccessivamente negativo, coglie solo il brutto di ogni situazione, non riesce a godere di nessuna gioia, ma, onestamente, sa che il suo punto di vista non può essere generalizzato, sa che per gli altri il mondo è a colori e la gente intorno riesce ad essere felice nella stessa identica situazione in cui lui è triste. Però facilmente insiste nel raggomitolarsi nei suoi quattro problemi e dietro ad essi si nasconde per non vedersi costretto ad affermare la verità, e cioè che il suo sentire è fuorviante.


Chi ha una fede solida, può appoggiarsi al concetto di vita inviolabile, al divieto di suicidio, come ad una colonna portante: io credo, quindi questo non posso farlo. Basterebbe che la società intorno biasimasse con disprezzo chi decide di gettare la spugna, invece di elevarli al rango di vittime martiri, e non ci sarebbe nemmeno bisogno di scomodare Dio per dare ai depressi un muro forte cui appoggiare le spalle. Nelle culture dove il suicidio è considerato un disonore, infatti, non si suicida praticamente nessuno. Quindi è un problema di visione di sé all’interno di un contesto sociale. Ed è curioso come in fondo, inconsciamente, anche a chi sta pianificando il proprio suicidio e non crede (o dice di non credere) a nessuna vita ultraterrena, comunque interessi che DOPO la sua morte egli venga ricordato con compassione. E questo è vero, sia nel caso delle lettere strappalacrime lasciate ai famigliari, sia nel caso dei suicidi silenziosi, perché il padre di famiglia che molla tutto perché è senza lavoro o perché è oberato dai debiti, è sicuro di catalizzare sui sopravvissuti l’attenzione pietosa di tanti e spera, magari, anche in qualche aiuto concreto.


Laura vuole morire perché in Belgio da un bel po’ di anni si dice che morire è dolce, è un diritto e che la vita non piena, non lieta, non è degna di essere vissuta. Se Laura vivesse in Somalia, sotto le bombe, e avesse la pancia vuota un giorno ogni tre, non ci penserebbe proprio a morire, ma venderebbe cara la pelle e sognerebbe cose concrete, come una casa di mattoni, un pozzo nel cortile, cibo tutti i giorni, pace per la sua gente. Sognerebbe cose che forse non vedrebbe mai realizzate, ma sognerebbe, con la forza dirompente di un popolo. Invece è sola, e nell’isolamento egocentrico in cui la nostra bastardissima società consumistica ed edonistica l’ha relegata non sa più che sogno coltivare.


Io, con Laura, vorrei andare a fare un giro sotto le bombe della Siria, per avere paura di morire insieme a lei, e avere fame e avere sete e avere voglia di vivere. Con lei vorrei andare in qualche missione africana dove arrivano i bambini scheletrici e morti di fame, per guardare in faccia quelle mamme, scheletriche pure loro, che non mollano neanche un po’, che io, al posto loro, mi sarei abbandonata sotto un tamerisco della steppa ad aspettare di crepare in pace.


Se siamo ciechi, o anche solo daltonici, se il nostro sguardo è falsato dalla malattia, impariamo ad avere fiducia in chi ci dice che le cose non stanno come le vediamo noi: facciamoci prendere per mano e andiamo, non nelle cliniche della dolce morte a pagamento (a cui interessa il business, non il nostro bene), ma dove la vita pulsa, palpita, lotta come un nervo scoperto e nell’essenzialità di un’esistenza in bilico si può cogliere tutta la forza dirompente del perché siamo qui, perché adesso e perché proprio così, malandati, accidenti a noi, malandatissimi e imperfetti.

Fonte: La Croce Quotidiano